Recensione: “Taketori Monogatari – Storia di un Tagliabambù”, a cura di Adriana Boscaro 21/20

61N9eS38LQL

Il Taketori Monogatari è la prima opera giapponese appartenente al genere del monogatari. Racconta la storia di un tagliabambù che, durante il suo lavoro, trova tra le piante che deve tagliare una bambina di piccole dimensioni, che risplende tanta è la sua bellezza. Decide di adottarla e la porta a casa, dove la affida alle cure della moglie. Alla bambina viene dato il nome di Kaguyahime (la principessa splendente). Che si tratti di una creatura fuori dal comune lo si capisce subito, anche perché in pochi mesi cresce sino a diventare di dimensioni normali e adulta. Il tagliabambù, grazie a questa fanciulla, viene baciato dalla fortuna e diventa ricco. La notizia della bellezza della ragazza si sparge e così arrivano alla porta di casa tantissimi pretendenti, ma vengono tutti respinti. Alla fine ne restano solo cinque, che Kaguyahime sottopone ciascuno ad una prova impossibile, con il solo scopo di liberarsene; cosa che le riesce senza problemi. Persino l’imperatore rimane affascinato dai racconti su di lei e chiede che vada a corte al suo servizio, ma anche stavolta Kaguyahime si rifiuta.

Il perché viene presto svelato: Kaguyahime non è abitante della Terra, ma viene dalla capitale della Luna e lì deve tornare; vengono così a riprenderla i suoi compaesani e nel tornare a casa scorda tutti coloro che ha incontrato durante la sua permanenza a casa del tagliabambù.

La storia è breve, il libretto si legge agevolmente in poche ore. Molto interessante la parte introduttiva di Adriana Boscaro, che spiega la composizione dell’opera e approfondisce la sua genesi.  Anch’esso fa parte della collana Mille Gru edita da Marsilio.

Recensione: “Izumi Shikibu Nikki – Diario di Izumi Shikibu”, a cura di Carolina Negri 20/20

51xz55rjzpL._SX330_BO1,204,203,200_

Questo libretto di rapida lettura, definito da alcuni monogatari (vedi la recensione del Genji Monogatari) da altri Nikki (diario, come dal titolo), racconta la storia d’amore tra Izumi Shikibu, dama il cui nome, come già visto nel Genji Monogatari, non è quello reale, ma indica delle cariche ricoperte a corte da padre o altri parenti (fratello o marito) e il principe Atsumichi.

La narrazione ricopre un arco di 10 mesi, durante i quali si sviluppa la relazione tra i due, personaggi realmente vissuti, in quanto la donna era poetessa famosissima nella corte giapponese vissuta a cavallo del X e dell’ix secolo d.C. e l’uomo fratello del principe Tametaka, entrambi figli dell’imperatore Reizei, con cui Shikibu aveva avuto una relazione e morto improvvisamente in giovane età. La storia comincia proprio a pochi mesi dalla morte di tametaka, quando Atsumichi scrive a Shikibu, e prosegue tra alti e bassi, esplicitati, come spesso avviene nelle storie del periodo Heian, da versi che inframmezzano la narrazione in prosa. Se avete letto il Genji Monogatari e vi è piaciuto, allora apprezzerete sicuramente anche questo racconto, in quanto vi sono molti punti in comune tra i temi delle sue opere, e diverse poesie qui citate lo sono anche nella storia di Murasaki Shikibu.

Il libro, come il Kojiki, di cui ho già scritto, fanno parte della collana della Mille Gru della Marsilio, dedicata ai classici della letteratura giapponese, che pian piano sto acquistando e leggendo. La traduzione ed il commento sono a cura di Carolina Negri.

