Maschere, terza parte.

Il telefono squillò mentre finiva di asciugare i capelli.

“Ma dove sei finita? Non avrai dimenticato che giorno è oggi…”, disse concitata Paola, la sua migliore amica. Si conoscevano dai tempi del liceo ed erano ancora molto unite.

“Perché? Che giorno è?”.

“Sveglia bambina… Oggi è sabato, sai che significa, no?”.

“Già sabato? Oh cavolo; giusto il tempo di cambiarmi e sono da te!”.

Il sabato era il giorno dedicato all’uscita con le amiche. Melissa non aveva molta voglia di incontrarle, a dire il vero; tuttavia sapeva che, se non fosse uscita, le ragazze sarebbero state capaci di piombarle in casa. Perciò, volente o nolente, doveva raggiungerle.

Si preparò a sorbirsi una nuova serata all’insegna del pettegolezzo e delle lamentele, che puntualmente erano riproposti, come il principale argomento di conversazione: gli uomini. Melissa ne era stanca.

Si fece coraggio e affrontò per l’ennesima volta l’orda di pazze, che naturalmente non delusero le sue aspettative. Solo che, stavolta, la serata fu molto più leggera di quanto avesse pensato; eppure il tono delle loro chiacchiere era sempre il medesimo. In realtà Melissa si limitò ad annuire e sorridere a tutto ciò che dicevano, mentre la sua mente era impegnata su altri due fronti, più importanti. Alla fine si risolse a scacciare qualsiasi pensiero e a liberare lo spirito, forse anche per i due o tre cocktail che aveva bevuto. Non era abituata a bere ed i postumi, che si ripercossero per tutto il giorno seguente, lo confermarono ancora una volta.

Si riprese quasi completamente solo il lunedì mattina, quando fu di nuovo operativa, anche se un leggero cerchio continuava ad incomberle sulla testa.

“Ti sei data ai bagordi!”, esclamò Matteo nel vederla.

“Mi si legge tanto chiaramente in viso?”.

“Beh… le tue occhiaie parlano per te”.

Strano, non pensava di essere così mal ridotta.

“Dai, ti sto prendendo in giro!”.

“Spiritoso… tu che hai fatto sabato?”.

“Il solito”.

Con il solito Matteo intendeva un vero e proprio tour de force per i locali della città, discoteca sino all’alba e poi direttamente in spiaggia, dove era rimasto sino a sera. A vederlo, sembrava che invece avesse trascorso il weekend nel luogo più rilassante del pianeta.

“Mi fai schifo”, disse Melissa con un mezzo sorriso.

Matteo rise compiaciuto. La loro conversazione fu interrotta dall’arrivo di alcuni clienti. Il via vai continuò per tutta la mattina, sino alla chiusura.

“Bene, io vado a mangiare”; disse ad un certo punto Matteo, guardando l’orologio.

“È già ora?”. Melissa era immersa nella compilazione di un ordine già da un pezzo.

“Sì. A più tardi. Ti trovo qui?”.

“Come sempre”, disse lei.

Attese che la serratura scattasse, poi controllò il telefono. Nessun messaggio, nonostante Davide le avesse promesso che si sarebbero sentiti presto. Non voleva dargli l’impressione di pendere dalle sue labbra, perciò non lo aveva contattato. Anche la chat non dava segno della presenza di Sasuke.

Incontrò invece un altro amico, Khan, che lei e Sasuke avevano in comune. Con apparente noncuranza chiese a costui sue notizie.

– Sasuke? No, non lo sento da tre giorni. Sarà impegnato come sempre a fare nuove conquiste.

– Tu che lo conosci da più tempo di me… ma è proprio così?

– Così come? Un dongiovanni? No, non proprio. In genere non cerca di proposito le donne; sono loro che semplicemente sono attirate da lui come le mosche dallo zucchero. Lui si limita a far credere loro di averlo in pugno e poi le scarica. In realtà credo lo faccia per noia. Non l’ho mai visto veramente interessato ad una donna, a parte una volta, se non per brevi storie di effimera importanza.

– Mmm… non mi stai descrivendo un quadro molto gratificante. Ripensò a come si era comportato con lei: chi aveva fatto il primo passo in realtà tra loro due? Era stato lui o invece si era comportato in modo tale che fosse lei a spingerlo ad agire?

– Va beh… credo che tanto non avrò mai l’occasione di incontralo, per cui non subirò il suo fascino. Lo diceva sul serio, o forse sperava il contrario e magari di uscirne vincitrice? Ma cosa andava a pensare?

– Tu credi?, disse Khan.

Quelle parole insinuarono il dubbio nella mente della ragazza.

– Cioè?, si limitò a chiedere.

– Ma come… parli con lui da mesi e non sai neanche che sta a pochi chilometri da te!

Il sangue le si gelò nelle vene.

– Veramente no… non ci siamo mai detti dove abitiamo, come invece ho fatto con te.

