Pensieri sparsi: nessun rimpianto, nessun rimorso.

Scrivo, mentre faccio i compiti datimi oggi dal mio insegnante di batteria. I compiti consistono nell’ascoltare dei musicisti jazz. Se i primi due mi hanno ribadito il perché non mi piaccia il jazz, il terzo mi ha molto colpito. Pertanto sono andata a cercare qualche notizia su google e ho letto la sua biografia. Si tratta di un compositore armeno, il cui nome è Tigran Hamasyan e mi ha colpito perché nelle sue sonorità c’era un qualcosa di familiare. In effetti unisce alle sue composizioni jazz un’influenza di progressive metal. Ecco perché lo trovo piacevole. Oltre a ciò nel sentire le sue melodie si percepisce una nota chiaramente orientale, favoleggiante, che ti porta lontano. Mentre scrivo e ascolto il sottofondo da youtube, penso a ieri e a oggi.

Oggi avevo ancora un po’ di residuo delle sensazioni di ieri, perciò, dopo attenta riflessione, ho deciso di fare ciò che già da ieri mi frullava per la mente. Ho quindi aperto Word e ho scritto quello che sentivo, che pensavo, cercando di spiegare il perché del gesto che stavo per fare. Quindi, concluso il mio pensiero, sono andata su facebook e tramite il profilo con cui gestisco la pagina del mio lavoro (ormai ho solo quello, dato che ho cancellato il mio profilo personale mesi fa) ho cercato quel nome che da ieri mi ronzava in testa. Trovatolo, ho cliccato sull’icona di messenger, ho incollato il mio scritto e ho premuto invio.

Ora, non so se la persona in questione leggerà il mio messaggio, non so neanche se usi facebook regolarmente. Magari lo ha già letto e cestinato, ma va bene lo stesso. Io ho fatto quel che mi sentivo di fare, avevo il bisogno fisico di scrivere e comunicare. Ora che l’ho fatto mi sento come se avessi levato un peso dal petto. Un paio di anni fa mi è capitato di fare una cosa simile per recuperare un’amicizia e allora ci riuscii. Non so se stavolta la cosa sia possibile, ma almeno posso dire di non avere rimpianti al riguardo.

La vita è una sola, va vissuta nella sua totalità, nel bene e nel male. Essere ignavi non serve a nulla, meglio agire.

Confessioni: parole.

Ci sono dei momenti, durante la giornata, in cui mi sorprendo a pronunciare parole, come se sentissi il bisogno di esternare dei sentimenti nei confronti di qualcuno che non c’è, che non esiste.
Ed ecco che dico “Mi manchi” o “Ti amo”, quasi nella speranza di sentire quelle stesse parole rivolte a me. Sogni. Sogni e nient’altro.
Oggi parlavo con un caro amico di una persona, quella di cui ho recentemente scritto, che sento per lavoro e che sogno ogni tanto. Gli dicevo che sono consapevole che lui non mi vedrà mai aldilà degli occhi dell’ambito professionale, dato che essendo uno standard al di fuori della mia portata naturalmente volge la sua attenzione a chi rispecchia il suo modo di essere (ed infatti la sua fidanzata è prettamente parte di quel mondo). Ma la cosa non mi fa star male, è una semplice constatazione. Come lo è stata quella successiva, quando ho affermato che dato il mio aspetto fisico non appariscente ed il mio carattere abbastanza complicato, non mi ritrovo di certo attorniata da uno stuolo di ammiratori. Anzi, per essere precisi possiamo pure quantificare con lo zero assoluto la mia situazione. Nel dirlo sono totalmente realista, vedo un dato di fatto.
Perciò non mi resta che dire al vuoto “ti amo”, a volta pronunciando un nome che mi da reminescenze di un lontano passato, ma che in realtà non suscita in me alcun sentimento.
Sentimento… non so neanche se sono ancora in grado di provarne.
Andiamo avanti, che a guardarsi indietro non si fa mai bene.

Pensieri sparsi: Educazione, questa sconosciuta.