Recensione: “Crimini e farfalle”, di Cristina Cattaneo e Monica Maldarella 19/20

crimini-e-farfalle-928

In questo libro di agevole lettura Cristina Cattaneo e Monica Maldarella affrontano il tema delle scienze naturali applicate alla criminologia. In ogni capitolo viene analizzata una delle discipline protagoniste, raccontando come essa sia connessa all’analisi di una scena del crimine. Il tutto correlato da interessanti immagini di scene del crimine reali. Le discipline analizzate sono: l’antropologia forense, indispensabile quando si ha la necessità di analizzare resti umani ormai schelotrizzati; l’archeologia forense, che utilizza le metodiche di scavo archeologico nell’analisi della scena del crimine; la zoologia forense, importante sia quando si devono distinguere resti umani da resti animali, sia quando si vuole identificare l’origine di tracce presenti su ossa e tessuti, riconducibili all’intervento di qualche specie animale; la botanica forense, che può essere utile nello stabilire una datazione sulla morte di una vittima, o anche dove questa vittima sia stata uccisa, attraverso l’analisi di radici, foglie, pollini; l’entomologia forense, importante nello stabilire quando una vittima sia morta in base allo studio degli insetti che hanno proliferato sulle sue spoglie; l’analisi biologica delle alghe presenti sui resti umani; infine l’applicazione dell’antropologia forense sui viventi.

Ciascun tema viene affrontato con un linguaggio semplice, in grado di raggiungere anche una platea di non esperti. Alla fine della lettura si è più consapevoli di quante discipline entrino in gioco nelle indagini per un omicidio e di quanto importante sia il lavoro di questi esperti nella risoluzione dei casi. Ho comprato questo libro dopo averne già letto uno di Cristina Cattaneo e anche stavolta non sono rimasta delusa.

Un unico suggerimento: se non reggete la vista di ossa, insetti e resti umani, o evitate le immagini, o evitate la lettura.

Recensione: “Tracce Criminali”, di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. 18/20

51FVmiRuceL

 

Questo saggio della coppia Lucarelli e Picozzi racconta le storie di alcuni omicidi attraverso l’analisi delle prove. Ogni capitolo del libro è incentrato su un tema specifico, che viene analizzato anche attraverso la storia di crimini in cui quel tema è stato fondamentale per la risoluzione del caso. Si parte così trattando delle impronte digitali, i liquidi biologici e il sangue, le impronte (di morsi, attrezzi, o l’impronta vocale), per arrivare alle microtracce, all’ingegneria forense e all’utilizzo delle nuove tecnologie. Tra i crimini raccontati la morte di Lady Diana, gli omicidi di Michele Profeta e di Ferdinando Carretta, gli Atlanta Child Murders.

Ogni argomento viene trattato con il solito acume e lo stile diretto e graffiante che i lettori di Lucarelli conoscono bene; il linguaggio semplice e conciso tiene l’attenzione del lettore fissata sull’argomento trattato, spiegato come sempre con dovizia di particolari e in maniera tale da essere accessibile anche per i non addetti ai lavori.

Penso sia un libro utile per chi vuole saperne di più dell’analisi degli elementi che compongono un’indagine e che portano alla soluzione dei crimini.

Recensione: “Genji Monogatari” / “La storia di Genji, di Murasaki Shikibu, 17/20

Il Genji Monogatari è una pietra miliare della letteratura giapponese. In tutti i sensi. se decidete di leggere quest’opera sappiate che vi accingete ad affrontare un’impresa titanica. Il libro è un poderoso mattone, di 1325 pagine, più l’introduzione di Maria Teresa Orsi (fondamentale da leggere se si vuole capire il contesto dell’opera e la sua struttura) le note relative ad ogni capitolo (anch’esse di necessaria lettura e vi spiegherò poi perché), il glossario.

Per portare a termine la lettura di questo romanzo mi ci è voluto un mese e mezzo, ma ne è valsa la pena.

Il Genji Monogatari è esponente di spicco del genere dei monogatari, romanzi che narrano storie di amore, scritto presso la corte imperiale del Giappone medievale. E’ un’opera molto particolare per noi occidentali, per diversi motivi: innanzitutto è stata scritta da una donna, Murasaki Shikibu (Murasaki è il cognome, ma sappiate che si tratta di uno pseudonimo; non conosciamo il suo vero nome); in secondo luogo può essere considerata come la prima opera compiuta di narrativa della letteratura giapponese. Non che prima di Murasaki non ci fossero scrittori alla corte giapponese, ma nel suo caso l’opera presenta una profondità, sia per ambientazione che per caratterizzazione dei personaggi, molto simile ai romanzi moderni.