Con Khan il rapporto era del tutto diverso. Melissa sapeva molte cose di lui e viceversa. I due abitavano nella stessa città e si erano anche incontrati più volte, trasformando la conoscenza virtuale in un’amicizia reale. Durante tutte le loro conversazioni, però, stranamente non avevano mai affrontato questo argomento e ora lei se ne pentiva. Se solo avesse saputo prima questa cosa, probabilmente non avrebbe mai detto ciò di cui ora si pentiva amaramente. Le complicazioni che non aveva mai voluto si stavano verificando proprio in quel momento.

– Allora sappi che abita poco lontano da casa mia. Per questo lo conosco abbastanza bene. Non l’avevi mai capito?

– No, veramente pensavo vi foste visti qualche volta per qualche rimpatriata tra amici di chat, ma non pensavo davvero che lui potesse essere così vicino.

– Spiegami una cosa: come mai tutta preoccupazione nei suoi confronti? Non dirmi che l’ha fatto anche con te!

– Fatto cosa?

– Ti ha circuito con il suo fascino e ti ha intrappolato nelle sue trame…

– No, mentì lei. Il ricordo delle frasi infuocate che si erano scambiati fu di nuovo presente, come se fosse appena successo. E ora che faccio? Se dovessi incontrarlo sono certa di non riuscire neanche a sostenere il suo sguardo, pensò.

– Cioè sì… Nel senso che ha tentato, ma gli ho tenuto testa. Come no?

– La cosa si prospetta divertente… chissà che uno di questi giorni non mi venga in mente di farti una piccola sorpresa!”.

– Quando parli in questo modo sei più inquietante di lui. Spiegati meglio.

– Mah… pensavo che sarebbe stato carino combinarvi un incontro. Se ciò che dici è vero sarebbe interessante vedere per una volta le aspirazioni del nostro giovanotto disattese.

– Per il momento io passo, grazie. Non ho alcun interesse ad incontrare nessun esponente del genere maschile, specialmente uno come lui.

Rilesse ciò che aveva appena scritto: quanto le suonava falso! Meno male che Khan non poteva vedere l’espressione del suo viso, perché sarebbe stata immediatamente smentita.

– Va bene, come preferisci. Ma ricorda che il destino può fare la sua parte quando meno te lo aspetti…

– Lo terrò a mente.

Ognuno ha un lato oscuro, che cerca di tenere celato nel profondo e di dominare quando questo scalpita per emergere. La maggior parte delle volte si riesce a soffocarlo e si continua la vita di ogni giorno con la vana convinzione che sia stato definitivamente piegato. Purtroppo non è così: il lato oscuro è paziente, aspetta il momento opportuno, quando le difese si abbassano, anche per un solo istante; solo allora torna alla carica, sferrando il suo poderoso attacco e talvolta riesce a prevalere. Allora si agisce come se si fosse vittima di chissà quale maleficio, si compiono azioni altrimenti impensabili e le si vivono come se si fosse degli spettatori esterni, come se qualcun altro avesse preso il controllo del corpo che sino a pochi minuti prima si padroneggiava perfettamente. La voce della coscienza tace, o è talmente flebile che non può essere sentita; solo quando tutto si conclude riacquista forza e allora è troppo tardi per tornare indietro; restano solo i rimorsi per ciò che si è compiuto e si piange sul latte che non si è riusciti a non versare.

Melissa non capiva se aveva già oltrepassato il punto di non ritorno, oppure se era ancora in tempo per fermarsi. Cosa la spaventava maggiormente? L’aver dato sfogo a degli istinti repressi, o l’impressione che aveva potuto dare al suo interlocutore? Sapeva che nella vita reale non era così, come si era mostrata a Sasuke. Tuttavia non poteva fare a meno di rivivere quelle frasi nella sua mente; era come ossessionata.

Forse Khan aveva ragione… forse l’unico modo per tagliare la testa al toro era incontrare davvero quella persona.

“No!”, disse categoricamente, mentre ansimava per lo sforzo cui si stava sottoponendo. Continuava a correre come una forsennata, incurante del ritmo sostenuto e del fiato, che si stava facendo ad ogni falcata più corto. Alla fine dovette desistere. I polmoni reclamavano ossigeno e lo stesso valeva per i muscoli delle gambe, ormai allo stremo e sull’orlo del crampo.

Cosa avrebbe potuto ridarle la serenità mentale che tanto ora agognava? Doveva parlarne con qualcuno, ma nessuno poteva capire cosa stesse affrontando. Certo non poteva dirlo alle amiche; il loro poco obiettivo parere sarebbe stato di lasciarsi andare, almeno per una volta nella vita; ma Melissa non era fatta così: non riusciva a intrattenere relazioni effimere.

Meno che mai poteva parlarne con Matteo: l’argomento tra i due era tabù.

Restava una sola persona e il fatto che questa fosse per lei praticamente un’estranea stavolta poteva in parte giocare a suo favore.