Ieri ho visto una scena che mi ha lasciato alquanto allibita. Premetto che sono una persona che non sopporta che i bambini vengano lasciati allo stato brado e che ritiene che i genitori debbano educare i figli e non concedergli qualsiasi cosa. Sarò antiquata, ma sono fatta così. Dunque, ero in spiaggia con la mia migliore amica, parlavamo del più e del meno quando ad un certo punto la vedo tacere e restare a bocca aperta. Le chiedo cosa non va e mi dice di guardare davanti a me. C’era una tizia in topless, distesa a pancia in su sull’asciugamano; sopra di lei il figlio, di 7-8 anni, che si trastullava palpando le tette della madre e baciandole il seno. Non contento di ciò prende le tette con le mani e comincia a sfregare il viso al centro del petto della madre. Il tutto sotto lo sguardo del padre che non dice nulla, come se questo atteggiamento fosse la cosa più normale del mondo. Dopo essere andato avanti così per diversi minuti, il bambino ha cambiato obiettivo. Si è disteso sul padre, porgendogli il petto per farselo baciare e mentre il padre lo baciava lui faceva oscillare il petto cercando di farsi baciare ora un capezzolo ora l’altro.
Per finire, il bambino è andato da una bambina che era in loro compagnia e che stava distesa a pancia in giù e si è disteso sopra di lei. La bambina lo ha fatto spostare subito, infastidita. Ora, a vedere un simile comportamento da parte di un bambino di quella età, la situazione non mi è parsa per nulla normale. Considerata la sua mimica sia io che la mia amica abbiamo pensato che potesse aver assistito a scene di sesso (non so se dal vivo o in tv), ma la cosa che ci ha lasciato basìte è stato l’atteggiamento dei genitori che incoraggiavano un simile comportamento.
Ho pensato che se il bambino fosse stato mio figlio (premesso che non mi sono mai messa in topless e mai lo farò perché non mi piace) non avrebbe avuto neanche il tempo di provare a fare uma cosa simile, perché gli avrei insegnato a comportarsi in maniera adeguata in pubblico, ma soprattutto mi sarei preoccupata di chiedergli dove avesse visto fare cose simili e cercato di spiegargli che non sono atteggiamenti consoni ad un bambino di otto anni.
In ogni caso, ciò che più mi ha urtato è stato il comportamento dei genitori, a mio avviso tutt’altro che normale.

Confessioni: Penso troppo.

Sarà il troppo sole preso al mare,o forse sarà che come al solito il sabato sera lo passo a letto invece che in giro per mancanza di pecunia, o forse sarà che oggi parlando con la mia migliore amica è saltato fuori il nome di una persona a cui non pensavo da un po’… insomma, qualunque sia la premessa, fatto sta che ho ripensato a tale persona.
Sai, quando hai quella sensazione che per te e quella persona non ci sia mai stato un posto ed un momento giusto e ti chiedi come sarebbe andata se aveste avuto gli dei propizi. Soprattutto perché senti che con quella persona avevi tanto in comune e sai che capiva ciò che avevi passato perché aveva sofferto come te. Probabilmente anche più di te.
Pensando a lui ho dato una sbirciata al suo profilo fb. Si è riscritto dopo anni e so perché a suo tempo aveva disattivato l’account.
Potrei scrivergli un messaggio, potrei chiedergli l’amicizia… ma forse è meglio di no. Se due strade si incrociano per ben due volte e non è il posto e il momento giusto, provarci una terza sa di perseveranza diabolica.
E di diabolica basta la mia sofferenza passata.
Merda, penso troppo e penso a chi non dovrei pensare.

Confessioni: Quel qualcosa che non c’è.

Ci sono dei giorni in cui quasi mi perdo nel percorso tortuoso dei miei pensieri. Mentre vagavo per un filone che mi portava a sviscerare il mio io più profondo, ho avuto una piccola illuminazione: il vuoto che sento dentro non è tanto mancanza di qualcuno, ma mancanza di qualcosa.
Qualcosa che vorrei, ma che non riesco ad ottenere, per mia sfortuna.
Quel qualcosa è quel senso di protezione, di sicurezza, si serenità che ti dà la consapevolezza di non dover affrontare il resto della tua vita da sola; sapere che c’è qualcuno per cui tu sei il centro di tutto e che tu vedi come il centro di tutto; rivedere i tuoi occhi, il tuo sorriso, la tua testardaggine, che crescono nella persona che con grande amore hai generato.
Ieri sono andata dalla ginecologa e mentre parlavo con lei ho sentito tutta la mia solitudine di donna desiderosa di avere una famiglia, ma il cui orologio biologico è ormai in declino.
Non c’è peggiore sensazione di percepire che dopo di me non ci sarà nessuno che mi ricordi con affetto, che dica con gli occhi lucidi quanto l’ho amato, desiderato…
E nel sentire questo mi sento davvero profondamente sola.
E triste.