Prima di raccontare la trama vorrei porre in evidenza quale fosse la condizione della donna giapponese durante l’XI secolo, periodo in cui è vissuta Murasaki (e la situazione sarà tale per secoli): mentre le donne comuni avevano un margine di libertà maggiore, le donne della nobiltà vivevano praticamente relegate in ale delle magioni ad esse riservate. Possiamo quindi immaginare quanto potesse essere difficile per loro conoscere esponenti del sesso maschile. La loro istruzione era limitata rispetto a quella degli uomini: sapevano scrivere, ma spesso sono utilizzando i Kana (scrittura sillabica) e non i kanji (gli ideogrammi); inoltre non parlavano né sapevano scrivere in cinese, la lingua dei Tang, che era la lingua dotta della corte giapponese; pensate che le opere di poesia venivano spesso composte in questa lingua. Tale condizione viene chiaramente esplicitata nel nostro monogatari. Murasaki Shikibu rappresenta un’eccezione nel panorama femminile della corte imperiale: non solo era una donna di profonda cultura, ma il suo livello di educazione era elevatissimo; lei stessa racconta in un suo diario di aver appreso il cinese ascoltando le lezioni che venivano impartite al fratello; il padre si lamentava della sfortuna toccatagli, in quanto il figlio maschio non brillava nell’apprendimento della lingua, mentre la femmina era molto più brillante. Approdata alla corte imperiale come dama di compagnia dell’imperatrice, la stessa sovrana le chiede di insegnarle la lingua dei Tang, cosa che Murasaki fa in grande segreto.

Che la cultura di Murasaki sia molto vasta lo si apprende anche attraverso la lettura del suo romanzo. L’opera è letteralmente infarcita di citazioni di altre opere, di narrativa ma soprattutto poetiche, al punto che per coglierle tutte è necessario affidarsi al nutrito apparato di note a fine libro. I topoi letterari sono una costante, spesso ripetuti. E una costante è la poesia…. ogni occasione è buona per citare dei versi noti o comporne di nuovi, magari facendo il verso a poesie famose all’epoca. Ma nessun problema, le note aiutano anche in questo caso.

Ma di cosa parla la storia di Genji? chi è questo Genji? Dunque, scendiamo nel dettaglio. Innanzitutto Genji è il cognome del protagonista, non sappiamo il suo nome. Durante la storia viene chiamato soprattutto Sua Signoria, o con il titolo che ha acquisito in quel momento della narrazione. Questo vale per tutti i personaggi, che sono indicati con la carica avuta a corte (quindi se vengono promossi cambieranno nome) o, nel caso delle donne, con la carica del padre, o del marito, o del fratello, a meno che non abbiano un compito ben preciso a corte (per esempio Prima dama delle stanze interne). Anche questo è un chiaro sintomo della considerazione della donna in questa società.

Ma torniamo a Genji. Il protagonista del libro (eccezion fatta per gli ultimi dieci capitoli, che raccontano la storia di suo figlio e suo nipote) è il figlio dell’imperatore e di una consorte secondaria, la più amata e per questo odiata dalla consorte imperiale. La madre di Genji muore quando lui è ancora piccolo, perciò il padre lo affida alla nonna. Nutrendo un grandissimo affetto per il figlio preferito, l’imperatore cerca di proteggerlo dalla corte e per questo motivo non lo nomina erede al trono, anzi, addirittura lo riduce a semplice funzionario, e per questo gli assegna il cognome Genji (o Minamoto). Infatti i membri della famiglia imperiale non hanno un cognome.

La storia di Genji prosegue descrivendo la sua crescita e non appena il ragazzo (che diventa uomo per la società di quel tempo a 12 anni) comincia a conoscere l’universo femminile, ne rimane totalmente invischiato. Per tutta la durata dell’opera si raccontano i suoi amori, perciò non aspettatevi battaglie o scene truculente, perché qui si parla solo di come Genji corteggia le donne che ama e di come conquista trofei. E ne conquista tanti, perché a quanto pare era il più bello della corte, tanto da essere chiamato lo Splendente. Comunque, anche se così bello, non sempre ha fortuna con le donne, ma nove volte su dieci sì. Non sto qui a raccontare tutte le situazioni che vive, ma vi posso garantire che sono davvero tante.