Si sedette sullo scoglio prediletto, mentre la leggera brezza serale le accarezzava il viso, dandole un leggero sollievo. Era sul punto di mettere in pratica la risoluzione appena decisa, ma qualcosa la fece desistere. Cosa avrebbe potuto pensare Davide di lei, se lo avesse messo al corrente di questa sua devianza, se così si poteva definire? No, meglio lasciare stare.

Avrebbe continuato ad agire come aveva sempre fatto, indossando una maschera apposita per la situazione. Già, una maschera era proprio ciò che faceva al caso suo, solo che un quesito si faceva sempre più pressante: era sicura di indossarla quando parlava con Sasuke? O forse era quello il suo vero io, mentre con tutti gli altri aveva sempre finto di essere qualcuno che non era, solo per dare una parvenza di serietà e moderazione? E perché sino ad ora non si era mai posta il problema? Perché solo ora, che lui la stava trascinando in quel torbido baratro di passione, seppur virtuale, i nodi stavano venendo al pettine? Era solo un modo per dare sfogo alla propria vena autolesionista, o invece stava realmente assaporando quelle nuove sensazioni che il gioco con lui le procuravano? E se era davvero così, perché allora percepiva come un blocco, che le impediva di andare oltre? Chi aveva paura di deludere: forse la sua famiglia, che l’aveva sempre vista come la classica persona con i piedi ben piantati per terra, o forse gli amici, per cui era sempre stata un punto di riferimento, una roccia cui appigliarsi nei momenti di debolezza?

Sorrise amaramente; sapeva nel profondo di averli illusi, solo per il timore di scontentarli, tutti quanti. Aveva sempre soffocato i suoi desideri, il suo vero modo d’essere, per timore di non essere accettata per quello che era in realtà, troppo preoccupata ad essere la figlia, la sorella, l’amica, la fidanzata perfetta, piuttosto che essere semplicemente se stessa.

Probabilmente, se non avesse trovato questa valvola di sfogo, avrebbe continuato a recitare la sua parte stancamente, sino all’inevitabile punto di rottura. Ecco, alla fine era giunta a darsi quella risposta che aveva tanto temuto: ora sapeva cosa fare e lo avrebbe fatto sino in fondo.

Maschere, seconda parte.

“Mi dici che succede? Oggi sei assente, quasi ti avessero rapito e portato la tua mente chissà dove…”.

Matteo, fratello e socio di Melissa, lo aveva detto mentre le porgeva alcuni libri. Era così, fermo in quella posizione da diversi minuti, ma lei non se n’era accorta.

“Uh? Dicevi a me?”, chiese la ragazza, con lo sguardo ancora perso nel vuoto.

“No, a Giulio Cesare!”; sorrise, mentre le mostrava le copie del De bello Gallico che teneva ancora in mano.

“Oh, scusa…”, rispose lei, prendendo i libri e riponendoli nello scaffale.

“Allora, si può sapere che hai? Sei così strana oggi”.

“No… niente di che. Mi sono alzata un po’ stranita, forse ho dormito troppo”.

Invece era vero il contrario. Aveva trascorso la notte con gli occhi sbarrati, persi nello studio delle venature del legno del soffitto. L’ultima volta che le era successo era stata quella volta, dopo il fattaccio.

“Vado un attimo al bar”, disse Matteo, indicando il locale dall’altra parte della strada.

“Vuoi qualcosa?”.

“Sì, un caffè, grazie”.

Quando il ragazzo richiuse dietro di sé la porta del negozio, Melissa mise mano alla borsa e ne trasse il telefono. Era ancora combattuta, ma alla fine scacciò le nubi addensate sulla sua testa e decise di rispondere.

“Che sarà mai? Non sa nulla di me, quindi male non mi può fare…”.

– Ciao… ho visto il tuo messaggio solo ora. Non preoccuparti, non credo tu sia un malintenzionato, o almeno lo spero, però gradirei sapere almeno il tuo nome… non mi piace parlare con uno sconosciuto.

La risposta non tardò ad arrivare.

– Davide; questo è il mio nome. Perdonami ancora per ieri, ma ero fuori di me. So che puoi capirmi…

– Sì, posso, si limitò a dire lei, omettendo però il suo nome di proposito. Glielo avrebbe detto più avanti, forse.

– Vorrei farti una domanda, se non sono indiscreto: come l’hai superata, se l’hai superata? Perché io non credo di farcela, anche se è passato del tempo. Fa troppo male.

Oh… E gli avrebbe fatto male ancora per molto tempo, pensò Melissa.

– Ci vuole pazienza, scrisse di tutta fretta, vedendo oltre la vetrina Matteo in procinto di attraversare la strada.

– Ci sentiamo, aggiunse all’ultimo istante, prima che suo fratello entrasse tendendo in una mano un panino mezzo mangiato e nell’altra il caffè per lei.

Melissa lo guardò come se lo vedesse veramente per la prima volta: quanto era cresciuto in fretta!

