Mai più mio.

Ti rivedo nei miei occhi
Riflessi allo specchio,
Quando la notte mi opprime
E il sonno non arriva.
Non vai più via,
Neanche se li chiudo,
O se per un istante
Il buio mi riprende.
Un battito di ciglia
E sei lì, a fissarmi
Dalle mie iridi assonnate,
Troppo lontano
Per raggiungerti.
Mai più mio.

Confessioni: Aulicismo VS catarsi.

Leggendo il Kojiki prima e il Genji monogatari adesso ho avuto modo di interfacciarmi con il modo di fare poesia giapponese. Sin dalle prime opere scritte emerge che per descrivere le emozioni e i sentimenti vengono utilizzati continui paragoni con la vita quotidiana e il mondo della natura, sia animale che vegetale. Si scopre così che determinati colori e tipi di piante evocano sentimenti o sensazioni ben precisi, come anche riferirsi a eventi di un certo tipo, come quelli meteorologici o tipici di una stagione. Ogni espressione dipinge con grande delicatezza un quadro dal doppio senso, letterale e lato, e il secondo può sfuggire se non si conoscono i dogmi del background su cui si basa la poesia giapponese, perciò può risultare un po’ pesante la lettura, perché ad ogni poesia (fortunatamente i versi sono pochi, in genere cinque), bisogna guardare le note per capirne l’interpretazione, senza poi contare il fatto che spesso ci sono rimandi ad altre poesie di epoche più antiche e di una certa fama (per chi compone).

Vi chiederete perché mai faccio una riflessione di questo tipo. È che facendo queste letture mi è venuto naturale confrontare questo modo di comporre al mio; ovviamente sono completamente agli antipodi. L’unica cosa comune potrebbe essere la brevità dei componimenti, ma non si va oltre.

Quando io scrivo le mie piccole poesie non cerco il componimento perfetto nella forma e nel significato, non scrivo per rimandare ad altri più noti e alla ricerca di un costante aulicismo, non faccio poesia come un ludus, per dilla alla latina. Cerco di esprimere quello che sento in quell’istante e ciò che scrivo lo scrivo quasi sempre di getto. Uso molto l’astratto piuttosto che il concreto, il personale piuttosto che il generale, penso alla sostanza piuttosto che all’apparenza. E scrivo solo se ispirata, mai mi metto a tavolino a provare cosa funzioni e cosa no. L’ispirazione viene solo in certe situazioni, in genere quando sono tormentata per qualcosa o provo sentimenti di un certo tipo, soprattutto negativo. Allora scrivo e sembra quasi che mettere giù quei pochi versi mi aiuti a superare il momento critico. Aristotele direbbe che si tratta di catarsi, ovvero purificazione. Usava questo termine per descrivere la funzione sociale della tragedia greca e credo che esso possa ben adattarsi alla mia situazione.

Ecco le mie riflessioni di un sabato sera, poco prima di ritornare alla lettura degli infiniti amori di Genji.

Paradosso.

Vuoi che ti guardi,
Ma io sono cieca.
Vuoi che ti ascolti,
Ma non posso sentire.
Vuoi che ti tocchi,
Anestesia è il mio nome.
Vuoi che senta il tuo profumo,
Il mio cognome è anosmia.
Inutile sentire il tuo sapore,
L’ageusia è mia invenzione.
Sono il Nulla e Nulla sento.
O, forse, il Nulla sei tu.
Impossibile percepirti,
Se il tuo cuore non batte.

Recensione:”Kojiki – un racconto di antichi eventi”, a cura di Paolo Villani 16/20

kojiki

Questo testo, probabilmente finito di compilare da tale Yasumaro, nobile della corte giapponese, intorno al 712 d.C., raccoglie i racconti mitologici giapponesi, a partire dalla creazione. Il libro è suddiviso dallo stesso Yasumaro, che scrive un memoriale all’inizio all’opera (in cui spiega perché sia stato scritto e come sia stato organizzato) in tre parti, per dirla con le sue stesse parole “la narrazione ha inizio con le origini del mondo e termina con chi sedette sul trono a Woharida”  (ovvero l’imperatore Jomei, padre di Tenmu, quest’ultimo imperatore ispiratore della composizione di quest’opera). Fondamentalmente, nel primo capitolo si narra l’origine del mondo con tutta la genealogia divina, definito da Paolo Villani il “tempo sacro”, nel secondo capitolo si raccontano le storie di sovrani semidivini, protagonisti di un “tempo lontano”, nel terzo capitolo infine vengono narrate le storie di sovrani umani, vissuti in un “tempo vicino”, sino ad arrivare all’imperatrice Suiko, nonna di Tenmu, di cui si parla brevemente.

Paolo Villani, nell’introduzione all’opera, ci spiega non solo la struttura, il tema, ma anche le problematiche connesse alla composizione. Si tratta della prima opera della letteratura giapponese, composta in prosa, con numerosi inserti in versi; potremmo paragonare il lavoro di Yasumaro a quello di Omero, ovvero mettere per iscritto i racconti tramandati oralmente dai cantori e le canzoni della tradizione orale; inoltre l’opera di Yasumaro è il primo tentativo di mettere per iscritto la lingua giapponese, utilizzando gli ideogrammi della lingua cinese, i kanji, insieme ai segni fonetici sillabici dei kana, per facilitare la lettura degli ideogrammi stessi, che possono avere più di un significato. tutte le difficoltà di lettura e traduzione sono bene esplicitate da Villani.

Un elemento particolare è dato dai lunghi elenchi di genealogie presenti nel testo: per ogni imperatore sono elencati tutti i figli e la cosa a lungo andare può rendere la lettura un po’ ostica, soprattutto perché i nomi sono a dir poco lunghi e di difficile lettura e parecchie volte uno stesso personaggio ha più nomi con cui viene indicato nel corso della narrazione; ne faccio un esempio lampante: nel primo capitolo, dopo un lungo elenco di padri e figli si arriva al “sacro Amenofuyukinu, che dal matrimonio con una figlia del sommo Sashikuni che chiamiamo principessa Sashikunikawa ebbe il sacro Ohokuninushi che chiamiamo in cinque modi, e gli altri sono sacro Ohoanamuji, sacro Ashiharashikowo, sacro yachihoko, sacro Utsishikunitama”.

Ma perché leggere il Kojiki? Per diversi motivi: innanzitutto se guardiamo alla mitologia in senso stretto, troviamo le storie di Izanami e Izanagi (nel testo scritto però Izanaki), di Amaterasu, Susanoo (nel testo Susanowo), che sono le divinità più conosciute del pantheon shinto; in secondo luogo perché se vogliamo capire le tradizioni, la cultura, il modo di pensare, di agire e di scrivere di questo popolo, dobbiamo partire dalle basi ed il Kojiki rappresenta le fondamenta di questo popolo; infine, e questa è la mia opinione strettamente personale, perché ci sono dei passaggi davvero divertenti e situazioni strampalate, grottesche, ma anche altamente poetiche.