Voglio invece soffermarmi su come si corteggiavano le donne alla corte del mikado. Innanzitutto sappiate che si faceva tutto a scatola chiusa. Genji corteggia le sue “vittime” il più delle volte senza neanche sapere che faccia hanno, perché si innamora di un fruscio di una veste, o di una chioma vista per un istante, o di una flebile voce, o ancora della grazia con cui la donna di turno scrive o suona uno strumento musicale. E anche quando riesce a superare cortine e separè vari per consumare l’amplesso (che mai viene descritto esplicitamente), tutto succede al buio. E può succedere anche che si prenda la donna sbagliata…

I suoi amori sono per Genji fonte di guai: viene persino esiliato per una storia sbagliata. ora, al di là del tema dominante di questo libro (non sono amante delle storie d’amore), ritengo che davvero valga la pena di leggerlo perché davanti agli occhi del lettore moderno si apre un mondo del tutto diverso, con delle regole proprie e a volte diametralmente opposte rispetto alle nostre. Personalmente ho imparato tantissimo. Perciò non posso che invitare a leggervi.

P.S: gli ultimi dieci capitoli raccontano la storia di Kaoru, figlio di Genji, e del principe Niou, nipote di Genji (è figlio della sua unica figlia, che diventa imperatrice). Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. Comunque io tifo per Kaoru!

Recensione:”Kojiki – un racconto di antichi eventi”, a cura di Paolo Villani 16/20

kojiki

Questo testo, probabilmente finito di compilare da tale Yasumaro, nobile della corte giapponese, intorno al 712 d.C., raccoglie i racconti mitologici giapponesi, a partire dalla creazione. Il libro è suddiviso dallo stesso Yasumaro, che scrive un memoriale all’inizio all’opera (in cui spiega perché sia stato scritto e come sia stato organizzato) in tre parti, per dirla con le sue stesse parole “la narrazione ha inizio con le origini del mondo e termina con chi sedette sul trono a Woharida”  (ovvero l’imperatore Jomei, padre di Tenmu, quest’ultimo imperatore ispiratore della composizione di quest’opera). Fondamentalmente, nel primo capitolo si narra l’origine del mondo con tutta la genealogia divina, definito da Paolo Villani il “tempo sacro”, nel secondo capitolo si raccontano le storie di sovrani semidivini, protagonisti di un “tempo lontano”, nel terzo capitolo infine vengono narrate le storie di sovrani umani, vissuti in un “tempo vicino”, sino ad arrivare all’imperatrice Suiko, nonna di Tenmu, di cui si parla brevemente.

Paolo Villani, nell’introduzione all’opera, ci spiega non solo la struttura, il tema, ma anche le problematiche connesse alla composizione. Si tratta della prima opera della letteratura giapponese, composta in prosa, con numerosi inserti in versi; potremmo paragonare il lavoro di Yasumaro a quello di Omero, ovvero mettere per iscritto i racconti tramandati oralmente dai cantori e le canzoni della tradizione orale; inoltre l’opera di Yasumaro è il primo tentativo di mettere per iscritto la lingua giapponese, utilizzando gli ideogrammi della lingua cinese, i kanji, insieme ai segni fonetici sillabici dei kana, per facilitare la lettura degli ideogrammi stessi, che possono avere più di un significato. tutte le difficoltà di lettura e traduzione sono bene esplicitate da Villani.

Un elemento particolare è dato dai lunghi elenchi di genealogie presenti nel testo: per ogni imperatore sono elencati tutti i figli e la cosa a lungo andare può rendere la lettura un po’ ostica, soprattutto perché i nomi sono a dir poco lunghi e di difficile lettura e parecchie volte uno stesso personaggio ha più nomi con cui viene indicato nel corso della narrazione; ne faccio un esempio lampante: nel primo capitolo, dopo un lungo elenco di padri e figli si arriva al “sacro Amenofuyukinu, che dal matrimonio con una figlia del sommo Sashikuni che chiamiamo principessa Sashikunikawa ebbe il sacro Ohokuninushi che chiamiamo in cinque modi, e gli altri sono sacro Ohoanamuji, sacro Ashiharashikowo, sacro yachihoko, sacro Utsishikunitama”.