Il ragazzino pestifero che le metteva a soqquadro la camera e con cui litigava di continuo era ormai un lontano ricordo. Al suo posto ora c’era un bel ragazzo, alto molto più di lei, che la osservava dubbioso, con gli occhi azzurri come il cielo in una tersa giornata primaverile.

“Che c’è?”, chiese lei. Aveva l’espressione della bambina colta con le mani nella marmellata.

“Se non lo sai tu…”, le fece eco lui, porgendole la tazzina.

“Mah…”, disse lei, ingurgitando d’un fiato il caffè e strabuzzando subito dopo gli occhi: oltre ad averle ustionato la lingua era amarissimo!

Finirono di sistemare gli ultimi libri negli scaffali giusto per l’ora di pranzo. Matteo la salutò con un bacio sulla guancia, prima di tornare a casa. Si sarebbero rivisti nel pomeriggio. Lei, invece, dopo aver chiuso a chiave la porta d’ingresso, si trattenne nell’ufficio sul retro. Aveva alcune cose da controllare ma, soprattutto, voleva distrarsi un po’ dai cupi pensieri che la tormentavano dalla sera precedente.

Il pc era sempre acceso e online, per cui dovette solo accedere alla chat che frequentava di solito. Nello scorrere la lista dei contatti, un pensiero, ormai ricorrente, le attraversò per l’ennesima volta la mente: si può essere attratti da qualcuno che in realtà non si conosce affatto? Si può essere presi da ciò che dice a tal punto da considerare tutto il resto di effimera importanza? Si può vivere anelando il momento in cui ci si abbandonerà alla perdizione, verso cui le sue parole inevitabilmente conducono? Le tre domande avevano la stessa risposta e ad esse Melissa collegò istintivamente un nome: Sasuke.

Di lui conosceva solo in nickname e poche altre cose, perché entrambi si tenevano molto vaghi sulle reciproche vite private. Ma chi era in realtà costui? Per quale motivo continuava a suscitarle sensazioni contrastanti? Le loro conversazioni, almeno inizialmente, erano incentrate su argomenti frivoli, un piacevole passatempo in cui entrambi potevano essere qualcuno di diverso, anche se più volte il dubbio che quel ragazzo mettesse un fondo di verità in ciò che le diceva, le si era insinuato nella mente. Era talmente bravo a dissimulare le sue reali intenzioni che il suo vero io, dopo mesi di assidua frequentazione, continuava a restarle celato. Era talmente abile ad evitare qualsiasi discorso lo portasse a parlare di sé, che lei, dopo tante conversazioni poteva dire di saperne esattamente quanto all’inizio del loro rapporto, se così esso si poteva definire. In un primo momento ciò non le era pesato; dopotutto, l’alone di mistero che lo circondava non faceva altro che renderglielo ancor più affascinante. Ora, però, che si era insinuato tanto profondamente in lei, ora che Melissa non poteva fare e meno di pensare alle parole sensuali che le scriveva, ora tutto ciò non era più sufficiente. Voleva sapere, scavare, scoprire chi si celava dietro la maschera, capire se la forte attrazione che sentiva per lui si sarebbe sciolta come neve al sole, una volta penetrata la scorza che aveva eretto, o se invece l’avrebbe definitivamente travolta, senza lasciarle scampo.

L’unica certezza, ormai, era che trascorreva le giornate nell’attesa che lui si manifestasse e la trascinasse nel baratro dell’immaginaria passione. Ricordava ogni parola che si erano detti, ogni frase infuocata che le aveva scritto e a cui aveva risposto, meravigliandosi al contempo della propria audacia e sfacciataggine; perché mai si era comportata in quel modo? Era stata talmente presa dalla situazione da perdere la lucidità e finire dritta nella rete. Ma in realtà cosa voleva davvero? Cosa cercava in questo sconosciuto, perché tale era in realtà Sasuke? No, non voleva una storia d’amore, a questo ormai aveva rinunciato, perché ne aveva sofferto troppo. In realtà voleva solo dare sfogo al suo istinto più profondo e oscuro, che mai aveva liberato sino ad allora. O almeno così continuava a ripetersi.

Rimase in attesa, mentre continuava a svolgere le incombenze del lavoro. Di solito era lui a contattarla; preferiva non essere visibile agli altri utenti della chat, perché diceva che ogni volta le sue corteggiatrici non gli davano tregua.

Melissa sorrise, ripensando a quelle parole. Sin dalla prima volta che si era intrattenuta a parlare con lui, aveva pensato che ci sapesse fare col gentil sesso, al punto tale che aveva creduto in un primo momento si trattasse di una donna. Ma poi, una conoscenza comune le aveva confermato si trattasse di un ragazzo. Sarebbe stata curiosa di scoprire quale volto si celasse dietro lo schermo, ma doveva accontentarsi di immaginarlo. Una cosa di cui era certa era il suo fare deciso, che riusciva sempre a spiazzarla e a ridurla all’obbedienza; cosa alquanto difficile di solito, perciò ne era stata subito attratta. Aveva però il timore che quel suo atteggiamento fosse prassi comune per far capitolare le donne; per questo motivo, durante una delle loro strane chiacchierate, lei gli aveva detto, per scherzo:

Farai strage di cuori!, e lui le aveva risposto che era vero e che era un modo per rifarsi di quanto aveva sofferto per amore.