Confessioni: Il pensiero che vorrei.

Vorrei avere un pensiero in testa, quel dolce pensiero che quando ti attraversa la mente ti fa inarcare le labbra verso l’alto producendo un tenero sorriso, mentre gli occhi brillano di felicità al ricordo di lieti istanti e il battito del cuore accelera vinto dal sentimento, accompagnato da un lieve rossore sulle gote.
Lo vorrei tanto quel pensiero, per sentirmi ancora una volta leggera, amata, desiderata, corteggiata.
Ma non c’è, forse non ci sarà mai più.
Mai più.

Bandiera.

Blu
È il colore del mio umore,
Quando torno a casa stanca
E ripenso al mio passato.
Viola
È il colore del mio cuore,
Quando guardo nel suo profondo
Tormentato, rattoppato.
Nero
È il colore della mia anima,
Quando sento sprofondarmi
Nel silenzio della solitudine.

Pensieri sparsi: essere speciale.

Oggi è stata una giornata densa.
Densa di nubi in questo cielo plumbeo sopra la mia testa; densa di pioggia che ha inzuppato ogni cosa nei dintorni; densa di pensieri che affollavano la mia mente. I pensieri,si sa, non vengono mai da soli. In questo periodo ne ho davvero tanti, forse troppi.
Preoccupazioni, incertezze sul mio futuro, ansie che non riesco a superare… e poi ci sono loro, le riflessioni sulla mia vita privata. Cerco di rimandarle il più possibile, a dire il vero, perché in questo momento le questioni prioritarie sono ben altre. Eppure ogni tanto ciò che getto dalle porta ritorna dalla finestra.
In amore la sfiga mi perseguita. Sembra che proceda di pari passo con la frase “Sei una persona speciale”, buttata lì nella conversazione di tanto in tanto, in maniera distratta, da chicchessia abbia la casualità di incrociarmi nel suo percorso di vita.
Quest’ultimo mese, superato il momento di frustrazione dovuto alla recente rottura con l’ennesimo signor “sei una persona speciale”, ho deciso che non valeva la pena continuare a barcamenarmi con il sesso opposto. La mia misura si è colmata. Sono arrivata al livello di rigurgito, di rifiuto, di voglia di essere lasciata in pace, del non rompetemi i coglioni che non ho, perché mi avete già fatto soffrire abbastanza.
Recentemente mi è capitato di riprendere i contatti con la persona che più mi ha fatto soffrire e che più ho amato nella mia vita. Mi son detta che dopo tutti questi anni la cosa potevo considerarla superata e si poteva tentare un approccio tra persone civili, perché “sono una persona speciale”.
Naturalmente questa frase è venuta fuori sin dalle prime conversazioni. E mi sono chiesta: com’è che sono così speciale che nessuno vuole tenere stretto a sé questo tesoro di donna? La risposta ancora non l’ho trovata.
Con tale persona ho parlato per qualche giorno, poi ho lasciato scemare la cosa, perché avevo una fottuta paura che il mio sentimento covasse ancora sotto la brace del ricordo. Oggi l’ho risentita e se ne viene fuori con una frase del tipo che sente una donna che gli ricorda molto me. Doccia fredda. Non tanto per il fatto che senta una, ma che quella persona gli ricordi la sottoscritta, per diversi aspetti che ha tenuto ad elencarmi.
In quel momento, queste parole da lui dette nella più totale naturalezza, senza malizia, pensando di fare semplice conversazione, hanno invece scatenato in me una reazione che non mi aspettavo. Gelosia. Come… lei sì ed io no?
Ed allora ho capito. Ho capito che i miei timori erano fondati, che qualcosa sotto covavo ancora, nonostante tutti i miei tentativi di questi anni di dimenticare, di voltare pagina.
Ma ho anche capito che sebbene io covi qualcosa, per quanto il mio cuore speri, si arrabbi, soffra, si ferisca da solo prigioniero del desiderio di affetto da parte di questa persona, non ci sarà un secondo noi. Lo so, l’ho sempre saputo razionalmente, ho provato a convincermi che potevo farcela, ma provate voi a persuadere il mio stupido cuore.
Io non voglio soffrire più. Non voglio perdere più il sonno, la serenità, la salute, la lucidità, per qualcuno che afferma “sei una persona speciale” ma poi non vuole tenermi con sé.
E, scusate lo sfogo, mi dovete spiegare cosa cazzo vuol dire questo essere una persona speciale, perché se esserlo significa dover finire sempre da sola nell’angolo, a leccarsi le ferite, dover decidere di chiudere la porta del proprio cuore a chiunque provi ad avvicinarsi per paura di stare ancora male, beh, allora signori miei preferisco essere una comunissima anonima donna, senza spessore, senza interesse. Così almeno resterò in pace.

