Recensione:”Ninja * Il guerriero ombra”, Joel Levy 14/20

Terzo libro della serie sui ninja, si compone di cinque parti principali, in cui vengono analizzati la storia dei ninja, l’equipaggiamento, l’addestramento al ninjutsu, le operazioni ed infine viene proposto un interessante discorso sulla cultura ninja e le controversie ad essa collegate.

Un surplus di notevole gradimento da parte mia è la presenza di illustrazioni, in parte dipinti giapponesi ed in parte rivisitazioni ex novo, ma in stile giapponese, connesse all’argomento. Gradevole anche la grafica del testo, scritto su uno sfondo che riprende l’antica pergamena, con i numeri dei capitoli in giapponese.

I contenuti sono stati di grande interesse, ho trovato un racconto interessante e approfondito, corredato da una bibliografia posta a fine libro. Vengono raccontati gli aspetti storici, cosa per me molto importante per inquadrare questi fenomeno, e sono poi trattati in maniera approfondita i vari aspetti della cultura ninja.

Anche la parte finale sulle controversie relative alla reale esistenza o meno dei njnja è stata utile. Un libro sia bello che utile, da leggere.

Recensione: “Enciclopedia dei mostri giapponesi”, Shigeru Mizuki 6/20

Dello stesso autore dell’Enciclopedia degli spiriti giapponesi, già recensita qualche tempo fa, ecco la più corposa Enciclopedia dei mostri giapponesi. L’opera è ugualmente corredata di un bell’apparato iconografico, come la precedente ogni voce ha una relativa illustrazione. Anche qui le singole voci sono catalogate alfabeticamente e per ognuna viene raccontata una storia correlata, o varianti geografiche della storia.

Se uno pensa che tra le due opere ci siano delle differenze, trattando una di spiriti e l’altra di mostri, beh, resterà deluso. Infatti anche qui troviamo un lungo elenco di “mostri” che in realtà sono le solite trasformazioni di kitsune o tanuki o kappa, spiriti già ben noti a chi avesse letto il primo libro. Può anche capitare di trovare dei doppioni, tanto che alla fine viene da chiedersi il perché di due libri, se alla fine tutto viene ricondotto o spiriti o divinità o fuochi di varia natura. Oggettivamente mi aspettavo qualcosa di diverso. Certamente le storie sono belle, aneddotiche, interessanti per comprendere la cultura popolare giapponese, ma di mostruoso vedo ben poco, se per mostruoso intendo cose come zombie, vampiri, licantropi, mummie etc…, ovvero soggetti tipici dell’immaginario occidentale. Se per mostruoso intendo qualcosa che attira l’attenzione, da mostrare, come da etimologia latina, invece è chiaro che il termine riprende il contenuto.

Lascio il giudizio a chi leggerà entrambi i libri.

Recensione: “Enciclopedia degli spiriti giapponesi”, Shigeru Mizuki, 4/20

Continua il mio percorso tra le opere riguardanti il Giappone.

Shigeru Mizuki era un mangaka, famoso per le sue storie horror, di cui la più note sono Kitaro dei cimiteri e Kappa no Sanpei.

Grande studioso del folclore giapponese, ha scritto e illustrato due opere molto interessanti sul tema, che ho comprato di recente: la prima è questa, che ho finito di leggere proprio ieri; della seconda, Enciclopedia dei mostri giapponesi, scriverò più avanti.

L’Enciclopedia degli spiriti giapponesi presenta la descrizione, in ordine alfabetico, di una miriade di spiriti di vario tipo, ciascuna delle quali è correlata di una illustrazione. Gli spiriti sono classificati in diverse categorie, si va dagli spiriti dei defunti, alle apparizioni di spiriti animaleschi, quali il kitsune (volpe) o il tanuki (cane procione), suddivisi a loro volta in diverse varianti, o dei kami (divinità shintoiste), o ancora alle possessioni spiritiche di oggetti diventati maledetti.

Per ogni nome c’è una storia, raccontata in una pagina, con l’indicazione di varianti a seconda delle zone del Giappone, o di racconti analoghi. Spesso si racconta che, trattandosi di apparizioni non visibili, è difficile la loro rappresentazione grafica, tant’è che, proprio per questo motivo, in parecchi casi le illustrazioni possono apparire alquanto nebulose e di difficile interpretazione. In ogni caso la presenza di tali illustrazioni è per me un sicuro valore aggiunto all’opera.