Prima ero io a prendere i due di picche… ora li do, aveva risposto. Melissa non aveva potuto fare a meno di pensare che o il ragazzo era il classico dongiovanni, incurante del dolore che sapeva di infliggere, oppure la stava semplicemente prendendo in giro; ma una terza ipotesi, con il passare del tempo, aveva prevalso sulle altre due: che davvero volesse far pagare lo scotto della sua sofferenza al genere femminile? Possibile che fosse tanto cinico e crudele? Il fatto che sapesse esattamente come fare per intrigare le donne lo aveva innato, doveva dargliene atto. E lei, convinta in un primo momento di restarne immune, aveva alla fine ceduto ed era stata imprigionata nelle sue trame.

Un suono familiare la distolse dalle cifre che stava svogliatamente esaminando. Era Sasuke… Quel nome, lo stesso di un personaggio, bello e dannato, di un manga che anche Melissa conosceva bene, non poteva che calzargli a pennello.

– Buongiorno, mia adorata Kayura… eccomi alfine alla tua presenza, apparso dal nulla e nel nulla pronto a tornare…

Melissa sorrise. Erano soliti parlare tra loro usando quella specie di linguaggio semi aulico; un altro indizio della passione di Sasuke per la letteratura. Anche per quello andavano molto d’accordo.

– Oh… sospiro al saperti qui con me, finalmente, dopo tanto tempo invano agognato!, rispose lei.

La loro continua lotta tra pseudo amanti, iniziava sempre con lui che cercava dapprima di rapirla con le sue belle parole e, quando lei era sul punto di cedere, improvvisamente si allontanava, adducendo varie scuse del tipo sei troppo pura per me, oppure ti amo troppo per trascinarti nel mio baratro oscuro, o ancora io sono il male personificato.

Melissa rideva di quelle parole e del continuo tira e molla tra loro. Spesso si mandavano delle mail, in cui spasimavano l’uno per l’altra. Se solo fossero vissuti due secoli addietro, quelle lettere sarebbero passate per le missive segrete di due amanti clandestini.

La risposta al messaggio della ragazza non si fece attendere.

– Non è vero che tu spasimi per me… perché tu ami un altro, aveva detto lui, simulando un profondo dolore.

Anche quello era un argomento ricorrente.

– Non dire questo… lo so, sono legata a lui, ma la tua oscurità mi chiama e io ne sono vittima…

Se solo Sasuke avesse saputo cosa lei aveva passato realmente per amore… Non si era mai soffermata a raccontare le sue esperienze, perché voleva che quell’angolo del web si sfogasse un lato di lei che non aveva mai pensato di avere, nella vita reale.

A volte si chiedeva come lui potesse scrivere determinate cose e se le pensasse realmente. Temeva di darsi una risposta.

– Dì la verità… tu fai così con tutte, scrisse ad un tratto, interrompendo la finzione. Quel pensiero continuava a tormentarla e voleva vedere se lui, stavolta, si sarebbe sbottonato un po’ sulla sua vita reale.

– Sì, è vero, lo ammetto. Ma le altre si spaventano quando divento volutamente ambiguo e non reggono il confronto. Con te è diverso: tu mi tieni testa.

Melissa lesse più volte la risposta, poi replicò.

– Non sei poi così scandaloso. In parte era vero; il solo modo di esporre quei torbidi pensieri con un linguaggio fuori dal comune, cha mai un giovane moderno avrebbe utilizzato, rendevano le sue parole più intriganti che volgari e in un certo senso le sue attenzioni la coinvolgevano, forse per una punta di vanità tutta femminile che si animava, ad ogni avance sempre più spinta del giovane misterioso. Sasuke aveva la capacità di esprimere concetti altrimenti pesanti in maniera tale da fare allo stesso tempo arrossire e sentire lusingata per le sue attenzioni una ragazza.

– Ma ti poni così con le donne anche nella vita reale?, chiese curiosa.

– Dipende… In genere lascio questa parte del mio fascino personale solo per il web, perché non credo che reagirebbero bene a certe provocazioni di persona, probabilmente perché non comprenderebbero la sottile ironia che si cela dietro. A volte, però, se ne vale la pena, mi insinuo subdolamente nella loro fragile corazza e le faccio capitolare senza che quasi se ne rendano conto.

Melissa ci pensò su per un attimo: come si sarebbe comportata se un uomo avesse usato un approccio tanto sottile con lei? Il problema non si sarebbe mai posto, comunque, perché con gli uomini ormai aveva chiuso.