Ma perché leggere il Kojiki? Per diversi motivi: innanzitutto se guardiamo alla mitologia in senso stretto, troviamo le storie di Izanami e Izanagi (nel testo scritto però Izanaki), di Amaterasu, Susanoo (nel testo Susanowo), che sono le divinità più conosciute del pantheon shinto; in secondo luogo perché se vogliamo capire le tradizioni, la cultura, il modo di pensare, di agire e di scrivere di questo popolo, dobbiamo partire dalle basi ed il Kojiki rappresenta le fondamenta di questo popolo; infine, e questa è la mia opinione strettamente personale, perché ci sono dei passaggi davvero divertenti e situazioni strampalate, grottesche, ma anche altamente poetiche.

Recensione:”Mordimi! – Una storia d’amore”, Christopher Moore 15/20

Terzo capitolo della trilogia sulla vampira della porta accanto di Christopher Moore. Se non avete letto i primi due e vorreste farlo, non leggete oltre perché ci sono degli SPOILER.

La storia prosegue dalla chiusura di Suck!. Al centro di questo libro non ci sono tanto Jody e Tommy, che peraltro compaiono come attori non protagonisti, ma Abby Normal, la “schiava” della coppia di Nosferatu più sfigata della storia. Prosegue in questo libro l’espediente di Moore di vedere in determinati capitoli la storia dal punto di vista proprio di Abby, che scrive un diario digitale della vicenda con un linguaggio alquanto pittoresco; a ciò si aggiunge che in ogni capitolo ci sono ulteriori suddivisioni in base ai personaggi seguiti in quel momento. Al centro della storia ci sono lei, il suo ragazzo Steve “Foo ninja dell’amore” (lo chiama così nonostante lui precisi di continuo di essee cinese) Wong, i due poliziotti onnipresenti, come l’Imperatore e la ciurma degli Animali (che però appaiono meno rispetto ai libri precedenti), un samurai con katana dal nome Okata, tre vampiri di vecchia data e dulcis in fundo Chet… il mega gatto vampiro che combina un casino a San Francisco, trasformando gatti in vampiri a destra e a manca e uccidendo poveri malcapitati senzatetto. Jody e Tommy compaiono dopo diversi capitoli, in quanto inizialmente impossibilitati a muoversi perché placcati in bronzo geniale trovata di Abby).

La narrazione procede con un ritmo più rapido rispetto a Suck!, ci sono molti momenti divertenti, situazioni inverosimili e anche molto imbarazzanti (uno su tutti: coda di topo), ma anche attimi di tristezza. Diciamo che si ride, ma si resta anche con un po’ di amaro in bocca, o ferroso, se consideriamo la dieta principale dei vampiri. Ho apprezzato questo libro più di Suck!, al contrario di altre opinioni che ho letto e sentito al riguardo, per cui Mordimi! sarebbe più scadente rispetto ai primi due. Naturalmente de gustibus non disputandum est, se vi capita di leggere questa trilogia mi piacerebbe sapere anche la vostra opinione! Buona lettura!

Recensione:”Ninja * Il guerriero ombra”, Joel Levy 14/20

Terzo libro della serie sui ninja, si compone di cinque parti principali, in cui vengono analizzati la storia dei ninja, l’equipaggiamento, l’addestramento al ninjutsu, le operazioni ed infine viene proposto un interessante discorso sulla cultura ninja e le controversie ad essa collegate.

Un surplus di notevole gradimento da parte mia è la presenza di illustrazioni, in parte dipinti giapponesi ed in parte rivisitazioni ex novo, ma in stile giapponese, connesse all’argomento. Gradevole anche la grafica del testo, scritto su uno sfondo che riprende l’antica pergamena, con i numeri dei capitoli in giapponese.

I contenuti sono stati di grande interesse, ho trovato un racconto interessante e approfondito, corredato da una bibliografia posta a fine libro. Vengono raccontati gli aspetti storici, cosa per me molto importante per inquadrare questi fenomeno, e sono poi trattati in maniera approfondita i vari aspetti della cultura ninja.

