Recensione: “Faccia a faccia con l’assassino – Alla scoperta dei segreti dei serial killer con l’originale Mindhunter dell’FBI”, John Douglas, Mark Olshaker 7/21

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Ho avuto modo di leggere altri libri (per esempio Mindhunter, ma anche il Crime Classification Manual, che è il testo su cui si formano gli agenti dell’FBI, all’interno del quale sono classificati e studiati i diversi tipi di crimine, dall’omicidio, seriale o meno, alla rapina, allo stupro età.) di John Douglas, ex agente speciale dell’FBI, creatore del criminal profiling. In questo testo Douglas, con l’ausilio di Mark Olshaker, con lui anche nel famoso Mindhunter, racconta la storia di quattro assassini, che l’autore intervistò per cercare di comprenderne sino in fondo il pensiero, il carattere e il modus operandi. Durante il racconto spesso vengono effettuati dei collegamenti con casi ben noti di criminali seriali, che fungono da confronto con questi quattro. Vediamo così uno spaccato della vita di Douglas sia quando era nell’FBI, sia dopo essere andato in pensione (da allora lavora come consulente free lance). I quattro criminali raccontati in questo libro sono molto diversi l’uno dall’altro per carattere, tipologia di delitti, modalità di esecuzione, motivazione che spinse a commettere il fatto. Tutti molto diversi tra loro, eppure tutti efferati omicidi: chi si accanì per rabbia repressa con una vicina di casa di soli otto anni, colpevole solo di aver bussato alla porta di casa il giorno sbagliato, chi preferì scegliere come vittime delle ragazzine figlie di persone con sui aveva rapporti di amicizia, perché erano più facili da adescare, chi stuprò da adolescente, massacrò in età adulta più persone contemporaneamente per vendetta perché detestava essere fregato, chi infine uccise una settantina di persone affidate alle proprie cure per i motivi più disparati (ma fondamentalmente per il senso di potere dato da un tale gesto). Nel ripercorrere le quattro storie si vede l’orrore insito in persone all’apparenza normali, ma che in realtà sono mostri privi di scrupoli, consci del bisogno di uccidere, ma capaci allo stesso tempo, se necessario, di astenersi dal farlo per non destare sospetti sulla loro persona.

Al peggio non c’è mai limite…

Nonostante ciò che venga raccontato sia di notevole impatto emotivo, il libro ti tiene letteralmente incollato alle sue pagine sino a che non arrivi all’ultima pagina. Per cercare di capire perché, per vedere se alla fine hanno avuto quel che si meritavano, per conoscere anche modo pensano e come si è arrivati a capirlo. Una lettura interessante, anche se profondamente dolorosa per diversi aspetti.

Recensione: “Principi di patologia e antropologia forense”, G. Luca Marella e Giovanni Arcudi 6/21

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Ho comprato questo testo per la mia nota passione per la criminologia. Devo dire che si legge molto facilmente, in quanto scritto in linguaggio semplice e di facile comprensione anche per i profani. Nel testo vengono spiegati i principi della tanatologia, quella branca della medicina legale che si occupa dello studio dei cadaveri. Si spiega come, dallo studio dei resti scheletrici, è possibile a risalire a caratteristiche morfologiche dell’individuo come sesso, età, razza, altezza; come si stima l’intervallo post mortem in base allo studio di elementi come il grado di decomposizione e l’azione degli insetti saprofagi, come distinguere lesioni inflitte ante, peri e post mortem, soprattutto in contesti quali gli omicidi. Vengono classificati i tipi di morte, in base all’arma utilizzata e alla modalità di uccisione, unendo alla spiegazione un apparato fotografico, posto in appendice al termine del libro, così da rendere il tutto più chiaro. Ho apprezzato molto la strutturazione dell’opera e l’ho trovata molto utile, sia per chi abbia bisogno di un compendio riassuntivo per fissare dei concetti di base (da un punto di vista di studio), sia per chi, come me, nutre interesse per questa branca di studi.

Per gli argomenti trattati e le immagini contenute nel testo, ne consiglio la lettura solo a soggetti non impressionabili.