Confessioni: Il mio destino.

Dicono che se sono sola è colpa della mia intelligenza. Inibisco gli uomini, per il mio cervello. Non si sentono alla mia altezza, perché ho due lauree. Eppure chi mi conosce bene sa che io non faccio mai sfoggio di queste cose, che sono una persona semplice, alla quale piace fare cose normali: leggo, scrivo, mi piace viaggiare (quando possibile), uscire con i pochi amici che ho.

Do una grande importanza ai rapporti umani, non sono fatta per le relazioni mordi e fuggi. Ho dei valori, credo nella famiglia e ho sempre desiderato riuscire a formarne una mia. Non ci sono riuscita, ho sposato la persona sbagliata e me ne sono resa conto nel momento stesso in cui stavo sull’altare. Quel giorno sarei dovuta essere felice, piangere come tutte le spose fanno. Invece ero stranamente calma, lucida. Non ho versato una lacrima e mentre mi si infilava la fede al dito pensavo “Tanto c’è il divorzio”.

Non ci ho pensato più per un certo periodo, ma dopo un paio di anni i nodi sono venuti al pettine ed allora mi sono resa conto di quello che in cuor mio già sapevo. Non lo amavo, non lo avevo mai amato. Lo avevo sposato soltanto per paura.

Paura di che cosa? Del fatto che nessuno mi volesse, che non trovassi qualcuno da amare e che mi amasse con la stessa intensità. Pensavo di essere brutta, che nessun uomo mi avrebbe mai guardato, che era già tanto se quello che avevo sposato mi aveva voluta.

Bella insicurezza, per una persona che a detta altrui possiede una grande intelligenza…

Alla fine ho preso in mano la mia vita, ho fatto quello che avrei dovuto fare anni addietro e sono andata avanti per la mia strada. Da sola.

Sola. Questo sono. E ho il timore che lo sarò per tutta la vita. Continuano a dirmi che troverò la persona giusta, ma io dentro di me sento che questa persona non esiste. Perché tutte le volte che ho provato a creare qualcosa con qualcuno, quel qualcuno:

  • Non era pronto
  • Non voleva storie serie
  • Mi ha detto che ero arrivata nel posto e nel momento sbagliato
  • Riteneva che non fossi abbastanza per dare una svolta alla propria vita
  • Mi ha respinto dicendo che deve stare da solo.

Perciò ora sono abbastanza demoralizzata, demotivata, sfinita, delusa. Avrei tanti altri aggettivi per esprimere il mio sentire, ma non ha senso scriverli; tanto la sostanza non cambia.

L’altro giorno dicevo ad una persona che conosco che forse il problema non sono gli altri, forse il problema sono io. Questa persona ha ribattuto alle mie parole dicendo che già fare questo pensiero è sintomo di intelligenza da parte mia.

Ennesima prova che forse sono sopra la media. Ma è possibile, mi dico, che attorno a me ci siano solo persone superficiali? Persone che non reggono il confronto? Io non voglio credere una cosa simile.

Se i miei pochi, intimi amici, mi apprezzano e mi vogliono bene, perché non possono farlo anche gli altri? Forse non sono capace di gestire i rapporti con l’altro sesso… eppure, se si tratta di amicizia lo sono eccome, perché degli amici che ho la maggior parte sono uomini.

Forse sono troppo noiosa… forse penso troppo, forse non sono abbastanza bella, forse… non so che altro pensare.

Forse sono solo patetica. L’unico posto dove posso sfogarmi, dire quello che penso e che sento è questo. E lo faccio nel totale anonimato. Non sapete il mio vero nome, che faccio per vivere, dove vivo, eppure sapete i miei pensieri più intimi, se avete la pazienza di leggerli. Ed io probabilmente riesco ad esprimerli proprio perché protetta dalla mia aura di anonimato.

Probabilmente mi illudo di trovare qui una risposta, ma figuriamoci… non esiste una risposta positiva per me. Esiste solo la solitudine di un numero primo, divisibile solo per se stesso e per uno. Il mio destino.