– Io non disdegnerei un corteggiatore così, scrisse, ma solo se quel corteggiatore fossi tu…

Quella frase animò il giovane.

– Lo sapevo… tu sei la mia anima gemella… perciò basta con i preliminari!”.

Melissa sorrise, nel leggere quelle parole.

– Voglio proprio vedere di cosa sei capace…

Ecco, ora lo aveva punzecchiato a dovere. Una vocina interiore le diceva che era il caso di fermarsi, ma ce n’era un’altra, più forte, che sovrastava la precedente e invece la incoraggiava a continuare.

– Allora posso osare?, chiese lui.

– Beh… questo dipende da te, ribatté lei. Voleva scoprire a tutti i costi sin dove si sarebbe spinto.

Bastò qualche istante e sullo schermo apparve un nuovo messaggio. Eh sì! Il giovanotto sapeva proprio come comportarsi. Sebbene non avesse detto nulla di esplicito, grazie alle sue capacità narrative le stava prospettando uno scenario alquanto caldo.

Si sorprese a chiedersi cosa avrebbe fatto se le parole fossero state pronunciate sul serio e si stupì della risposta, che le venne spontanea. Probabilmente lo avrebbe assecondato anche allora. Che aveva Sasuke di così magnetico per lei? Perché era presa a tal punto da lui?

In realtà lo sapeva bene: per quanto si cerchi di tenersi fuori da un determinato contesto, ci sono sempre delle esigenze che in un modo o nell’altro chiedono di essere soddisfatte. La forte attrazione, puramente fisica, che provava nei confronti di questa persona, diventava sempre più forte e presto avrebbe chiesto di essere soddisfatta; ma ancora non era arrivata al punto di chiedersi cosa avrebbe fatto veramente quando ciò sarebbe successo. Continuava ad immaginarlo, mentre le sussurrava all’orecchio le frasi che rapidamente scorrevano davanti ai suoi occhi e a cui lei rispondeva, quasi meccanicamente, con pari audacia. Non le importava di nulla, al di fuori di questo, ora. Voleva solo vedere quali sarebbero stati i suoi limiti. La consapevolezza che non si sarebbero incontrati le dava il coraggio che forse, a tu per tu, le sarebbe mancato.

L’affaire in cui si era trovata invischiata stava per giungere ad una fase decisiva, quando sentì qualcuno bussare all’ingresso del negozio. Si risvegliò da quella specie di trance e distolse lo sguardo dal pc, giusto il tempo di verificare che si trattava di Matteo. Era passato tutto quel tempo?

Di fretta abbandonò la conversazione e, mentre riacquistava il controllo di sé, andò ad aprire. Lungo il breve tratto che separava l’ufficio dalla porta, rivisse tutta la discussione: davvero aveva scritto tutte quelle cose?

“Che ti prende? Sei rossa come un pomodoro”, le disse Matteo, quando finalmente entrò nel locale.

“Niente… ho solo molto caldo”.

“Anche tu, che ti chiudi qui senza accendere l’aria condizionata! A volte mi chiedo come tu possa essere tanto sbadata”.

Anche se ci fossero stati dieci gradi, lei era più che convinta che avrebbe sentito il fuoco divampare attorno.

Cercò di non pensarci più e di buttarsi a capofitto nel lavoro. Certo che aveva trovato un nuovo modo per complicarsi la vita; anzi, ne aveva trovati due.

Il secondo si fece vivo nuovamente la sera, quando, dopo la solita corsa, stava tornando a casa.

– Stamattina devo averti beccata in un momento in cui eri particolarmente impegnata. Ti chiedo scusa. L’educazione e la gentilezza dei modi di Davide trasparivano da quelle poche parole.

– In effetti lavoravo… Tu non lavori?, chiese lei con una certa curiosità.

– Si, ma faccio orari un po’ diversi dai normali lavori. In effetti sto lavorando proprio ora, ma la mia posizione mi permette di concedermi qualche gradita pausa.

Era stato così sibillino che la curiosità di Melissa ora era raddoppiata.

– Capisco, si limitò però a dire. Per il resto come va?

– Come sempre. Cerco di tirare avanti, ma è difficile quando sei costretto ad affrontare ogni giorno delle cose, anche insignificanti, che ti riportano alla mente la sofferenza.

– Il lavoro aiuta molto, te lo garantisco.

Parlava con lui come se lo conoscesse da tempo, ma erano trascorse solo ventiquattro ore. È proprio vero il detto: mal comune mezzo gaudio.

La diffidenza che aveva nutrito, almeno inizialmente, nei confronti di Davide era ora svanita, lasciando spazio ad un senso di complicità che solo la conoscenza del percorso che lui stava affrontando poteva rendere comprensibile.

Quando ormai era in vista di casa, lui la salutò.

– Se ti fa piacere possiamo sentirci di nuovo… le disse.

– Ma sì, dai… E perché io non sia solo un anonimo numero sul tuo telefono, ti dirò il mio nome: Melissa.