 

Recensione: “Musashi”, Yoshikawa Eiji 5/21

 

 

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Ho comprato questo libro nel lontano 2011 e, dopo aver letto il Gorin no Sho, mi è venuta voglia di rileggerlo, ben conscia del fatto che la storia narrata in questo libro sia un romanzo storico e non il resoconto della vita reale di Musashi. Naturalmente un oscrittore, nel romanzare una vicenda, può prendersi la libertà di creare personaggi e situazioni, ma bisogna sempre tenere a mente cosa è realtà e cosa è finzione. Il romanzo, da me letto nell’edizione ridotta di “sole” 840 pagine (quando decisi di comprarlo esisteva solo quella, ora invece esiste anche l’edizione integrale di più di 1200 pagine), racconta la vicenda di Musashi a partire dalla battaglia di Sekigahara del 1600, in cui egli combatté dalla parte dei perdenti, a soli 16 anni, sino al duello decisivo con Sasaki Kojiro, avvenuto nell’aprile del 1612. La storia viene narrata mediante un fitto intreccio di personaggi principali e secondari, che si snoda capitoo per capitolo.

Musashi, il cui nome originario è Takezo (Musashi è la lettura cinese degli ideaogrammi per Takezo), intraprende la Via del Samurai dopo la battaglia di Sekigahara, inizialmente affiancato dall’amivo Matahachi, traviato dauna donna di malaffare, Oko, e dalla figlia di lei, Akemi. In realtà Matahachi non ha lo spirito adatto per diventare samurai: pigro, indolente, più amante del sake e delle donne che della spada e della disciplina, finisce per prendere una strada che lo porta verso l’abisso. Incapace di uscirne da solo finisce per odiare l’antico amico, adducendo a lui la responsabilità dei suoei stessi errori e fomentando l’odio che sua madre, la vecchia megera Osugi, nutre ingiustamente per Musashi. Osugi, infatti, imputa a Musashi la colpa per il fatto che il suo adorato figliolo abbia abbandonato il villaggio per andare in battaglia. Qualunque errori Matahachi commetta, per Osugi è colpa di Musashi. Il suo odio si riversa anche su di un’altra persona: Otsu, promessa sposa di Matahachi, da questi abbandonata per lettera allorché si sposa con Oko. Otsu si innamora di Musashi e decide di seguirlo nelle sue peregrinazioni, anche se lui intende viaggiare da solo. Le loro strade si incontrano, si lasciano, scorrono parallele o per destinazioni opposte lungo tutta la storia.

Un altro personaggio importante per la narrazione è il monaco Takuan Soho, che viene considerato come un maestro di Musashi, il quale risolve più di una situazione e indirizza la storia verso il fine desiderato. Durante il cammino Musashi incontra tantissimi personaggi, alcuni storici, altri inventati. Viene ripercorsa la carriera dello spadaccino, con i famosi duelli contro i membri della scuola Yoshioka, più altri importanti scontri, tutti vinti dal ronin. Sino ad arrivare allo scontro finale contro Sasaki Kojiro, detto Ganryu. Anche di questo spadaccino viene descritto il percorso formativo e viene contrapposto a Musashi come persona arrogante e tronfia, malevola e invidiosa di Musashi, per cui inizia a nutrire un odio feroce, che lo porta a tessere insieme a Osugi delle treme a danno del nemico. Trame che in parte portano danno a Musashi e lustro a Kojiro. In ogni caso, alla fine, chi perde la faccia e la vita è proprio Kojiro.