Grazie a questa enciclopedia è possibile approfondire la conoscenza di una parte importante del folclore giapponese, folclore che spesso troviamo riproposto nei manga e negli anime che oggi leggiamo o guardiamo. Lo consiglio a coloro che vogliono conoscere meglio le tradizioni di questo paese, o anche comprendere meglio determinati personaggi o situazioni presente in anime o manga, qualora ne siano appassionati.

Recensione: “La vita quotidiana in Giappone al tempo dei samurai”, Louis Frédéric 3/20

Ieri sera ho completato la lettura di questo interessante saggio che, utilizzando le testimonianze letterarie e iconografiche dell’arte Giapponese di cinquecento anni (dal 1185 al 1603), fa una ricostruzione dettagliata, per quanto possibile, di come si viveva durante il medioevo giapponese. Vengono ripercorsi tutti gli ambiti della vita comunitaria, dal tipo di abitazione alle attività delle vita quotidiana, dalla religione al modo di condurre le guerre e di amministrare lo stato. Le informazioni fornite, supportate peraltro da un nutrito apparato bibliografico, aiutano senza dubbio as approfondire la conoscenza di un mondo lontano sia nello spazio che nel tempo. Grazie a questo racconto si riesce ad entrare nel profondo della mentalità di questo paese, a comprendere come essa si sia evoluta nel tempo sino ai giorni nostri. Si evidenziano le influenze di altri popoli, in primis Cinesi e Coreani, per arrivare a ciò che gli occidentali portarono in questa terra, sino alla totale chiusura al mondo esterno.

È stata una lettura davvero interessante, peccato che, mentre gli esempi letterari sono stati portati in evidenza con numerose citazioni, di sicuro esaustive e peraltro molto fraxevoli, lo stesso non si può dire della parte artistica presa a modello. Sarebbe stato bello poter esaminare alcune immagini dei riferimenti presenti bel testo, degli emakimono o semplicemente degli esempi di pittura decorativa degli stessi testi.

In ogni caso però alla fine il bilancio è del tutto positivo. Se volete scoprire le piccole cose di un tempo passato, leggete questo libro.

Arigatou gozaimasu!

Recensione: “Manuale di tecnica delle autopsie”, Armando Businco. 1/2020

Ho deciso di tener conto qui sul blog dei libri che leggerò durante l’anno, anche per dare un numero definito alle mie letture. Ho provato infatti a contare quelle dell’anno scorso e ho perso il conto. Penso comunque di aver superato la trentina…

Il primo libro da me letto quest’anno è “Manuale di tecnica delle autopsie”, di Armando Businco. Come ho già scritto altre volte mi piace leggere anche la saggistica e tra gli argomenti che voglio approfondire ci sono anche la criminologia e le scienze ad essa correlate. Il libro appena menzionato descrive appunto in maniera tecnica come effettuare un’autopsia, dall’esame obiettivo del cadavere all’analisi dei singoli organi e tessuti, seguendo un ordine prestabilito. Il testo è corredato di disegni realizzati dall’autore che rendono più chiaro il discorso, già comunque affrontato con linguaggio semplice, comprensibile anche per i profani dell’anatomia. Una lettura di sicuro interesse per chi vuole approfondire determinati temi.

Recensione: L’assassinio del Commendatore, Murakami Haruki

Murakami è il mio autore preferito e ogni volta che pubblica un nuovo libro faccio di tutto per leggerlo non appena arriva sul mercato italiano. Stavolta, però, ho preferito aspettare, perché la sua ultima fatica letteraria si divideva in due libri e volevo leggerli insieme, memore dell’attesa che avevo dovuto sopportare a suo tempo per 1Q84.

Fatta questa premessa, concentriamoci sul contenuto. Quando ho letto il titolo la prima volta mi sono chiesta se Murakami si fosse dato al giallo. Invece no. Il titolo può essere alquanto fuorviante, in effetti. Il protagonista del romanzo è un pittore in crisi esistenziale, lasciato dalla moglie e deciso a non dedicarsi più alla realizzazione di ritratti. Per questo motivo, dopo un certo peregrinare, si ritira in una casa sulle montagne, di proprietà di un suo caro amico, per cercare di mettere ordine alla propria vita. Il padre del suo amico è un pittore molto conosciuto, esponente della corrente ninonga, ormai in età avanzata, affetto da demenza e ricoverato in una clinica. Nella casa c’è anche un atelier, dove il protagonista, che è anche l’io narrante della storia (cosa questa abbastanza comune nei romanzi di Murakami) cerca di ritrovare se stesso.

