Racconti: sogno o realtà. 

Avete mai immaginato di potere entrare nei sogni altrui, o di incontrare nei vostri qualcuno e, una volta svegli, di avere con questo qualcuno in comune il ricordo del sogno fatto?
Magari! Diranno alcuni.
Che stupidaggine! Replicheranno altri.
Che assurdità… e così via a sentire le opinioni più disparate.
Tutte voci che hanno in comune una cosa: non possono mettere in atto tale proposito.
Ma io…
Io entro nei sogni delle persone, o forse faccio in modo che esse entrino nei miei. Qualunque sia delle due l’opzione corretta, mi basta pensare intensamente ad una persona che ecco, una volta intrapreso il viaggio nel paese di Morfeo, io la raggiungo.
Posso decidere se fare capolino nella sua ambientazione, o se invece condurla in un posto tutto mio. Dipende da cosa voglio scoprire, o da cosa voglio ottenere.
È un po’ come fare un’indagine di mercato, capire cosa tale persoma desidera nel profondo per poi approfittarne e creare un’offerta ad hoc nel mercato del reale.
E il bello è che la persona non sa che io so.
Fino ad oggi avevo usato questa mia capacità per divertimento, qualche volta per affari. Ma ieri notte… ieri notte è successo qualcosa di diverso.
Non ho pensato a nessuno di particolare prima di andare a dormire. La mia mente ultimamente è scevra da pensieri, da affetti. O almeno così pensavo. Ho fatto fatica a prendere sonno, forse colpa del caldo, o forse del mio subconscio che tentava di emergere e farsi sentire.
Alla fine però ho ceduto ed il mio viaggio è cominciato.
All’inizio era tutto nebuloso, ma poi l’atmosfera si è come messa a fuoco e l’ho visto.
Indossava un grembiule bianco, che ricopriva il muscoloso petto nudo. Teneva in mano una paletta per far scolare i fritti ed era intento a preparare il pranzo per la mia famiglia.
Ora, io non lo conosco a tal punto da sapere se sappia cucinare o meno, ma nel sogno gli piaceva ed era pure bravo. Così bravo che i miei non lo mollavano un attimo ed io pensavo che ero tremendamente gelosa, perché lo volevo tutto per me.
Ma poi mi ha visto, mi è venuto incontro e mi ha sorriso: quel sorriso abbagliante, sensuale, che provoca il contorcimento inconsulto del tessuto addominale, mantre le gambe cedono e tu ti ritrovi a terra senza manco sapere come ci sei arrivata.
E quando mi ha stretto a sé, come se fossi la sua unica ragione di vita, il mio cuore ha sussultato, quasi è fuggito dal petto, desideroso di andare a dire al mondo che ero io la donna che voleva…
Sembrava una scena di vita quotidiana, così realistica che per un istante ho pensato che non fosse un sogno, ma vita vissuta.
Poi ho aperto gli occhi e so che lui ha fatto altrettanto nel suo letto, accanto alla sua donna. Per lui è stato solo un sogno strano, quello in cui amava me, ma per me è stato il momento più magico di tutta la mia vita. Perché io non ho guidato il suo pensiero, non ho scavato nel suo profondo. Perché ciò che faceva era frutto del suo libero arbitrio.
Ricorderò il suo abbraccio, il suo profumo, il suo sorriso, e lo terrò come il tesoro per me più prezioso, spaccato di quello che sarebbe potuto essere e mai sarà.
Forse, un giorno, ci incontreremo in un nuovo sogno, chi lo sa.

Pensiero.

Il tuo pensiero
Lo vesto addosso,
Serica pelle
Mi ricopre leggero.
Mi penetra dentro,
Sconvolge i miei sensi,
Mi dona sospiri, ansimi
E gemiti.
Mi tiene ben sveglia,
La notte ed il giorno,
Dormire non posso,
O forse, non voglio.
Perché se gli occhi si chiudono,
Potrebbe svanire,
Lasciandomi sola
Nel buio,
Senza fiato.

Racconti: un battito di ciglia.