Se leggiamo la storia come un romanzo fine a se stesso possiamo apprezzare l’intreccio narrativo, la struttura di romanzo di formazione, la presenza di elementi come la guerra, l’onore, la disciplina, il sentimento. Tutti elementi che hanno contribuito al successo della storia e del suo autore. Gli argomenti sono attuali, eppure il romanzo fu pubblicato a fascicoli tra il 1935 ed il 1939 sull’Asahi Shinbun, il quotidiano per antonomasia del Giappone. Un elemento per personalmente non ho apprezzato, ma che capisco sia stato inserito da un punto di vista narrativo per rendere il personaggio di Musashi più umano e più simpatico al lettore, è la storia di amore con Otsu. Sappiamo dalla biografia di Musashi e dalla sua opera che era misogino oltre ogni dire: detestava le donne ferocemente, infatti non si sposò mai. Per cui risulta completamente fuori luogo da un puinto di vista storico e biografico la presenza di Otsu che suscita amore in lui, e che alla fine del libro lui chiama addirittura sua moglie. Se il lettore con conosce la verità storica, finisce per essere tratto inesorabilmente in inganno e prendere per storia ciò che è solo romanzo. Ma questo è il rischio che si corre sempre quando si legge un romanzo storico senza conoscere a monte la realtà dei fatti.

E questa non è l’unica cosa non corrispondente alla realtà dei fatti. Anche la rivalità con Kojiro è romanzata, come i motivi che spingono Kojiro ad odirare Musashi. Se si legge la storia si sa che i due vennero a singolar tenzone perché esponenti di due famiglie rivali presso al corte Tokugawa, e l’esito del duello avrebbe rappresentato il trionfo di una famiglia a discapito dell’altra. Sicuramente, con il suo racconto, Yoshikawa ci rende Kojiro oltremodo odioso e fa sperare che Musashi gli dia una sonora batosta, cosa che poi realmente avvenne, per di più con un colpo solo.

Anche Osugi e Matahachi nella realtà dei fatti non sono menzionati, idem Otsu. Oersonagio storico è invece il monaco zen Takuan; tuttavia la storia ci dice che Musashi non lo incontrò mai personalmente.

Fatte queste dovute precisazioni resta comunque il fatto che il libro è molto bello da un pinto di vista narrativo e da un ottimo spaccato della vita quotidiana della società di quel periodo. Non dimentichiamo che Yoshikawa era figlio di samurai e quindi conosceve bene la cultura della sua casta.

 

Recensione: “Detective Hanshichi – Misteri e indagini nell’antica Edo”, Okamoto Kido 4/21

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Okamoto Kido, famoso autore del teatro kabuki e scrittore di racconti vissuto tra il XIX e il XX secolo, è noto al mondo occidentale soprattutto per i secondi. Fu il primo autore giapponese ad occuparsi del genere poliziesco e sua fonte di ispirazione furono Le avventure di Sherlock Holmes, lette peraltro in lingua originale, in quanto lo scrittore era anche un interprete. I racconti che narrano le avventure del detective Hanshichi sono ambientati in epoca Tokugawa, ad Edo (l’attuale Tokyo, capitale del governo dello shogun), più precisamente nel periodo che precedette le restaurazione Meiji (avvenuta nel 1868). In tutto ne furono scritti 69, tra il 1917 ed ili 1937, ma in italiano ne sono stati tradotti solo quattordici. Un vero peccato, permettetemi di dire, perché i racconti sono davvero scritti bene, coinvolgenti ed interessanti, perché ci danno uno spaccato ben definito di quella che era la società del tempo.

I temi in essi trattati sono i più disparati e spesso viene ad essi associati il soprannaturale, in quanto gli eventi narrati as un primo sguardo possono apparire come opere di un qualcosa di sovrannaturale. Ma lo spirito osservatore di Hanshichi riesce a cogliere quel particolare che svela l’arcano. Anche se, in un paio di occasioni, alcuni eventi restano misteriosi: per esempio, in Hiroshige e la lontra di fiume la presenza, su un tetto, del cadavere di una bimba di tre anni, viene spiegata dal detective per la presenza si un piccolissimo particolare sul collo della vittima, ma la soluzione del caso resta comunque una sua supposizione, non suffraga da prove concrete, che lascia il lettore col dubbio che qualcosa di diverso possa essere accaduto (non entro nei dettagli perché non voglio spoileravi il finale, qualora vogliate leggere il libro); in Cacofonia di gatti si racconta di una donna, soprannominata dal vicinato Signora Gatta (perché ospitava a casa sua circa una ventina di gatti e per questo considerata persona inquietante), che sembrerebbe essere stata stregata da tali animali (considerati nella cultura giapponese capaci di trasformarsi e possedere gli esseri umani e pertanto guardati con sospetto), al punto da essere vista trasformarsi in uno di essi; a questo fatto Hanshichi non trova una spiegazione razionale.