E così tanti saluti alle intenzioni di distacco e riservatezza.

– Bel nome… A presto allora.

Maschere, prima parte.

La spiaggia era ormai quasi deserta. Solo qualche sparuto turista si tratteneva ancora per ammirare il sole, che lentamente scompariva oltre l’orizzonte, con le vivide sfumature arancio, rosso e violaceo tipiche del tramonto.

Gli ultimi raggi erano catturati dalla superficie lievemente increspata del mare, su cui si spandevano, attraverso mille scintillii, diversi per forma, dimensione ed intensità. Le piccole onde planavano con leggerezza sul bagnasciuga, emettendo come loro ultimo sospiro un leggero gorgoglio, misto ad una lieve schiuma, che subito si dissolveva, incorporata nel flutto successivo.

Lo sciabordio prodotto dalle ultime propaggini del mare era rilassante. Seduta su uno scoglio, una ragazza assisteva in religioso silenzio allo spettacolo della natura. Non indossava il costume, ma dei pantaloncini e una canotta, entrambi bianchi. I lunghi capelli biondi erano raccolti in una coda e ai piedi portava scarpe da ginnastica. Alcune gocce di sudore imperlavano ancora la sua fronte e il suo respiro, inizialmente affannato per la lunga corsa, era ora ritornato normale.

Aveva nelle orecchie degli auricolari, collegati direttamente al lettore mp3 che teneva legato attorno al braccio sinistro. Una perfetta colonna sonora accompagnava quella visione, da cui era rapita. Ogni giorno percorreva quel tratto di costa e ogni giorno, al termine della corsa, sostava lì, su quello scoglio, per riordinare non solo le energie residue, ma anche i pensieri, che la solitudine dell’allenamento faceva emergere di continuo.

La vita di Melissa stava conoscendo un momento di apparente serenità. Finalmente, dopo tanta pena, aveva trovato la sua strada e ne era felice. Lavorare in quella libreria, aperta dopo tanti sacrifici, era per lei fonte di soddisfazione ogni giorno. Pensava che non avrebbe potuto chiedere di meglio per sé e poco le importava di non avere accanto qualcuno con cui condividere quella gioia: non la famiglia, o gli amici, che l’avevano sempre supportata e la cui presenza si faceva sempre sentire, ma qualcuno di diverso, qualcuno di più importante.

Andava bene così… se lo ripeteva spesso, probabilmente per convincersi attraverso il suono della propria voce. In realtà non andava bene affatto. Da quando la sua ultima storia si era conclusa, circa due anni prima, aveva giurato a se stessa che mai più avrebbe ricercato l’amore anzi: l’avrebbe fuggito, come si fa con la malattia più contagiosa. Possibile che l’aver scoperto quel tradimento, con la sua migliore amica per giunta, l’avesse segnata a tal punto?

Aveva pensato che chiudersi in un guscio protettivo l’avrebbe tenuta lontana da nuove sofferenze e per un po’ aveva funzionato, almeno fino a quando qualcuno di nuovo non si era insinuato a poco a poco nella sua vita, sconvolgendola come mai era successo e causandole nuovo dolore.

Spense il lettore, sperando di spezzare la serie tortuosa di collegamenti concettuali che il cervello si ostinava a concepire.

“Ne ho abbastanza di tutto questo”, mormorò, rivolta non si sa bene se al mare, oppure al sole ormai quasi completamente scomparso, o semplicemente a se stessa.

Meccanicamente prese il telefonino dalla tasca posteriore dei pantaloncini e lo accese. L’aveva tenuto volutamente spento perché non voleva che l’unico momento di pace della giornata venisse interrotto da messaggi o chiamate che le avrebbero reso tutto ancora più difficile. E pensare che solo qualche mese prima le cose erano completamente diverse. Lo ricordava ancora l’attimo in cui le loro vite si erano incrociate, in cui la fine aveva avuto inizio. Una sera come quella, presso lo stesso scoglio, presa dai tanti pensieri che sempre le affollavano la mente e distratta da quel trillo. Inevitabilmente iniziò a ricordare: fu come se avesse scoperchiato un calderone pronto a riversarle addosso mesi di emozioni represse. In un attimo si trovò a rivivere l’assurda situazione che l’aveva condotta sino a quel punto…

Quella volta, durante l’allenamento, il telefono era acceso; una semplice dimenticanza, o un segno del destino? La vibrazione ed il suono insistenti l’avevano spinta a prenderlo in mano, infastidita.

Sul display illuminato campeggiava una scritta: 1 nuovo messaggio.

“Chi rompe ora?”, si era chiesta, dubbiosa se leggerlo o meno. Non aveva voglia di uscire quella sera.