Una notte, attirato da strani rumori nella soffitta, il pittore sale nel sottotetto e dopo essersi sincerato con solluevo che l’autore dei rumori sia un gufo, scopre in un angolo un dipinto, accuratamente incartato e lasciato lì ormai da anni. Dopo aver portato il quadro nell’atelier e aver letto la targhetta con il titolo, “L’assassinio del Commendatore “, decide di scartarlo e da questo momento nella sua vita cominciano ad accadere dei fatti strani: una campanella risuona nella notte svegliandolo sempre verso l’una, ed il cui suono scopre provenire da una struttura interrata nel bosco; uno sconosciuto di nome Menshiki bussa alla sua porta e gli chiede di realizzare un suo ritratto; dopo aver recuperato la famosa campanella, una notte compare in casa il protagonista in miniatura del quadro recuperato, il Commendatore; da un evento ne scaturiscono degli altri che portano il pittore a restare invischiato non solo nella vita di Menshiki, ma anche in quella di una ragazzina di nome Marie, sua allieva in un corso d’arte che tiene nel paese vicino. Sino a che…

Non rivelo altro della trama, perché come sempre Murakami infittisce l’intreccio con personaggi, episodi, ricordi, eventi surreali che contribuiscono a rendere l’intreccio intricato e mantengono il lettore inchiodato al racconto, pagina dopo pagina, chiedendosi cosa accadrà. Il primo volume prepara ahli eventi più importanti che si verificano solo nella seconda parte della storia (menomale ho aspettato per leggerlo!). C’è tutta una parte del libro dedicata alla storia di Amada Tomohiko, l’autore del dipinto che dà il nome al romanzo, abilmente inserita nel filo conduttore generale. E poi c’è la ricerca della propria vera vena artistica da parte del protagonista, che si intreccia all’analisi del dipinto.

Quando arrivi alla fine del libro tutto si compone e ti appare nel suon insieme, anche se resta come sempre la sensazione che qualcosa debba ancora compiersi e che ciò accadrà soltanto dopo che l’ultima pagina sarà letta e che il libro avrà trovato il suo posto nello scaffale.

Recensione: Bohemian Rapsody

Oggi pomeriggio sono andata al cinema a vedere Bohemian Rapsody, film sulla vita di Freddie Mercury. Nella sala eravamo in 5, con mia grande gioia, perché con la mia amica abbiamo cantato tutte le canzoni del film.

Da fan dei Queen non posso che dire che il film mi è piaciuto molto, per doversi aspetti: racconta sia la storia artistica dei Queen che quella privata di Freddie, nello spaccato che va dal 1970 al Live Aid del 1985: il rapporto tra i vari membri della band, quello di Freddie con la propria famiglia, con l’amore della sua vita Mary, ma soprattutto con se stesso. Ci sono stati alcuni momenti in cui ho percepito la sua solitudine in certi frangenti e ho avuto le lacrime agli occhi. Mi son ritornate a mente alcune parole: sentirsi soli non è essere soli, ci si può sentire soli anche in mezzo a tanta gente. Freddie non era solo, c’era chi lo amava, eppure si sentiva solo.

Ho scoperto alcuni aspetti della sua vita che non conoscevo e ho visto l’uomo dietro il performer (come si definiva lui stesso).

Bravissimi gli attori del cast: a parte le somiglianze fisiche tra i 4 interpreti della band, Rami Malek soprattutto mi ha sorpreso. Ci sono stati dei momenti in cui avrei giurato di vedere il vero Freddie: le movenze, gli atteggiamenti. Davvero chapeau.

E ora, nel mio letto, ascolto il cd 1 della platinum collection, un po’ malinconica per una leggenda perita troppo presto, un po’ triste per non aver mai avuto l’opportunità di vederli suonare dal vivo.

Vi lascio alle note di Mother Love, ultima canzone incisa da Freddie, non presente nel film, ma che trasmette tutto il mio sentire per questo artista per me sublime.