Per quanto concerne i temi trattati, si va dall’omicidio al suicidio, dall’aggressione al furto, dal rapimento alla truffa. Che dire ce n’è per tutti i gusti. Non voglio svelare le trame dei singoli racconti, perché rischierei di rovinare il piacere della lettura, che consiglio vivamente, perché nel leggere questo autore non direste mai che si tratti di qualcuno vissuto ormai un secolo fa, tanto il suo stile è moderno ed il suo modo di raccontare accattivante.

Recensione: “La vita quotidiana dei Vichinghi (800-1050)”, Regista Boyer 3/21

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In questo saggio sulla vita quotidiana dei vichinghi vengono trattati tutti gli aspetti importanti della società vichinga: la strutturazione della stessa, le abitudini di vita, il perché delle spedizioni in terre lontane, la cultura. Il tutto viene narrato con grande fluidità e semplicità cosicché anche il lettore non esperto può addentrarsi nei meandri delle peculiarità di questa popolazione. L’introduzione stessa ci porta nel mezzo di un evento considerato molto importante tra i vichinghi: il matrimonio. Un evento, questo, che comportava una certa spesa sia da parte della famiglia della sposa che di quella dello sposo. Partendo dalla narrazione di quello che poteva essere un matrimonio standard si scopre che presso i vichinghi il matrimonio era un contratto tra due famiglie, combinato quindi, e comportava il trasferimento della sposa presso il clan dello sposo. 

Il clan è la struttura base della società vichinga; è retto da un capoclan, che è anche il responsabile delle spedizioni per mare, per motivi prettamente economici, anche se, qualora l’occasione si presenti, la spedizione può diventare una colonizzazione, più o meno cruenta, talvolta persino richiesta dai popoli colonizzati (vedi il caso della Russia, il cui stesso nome deriva dall’appellativo dato ai vareghi (i vichinghi che si stabilirono in questa zona) dalle popolazioni locali (Russia starebbe ad indicare il paese abitato da coloro dai capelli rossi). Si scoprono così fatti interessanti e vengono sfatati dei miti creati sostanzialmente dai racconti di autori della Chiesa cattolica, che dipinsero i vichinghi come dei barbari devastatori.

Molto interessante è la parte del libro che racconta la vita quotidiana a terra, scandita da due stagioni, quella estiva e quella invernale, durante le quali il clan aveva dei compiti ben precisi da portare a compimento. Scopriamo quindi che l’uomo vichingo era versato in diverse arti manuali: dalla falegnameria, fondamentale per la costruzione delle imbarcazioni e delle abitazioni, alla lavorazione del metallo, alla tessitura. Perché tra i vichinghi la tessitura, non era solo affar di donne. I prodotti tessili vichinghi, infatti, realizzati con la lana delle pecore da loro allevate, erano importante merce di scambio nei mercati europei.

Un capitolo a parte merita la trattazione inerente la letteratura che tratta dei vichinghi: apprendiamo che le saghe che trattano di essi sono tutte fonti posteriori alla loro epoca, di redazione islandese. Pertanto ciò che in esse viene narrato deve essere preso con le pinze, perché spesso non rispecchia ciò che accadeva nella società vichinga, ma usi e tradizioni posteriori di un secolo o due.

Consiglio la lettura di questo libro a chi voglia conoscere meglio l’etnologia di questo popolo, ma anche a tutti coloro che ritengono che vichinghi siano dei barbari con l’elmo a punta e fornito di corna (tipologia di elmo mai utilizzato e frutto di racconti e fantasie ben posteriori, sapevatelo!).