Svogliatamente aveva aperto la lista dei messaggi ricevuti, per vedere di chi si trattasse, ma il numero era per lei sconosciuto. Si risolse quindi a leggere il messaggio e sin dalle prime parole capì che non era indirizzato a lei. Qualcuno aveva clamorosamente sbagliato numero…

– Smettila di tormentarmi,” esordiva, “non ci riesco. Non posso perdonarti e non so se ci riuscirò mai. È finita da mesi ormai, non voglio più né vederti né sentirti. Tradirmi è stata la cosa peggiore che potessi farmi e devi ringraziare solo la mia buona educazione se non ti insulto o non ti prendo a schiaffi… e Dio sa quanto veramente vorrei farlo. Cancella il mio numero”.

Melissa scorse più volte quelle parole, indecisa sul da farsi: lasciare perdere oppure rispondere?

Certo che, se la persona in questione non si fosse accorta dell’errore appena commesso, ciò che considerava come una faccenda archiviata si sarebbe riproposta spiacevolmente.

Fu più forte di lei: il suo animo ancora ferito reclamava che rispondesse e così fece; quasi senza pensarci. Ma che scrivergli?

“Ci sono…”, disse, mentre le dita volavano agili sulla tastiera del telefonino. Prima di rispedire il messaggio al mittente lo lesse.

– Ciao, non mi conosci… volevo solo dirti che hai mandato per sbaglio il tuo messaggio a me… Sì, poteva andare.

Chiaro e conciso. Lo inviò, quindi ripose il telefono nella tasca e si avviò lungo la strada del ritorno.

Dopo pochi minuti, però, il suo cammino fu interrotto da un nuovo trillo: un altro messaggio.

– Ops… ti chiedo scusa… sono un perfetto idiota. Probabilmente la foga del momento mi ha fatto sbagliare le cifre del numero. Ti chiedo scusa, chiunque tu sia…

– Figurati, rispose lei, ti ho avvisato perché ci sono passata anch’io e mi sembrava spiacevole per te, se la persona in questione ti avesse di nuovo importunato...

Solo dopo averlo mandato si pentì di ciò che aveva appena scritto. Perché aveva detto quelle cose su di sé a quello sconosciuto? Per quello che ne sapeva poteva anche essere un maniaco.

Accelerò il passo, mentre raggiungeva la sua casa: una piccola villetta a pochi passi dal mare, ereditata da una vecchia zia, spentasi qualche anno prima alla veneranda età di quasi cento anni.

Mollò il telefono sul comodino, mentre entrava in bagno, pronta per la doccia ristoratrice. Rimase sotto il getto bollente per un po’, ancora presa da cupi pensieri; quando ne uscì, avvolta da un lungo asciugamano blu, controllò per vedere se c’erano nuovi messaggi. Nulla, per fortuna. Aveva temuto che quel tizio continuasse la conversazione, ma niente, almeno per ora. Pensò di essere stata una stupida ad aver pensato che fosse qualche malintenzionato, ma la prudenza non era mai troppa e lei, comunque, aveva imparato a diffidare del genere maschile.

Dopo aver indossato qualcosa di comodo e aver lasciato all’aria i capelli bagnati, si sedette in veranda, con una scodella di verdure e un buon libro da leggere. Le piaceva passare le serate così, con il paesaggio costiero a fare da sfondo alle sue letture. Si rilassò sulla poltrona a dondolo e mordicchiando una carota riprese la lettura da dove l’aveva interrotta la sera prima.

Era giunta al culmine della narrazione, quando il trillo familiare la distolse. Il telefono era rimasto sul comodino. Si alzò un po’ riluttante e raggiunse l’apparecchio maledetto. Era lui…

Respirò profondamente e lesse, non senza una punta di apprensione.

– Ci ho riflettuto un po’ prima di risponderti, perché il mio primo pensiero è stato che avrei potuto passare per qualcosa di poco carino, magari uno squilibrato o uno che si diverte a fare degli stupidi scherzi per telefono. Ma ti assicuro che non sono né l’uno né l’altro… sono solo un uomo ferito nel punto in cui era più vulnerabile e che ora ha solo bisogno di sentirsi capito, magari da qualcuno che ha vissuto la sua stessa esperienza… Non ho cattive intenzioni nei tuoi confronti, te lo assicuro.

Il poveretto doveva proprio essere disperato e Melissa capiva pienamente il suo dolore. Tuttavia, continuava a non fidarsi di lui.

Rilesse il messaggio più volte, incerta se rispondere o meno. Non capiva il perché di tutta quella riluttanza, o forse sì… Rispondere poteva significare offrire un fianco scoperto al suo interlocutore, una parte di lei che non voleva più mostrare a nessuno e che stava faticosamente cercando di sopprimere.

Sospirò e scrisse alcune parole sulla tastiera.

– Non penso tu sia un malintenzionato, ma il fatto che io ti capisca non significa che ti senta autorizzato a parlare con me.

“No”, disse a mezza voce, “meglio non mandarlo. Parole troppo dure e neanche lo conosco… potrebbe risentirsi”.

Cancellò la schermata, quindi spense il telefono. Ci avrebbe pensato il giorno seguente.