Anche la parte finale sulle controversie relative alla reale esistenza o meno dei njnja è stata utile. Un libro sia bello che utile, da leggere.

Recensione:”Shonin-ki”, Natori Sanjuro Masazumi 13/20

Il sottotitolo di questo libro è “L’insegnamento segreti dei ninja”. E qui finalmente leggiamo qualcosa di inreressante all’argomento, a partire dall’introduzione curata da Marina Panatero e Tea Pecunia, dove l’opera viene inquadrata perfettamente sia da un punto di vista storico, sia per quanto concerne la storia di colui che la scrisse, capo di una scuola ninja nota come Natori-ryu. Interessante poi la parte in cui vengono proposte delle “pillole, aneddoti e curiosità sulla storia dei ninja”, dove tra le altre cose viene fatto un excursus storico sugli shinobi dalle origini del ninjutsu sino alla fine di tale pratica. Solo nell’introduzione di questo libro si trovano molte più informazioni di quante ne abbia letto nel libro recensito in precedenza (vedi articolo precedente al riguardo).

Una volta letta questa parte si entra nel vivo della narrazione di un trattato scritto da Natori Sanjuro Masazumi nel 1681, ad uso e consumo del nipote e poi di tutti colori istruiti al sapere della Natori-ryu. Il trattato consta di tre parti, i capitoli di apertura, dove si spazia dall’equipaggiamento dello shinobi a come introdursi in una casa o infiltrarsi in vari luoghi, al camuffarsi, sino a comd fare lavoro di squadra. Nei capitolo mediani, tra le altre sono interessanti le parti in cui si disquisisce su alcune formule magiche e poi sulla fisiognomica. Nei capitoli finali si dà importanza al linguaggio del corpo, al controllo mentale (importante mantenerlo per tutta la durata della missione) e all’improvvisazione.

Devo dire che ho trovato dei concetti che nonostante siano stati scritti nella seconda metà del 1600 sono piuttosto attuali. Diversi sono stati gli spunti di riflessione che questo libro mi ha fornito, oltre al fatto di avermi dato delle informazioni di vario tipo sui ninja e avermi così permesso di avere un quadro più chiaro sull’argomento. Cosa secondo me non secondaria, io trattato è scritto con un linguaggio semplice e diretto, di facile comprensione e scevro da voli pindarici, sicché si resta sempre ancorati alla lettura del testo e non ci si perde, cosa che invece mi è successa nella lettura di altri testi in passato (mi ricordo, per esempio, che quando lessi “L’arte delle guerra” di Sun Tzu, che peraltro viene citato in questo libro, in certi momenti perdevo il filo del discorso, perché il modo di argomentare a tratti era troppo filosofico per i miei gusti).

Lo consiglio sia per la facile lettura che per la possibilità di reperire informazioni interessanti.

Recensione: “Le abilità del ninja – Storia, tattiche e addestramento “, Antony Cummins 12/20

Si tratta del primo dei tre libri che ho acquistato per approfondire il discorso sui ninja. Lungi dall’essere un libro che racconta veramente la storia degli shinobi, è in realtà una specie di manualetto strutturato in 150 “lezioni”, raggruppate in varie sezioni e prese da alcuni scritti giapponesi sull’argomento. Le lezioni sono sintetiche, fondamentalmente non si parla in maniera approfondita dell’argomenti della lezione (anche perché in diversi casi le fonti non ne dicono gran che). Le lezioni sono corredate di immagini o disegni che aiutano a comprendere ciò che viene descritto. Le varie sezioni trattano di nozioni introduttive sui ninja e poi tecniche di vario tipo (per esempio associate all’acqua, al fuoco, al camuffamento etc).

A me non ha entusiasmato, l’ho visto più una lettura per ragazzini che un testo di approfondimento, anche perché dei tre elementi nel sottotitolo non ho visto una grande ed esaustiva trattazione. Senza le immagini e i disegni (e senza tutte le pagine colorate divisorie delle varie sezioni), la lunghezza del testo sarebbe di molto, ma di molto, accorciata. Mi aspettavo molto di più.