Recensione:”Gorin no Sho – Il libro dei cinque anelli” Miyamoto Musashi, a cura di Leonardo Vittorio Arena 2/21

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Miyamoto Musashi, per chi conosce la storia dei samurai, è un personaggio ben noto. Vissuto nel 1600, praticamente alla fine dell’epoca Sengoku (Sengoku jidai, ovvero epoca degli stati combattenti) e all’inizio dell’epoca Tokugawa, Musashi fu un ronin, ma diversi dagli altri: infatti, se in generale la figura del ronin era quella di un samurai senza più un padrone, perché defunto o caduto in disgrazia (e spesso le due cose potevano coincidere), nel caso di Musashi il padrone non esistette affatto. Libero da obblighi sin dall’inizio della propria attività, che avvenne quando ancora era un adolescente, le notizie sulle sua vita in realtà sono in parte avvolte nella leggenda. Di lui sappiamo che fu uno spadaccino formidabile, imbattuto (a suo dire, ma non a dire di cronache altrui), maestro nella tecnica delle due spade (la casta del samurai era l’unica ed assessore autorizzata a portare su di sé due spade, una lunga ed una corta; Musashi le brandiva contemporaneamente, mentre di solito il samurai ne brandiva una alla volta, con entrambe le mani). Sappiamo che divenne così bravo non per aver frequentato chissà quale scuola elitaria, ma attraverso un percorso di autodidatta, così almeno lui dice, che lo portò a più di 60 duelli nell’arco della sua attività, tutti, sempre a suo dire, vinti. La sua figura divenne per così emblematica da ispirare film ed opere letterarie, come quella, molto famosa, di Yoshikawa Eiji, scritta ad inizio ‘900 e tradotta anche in italiano.

Nel Gorin no Sho, ovvero il Libro dei cinque anelli, Musashi mette per iscritto la sua dottrina, dei “due cieli: una scuola” (niten ichiryu) e delle “due spade: una scuola” (nito ichiryu). Il libro è suddiviso in 5 capitoli, i 5 anelli appunto, che richiamano gli elementi naturali: terra, acqua, fuoco, vento e vuoto. Il primo introduce all’argomento, il secondo tratta in maniera esoterica i principi della scuola (è scritto in maniera talmente ermetica da risultare spesso incomprensibile), il terzo ne parla invece diffusamente in maniera essoterica, il quarto fa una panoramica delle altre scuole, senza però citarne i nomi, considerate da Musashi tutte carenti e incomplete, il quinto parla del vuoto. Per quanto di piccole dimensioni, è un libro di non facile lettura. I concetti in esso espressi però, soprattutto per quanto concerne il libro del fuoco, sono stati fonte di ispirazione non soltanto per i samurai del suo tempo e delle epoche successive, ma anche per figure moderne come i manager, che ne studiano la dottrina applicandola al mondo del lavoro attuale.

La traduzione è a cura di Leonardo Vittorio Arena (vedi qui e qui).

Recensione:”Il pennello e la spada – la via del samurai”, Leonardo Vittorio Arena 1/21

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Se già avete avuto modo di leggere qualche libro di Leonardo Vittorio Arena, molto probabilmente avete apprezzato, come me, il suo stile fresco e leggero (vedi). In questo libro, dopo aver affrontato altrove quella che fu la storia dei samurai, l’autore si concentra invece su alcuni aspetti specifici di questa figura, come ad esempio la caratterizzazione delle donne appartenenti alla classe dei samurai; l’interesse del samurai per il nanshoku, il “colore maschile”, ovvero una forma di omosessualità molto diffusa trai samurai e non solo; il dualismo spada e pennello, ovvero uomo di azione e uomo di lettere; o, ancora, la spiritualità del samurai. Questo ed altro ancora viene narrato con i consueti episodi narrativi ad inizio capitolo, molto utili per rendere a vividi colori l’argomento, oltre che calarlo in quella che era la quotidianità di queste persone dell’epoca Tokugawa. Gli ultimi due capitoli sono dedicati da un lato alla vicenda del seppuku di Mishima Yukio, avvenuto nel 1970, dall’altro all’intervista effettuata dall’autore ad un intellettuale americano esperto dell’ideologia del samurai. Il libro si legge velocemente e senza alcuna fatica, motivo per cui mi sento di consigliarlo a chi voglia vedere i samurai anche da un punto di vista diverso.

Recensione: “Storia dei samurai – cronache del periodo degli stati combattenti”, Francesco Dei 49/20

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Con la recensione di questo libro si conclude il mio anno di letture. Sapevo di essere una lettrice accanita, ma non pensavo così tanto! L’anno si chiude quindi all’insegna della storia dei samurai. In questo libro di Francesco Dei viene raccontato il periodo degli stati combattenti, ovvero il Sengoku jidai, periodo importantissimo per la storia giapponese, durante il quale avvenne la riunificazione del paese sotto un unico dominatore, dando così invia all’epoca Tokugawa, che durò per 250 anni, sino alla restaurazione Meiji, del 1868, con la quale l’imperatore riprese dopo secoli il controllo del potere politico del paese.

Il libro incentra la narrazione sulle tre figure ad opera delle quali la riunificazione del Giappone fu possibile: Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu. Dei tre, l’unico in grado di fregiarsi del titolo di shogun era Tokugawa Ieyasu, in quanto erede della famiglia Minamoto. Ma senza le azioni di Nobunaga prima e di Hideyoshi poi, Ieyasu non avrebbe mai potuto raggiungere lo status di shogun. Nel libro viene analizzata nei minimi dettagli tutta la contesa, dall’ascesa dei tre protagonisti, alle battaglie più importanti della storia del Giappone, alla morte dei tre condottieri. Tre samurai, l’uno diverso dall’altro, di origini diverse, ma con un unico obiettivo: rendere la miriadi di province nipponiche, rette da daimyo sempre in lotta tra di loro, un’unica nazione, sotto un’unica bandiera.

Ho apprezzato molto questo libro, scritto in maniera semplice, senza fronzoli, con l’intento, a mio parere ben riuscito, non solo di raccontare i fatti nudi e crudi, ma di spiegare anche le strategie, il modo di pensare, dei protagonisti di queste vicende. 

Recensione:”La bella storia di Shidoken”, Hiraga Gennai, a cura di Adriana Boscaro 48/20

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Hiraga Gennai è una figura peculiare della letteratura giapponese. Vissuto in epoca Tokugawa, precisamente nel XVIII secolo, come viene raccontato nell’appendice alla fine del libro, fu uomo di grande cultura, amante della cultura occidentale, inventore, letterato multiforme, noto sotto vari pseudonimi, dalle alterne fortune. Scrisse sia testi di stampo serio, tra cui anche opere teatrali, sia testi leggeri, ironici, come l’opera Hohiron (“Sui peti”… si avete capito bene!) e Naemara in’itsuden (“Biografia di un cazzo ammosciato in romitaggio”!!!), dove utilizza il linguaggio comico, ironico, divertente, per mettere alla berlina tutte quelle situazioni del suo tempo che a suo parere debbono essere criticate.

Opera ironica è anche Furyu Shidoken den (“La bella storia di Shidoken”), che racconta la straordinaria storia di Asanoshin, noto poi come Shidoken, personaggio realmente esistito. Nell’opera vengono riproposti in via del tutto ironica dei temi cari alla letteratura del tempo, come alcuni stereotipi narrativi tipici di storie come quella narrata nel Taketori Monogatari, dove la protagonista nasce in maniera prodigiosa e si rivela un personaggio di natura superiore al mondo; solo che in questo caso l’utilizzo fatto di certi topoi letterari è tutto volto alla presa in giro, all’attacco alla società. E ciò diviene manifesto nel procedere della narrazione. Ma cosa racconta di preciso il caro Gennai?

Asanoshin nasce in maniera prodigiosa ( e già nel leggere tale prodigio non si può fare a meno di ridere sotto i baffi) e per questo motivo i genitori decidono che debba farsi monaco, perché era credenza comune che le persone nate in modi sovrumani avessero per controparte una vita molto breve e che l’unico modo per prolungarla fosse renderli servitori della divinità. Ma il povero Asanoshin non è interessato alla vita monastica (anche perché è un adolescente che ha ben altro per la testa). Succede così che attraverso un evento prodigioso (altra presa in giro di stereotipi letterari) incontra colui che darà una svolta alla propria vita, il maestro Furai Sennin (il senni è una figura che ottiene poteri magici straordinari attraverso una vita di privazioni, anche in questo caso la situazione è molto ironica), il quale dona ad Asanoshin un ventaglio magico, grazie al quale il giovane farà un prodigioso viaggio in lungo e in largo in tutto il mondo, per conoscere in maniera approfondita tutti i luoghi dove si pratica l’amore. Praticamente un viaggio per i bordelli terrestri, senza distinzione tra prostituzione femminile o maschile! Dopo aver fatto questo bel viaggio, Asanoshin visita dei paesi mitici, come quello dei Giganti, dei Pigmei, dei Gambalunga e dei Bracciacorte, dei Pettiforati; arriva alla corte cinese, dove rischia seriamente di perdere la testa (e chi non rischierebbe, infilandosi di soppiatto nell’harem dell’imperatore cinese?) e dove il ventaglio manco finisce irrimediabilmente distrutto, per finire il proprio viaggio nel Paese  delle donne, dove diventa un prostituto insieme agli sfortunati membri dell’equipaggio della nave su cui viaggiava. Ed è proprio qui che infine gli riappare Furai Sennin, che gli spiega il significato del lungo viaggio e le sue manchevolezze (il tutto sempre in via ironica).

Come ben spiegato nell’introduzione di Adriana Boscaro, l’opera è tutt’altro che di semplice lettura, per lo meno in lingua originale, perché Gennai utilizza benissimo i diversi livelli linguistici del giapponese e dei suoi kanji, per fare dei giochi di parole che ricalcano e prendono in giro la terminologia seria. Questa difficoltà viene bene esplicata nell’apparato di note a fine testo. Inoltre è molto interessante l’approfondimento redatto nelle due appendici, la prima che racconta la storia dello Yoshiwara, il quartiere di piacere di Edo (Tokyo), la seconda, già citata, sulla vita e le opere di Gennai.

Recensione: “I Celti – dal mito alla storia”, Olivier Buchsenschutz 47/20

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Quando ho acquistato questo libro mi aspettavo di trovare una trattazione diffusa della storia dei Celti, oltre che un approfondimento sul loro stile di vita, sulla loro religione, su tutti gli aspetti della loro vita quotidiana. Invece in questo libro non c’è niente di tutto questo. E’ una semplice trattazione dal punto di vista archeologico delle emergenze, singole, multiple, sia architettoniche che funebri, di questa popolazione. Un trattato per gli addetti ai lavori, o per chi studia tali argomenti; il linguaggio è tecnico, si danno per assodati concetti che al lettore medio, ignorante in materia, sono del tutto ignoti. Ho davvero fatto fatica a procedere nella lettura, eppure non sono digiuna di archeologia, avendo una laurea in materia; più volte mi sono sorpresa ad essermi quasi addormentata mentre arrancavo tra termini quali cultura di Hallstatt, di La Téne, Wuttemberg e simili. E alla fine ho lasciato perdere la lettura arrivata la penultimo capitolo, perché per tutta la durata del libro speravo sempre che ci fosse qualche capitolo che mi desse qualcosa di quello cercavo, ma ormai la misura era colma e non ne potevo più dalla noia. L’archeologia è una materia bellissima, ma bisogna saperla divulgare. Se non si tocca l’argomento usando un linguaggio adeguato, si rischia di renderlo off limits per i più. Le stesse cose scritte in quel linguaggio ricco di tecnicismi e monotono, potevano essere raccontate in maniera molto diversa.

Alla fine cosa mi è rimasto di tutto quello che ho letto? Se mi chiedeste chi erano i Celti direi che boh, non lo so, perché sembra non saperlo neanche chi scrive, dato che tende a precisare che le cose che si sanno attraverso gli autori romani non sono spesso corrispondenti alla realtà dei fatti, ma travisate. L’unica cosa che mi è rimasta impressa è che mangiavano i cani, come i cinesi. Per il resto, cercherò altri testi che mi possano illuminare su un argomento che ritengo possa essere interessante. Ma non mi sento di consigliare la lettura di questo libro, a meno che non sia per finalità di studio specifico.