Cammino impavida, mentre il freddo sferza il mio viso. Ma non sento i suoi aghi pungenti trapassarmi i pori. Ho fretta. Devo raggiungere la fermata, prendere al volo la metro e sperare.
Sperare di incrociare anche oggi il tuo sguardo, anche solo per il breve istante necessario a farmi arrossire sino al midollo. Ma tu non te ne accorgerai, perché la sciarpa mi copre quasi tutto il viso, lasciando liberi soltanto gli occhi.
Ti guarderò solo un attimo, lo spazio di un battito di ciglia, perché tu non devi accorgerti di me. Sarà un fugace sguardo fintamente distratto, mentre ancora una volta registrerò come il più accurato degli scanner il contorno del tuo viso, il verde intenso delle tue iridi incorniciato da lunghe ciglia scure, la tua aria pensierosa, mentre ascolti la tua musica e nel contempo leggi quel libro, lasciando le lettere stampate solo per guardare di tanto in tanto la fermata successiva.
Sarà in uno di questi istanti che i tuoi occhi si rifletteranno impercettibilmente nei miei, poi io scenderò, come sempre prima di te, e rimarrò lì alla fermata, mentre la metro si allontana, a chiedermi dove vai, cosa fai nella vita, se sei sempre così pensieroso o se è solo il tuo modo di essere concentrato, perso tra la pagine di quel libro, uno dei miei preferiti.
Ecco la metro…
Non tutti i giorni sono fortunata, non tutti i giorni riesco a vederti. Quando succede mi sento così leggera che la giornata trascorre quasi come se fosse evanescente, leggiadra. A volte passa una settimana prima che la fortuna mi baci di nuovo.
Sospiro, mentre mi guardo intorno con finta indifferenza… e finalmente ti vedo.
Sei a buon punto, ti mancano pochi capitoli alla fine del libro. Vorrei chiederti che ne pensi, se ti sta appassionando, o se vai avanti solo per pura inerzia, per portare a compimento il cimento della lettura.
Le tue labbra sono lievemente imbronciate, forse sei di malumore?
Ecco che alzi il tuo sguardo…
Ma era un leggero sorriso quello che ho visto per un attimo, prima di guardare oltre? Sicuramente mi sono sbagliata, tu non sorridi mai.
Mi stringo nel cappotto, facendomi sottile, pronta per scendere. La fermata si avvicina, la metro rallenta, si ferma, le porte si aprono ed io le varco, ben attenta a non voltarmi. Gente che scende, gente che sale. Mi fermo, fecando finta di cercare qualcosa nelle tasche, in realtà ascoltando il bip della chiusura delle porte e poi lo sferragliare delle ruote sul binario. La guardo di soppiatto mentre si allontana, portandoti via chissà dove, anche oggi.
Sospiro, ben nascosta nella sciarpa, e faccio per riprendere il mio cammino, ma vado a sbattere contro qualcuno davanti a me.
Ero così impegnata a seguire la metro che non mi sono accorta della figura ferma, di fronte.
Alzo lo sguardo, imbarazzata per la figuraccia appena fatta, pronta a profondermi in mille scuse, ma dalla mia bocca non esce un fiato.
Sì, era proprio un sorriso quello che avevo visto, e che rivedo ora davanti a me, il più bel sorriso mai dipinto sulla faccia della Terra e dell’intero creato.

Maschere, ultima parte.

Quando riaprì gli occhi, il letto era vuoto. Dall’ampia finestra, schermata dalle persiane, filtravano i raggi del sole. Un vago ricordo della notte appena trascorsa la rese improvvisamente vigile. Il gioco si era ripetuto altre volte, dopo la prima, ed era stato sempre più intrigante e caliente. Nelle pause, tra un round e l’altro, entrambi si erano abbandonati ad un sonno leggero, sino all’ultima volta, quando infine erano definitivamente crollati.
Si guardò intorno ancora una volta, sentendosi abbandonata per l’assenza di Sasuke, ma cambiò opinione, quando sentì lo scroscio dell’acqua corrente nel bagno, di cui la camera era dotata. Lui stava facendo la doccia; non se n’era andato, come lei aveva in un primo momento erroneamente immaginato. Che fosse un segnale positivo?
Era così felice, per aver dato retta al suo istinto, che sentiva il bisogno di parlarne con qualcuno. Dopotutto era già domenica mattina e Davide probabilmente stava aspettando la sua chiamata. Certo, non sarebbe scesa nei particolari, ma avrebbe sentito finalmente una voce che reputava ormai amica. Voleva gridargli che tutto si poteva superare, che la sofferenza alla fine sarebbe cessata e la vita sarebbe potuta ricominciare.
Si alzò titubante, il lenzuolo suo unico vestito, e cercò il kimono. Lo trovò vicino al letto. Il telefono era in una piccola tasca interna, studiata appositamente. Lo accese, cercò il numero e fece partire la chiamata. Lo squillo dall’altra parte la fece ben sperare. Davide aveva il telefono acceso.
Contemporaneamente, però, sentì un suono, venire dagli indumenti di Sasuke, ai piedi del letto. Incuriosita si avvicinò, mentre aspettava la risposta dell’amico. Rovistò tra gli abiti e alla fine trovò quello che cercava: anche il telefono di Sasuke stava squillando. Accadde tutto nello stesso istante: lui che usciva dal bagno, avvolto solo in un corto asciugamano bianco; lei che leggeva sul display del telefono il nome Mel, mentre con l’altra mano continuava a tenere il suo cellulare, nella vana attesa di una risposta.
I loro sguardi si incrociarono e mentre si vedevano chiaramente per la prima volta, nella luce del mattino, lei realizzò… Sasuke e Davide erano la stessa persona!
Incredula, continuava a guardare ora il telefono del ragazzo, ora il suo bel viso; solo adesso, che la luce era sufficiente e che il trucco era stato lavato dalla doccia, poteva distinguerne perfettamente i tratti, allo stesso tempo belli e decisi; e gli occhi, quegli occhi, che l’avevano sondata nel profondo, verdi come la giada.
Ma questo non aveva più importanza… Ciò che invece contava era che due persone, fino a quel momento ritenute l’una l’opposto dell’altra e capaci di suscitare in lei emozioni tanto distanti tra loro, si erano rivelate un unico uomo. Improvvisamente un dubbio attraversò la mente della ragazza: possibile che entrambi fossero all’oscuro della singolare situazione venuta a crearsi, o invece, cosa più probabile, faceva tutto parte sin dall’inizio di un subdolo piano, da lui ordito, per ottenere come unico scopo di sedurla?
A pensarci bene la spiegazione non poteva essere che quella. Ora che ci faceva caso, li aveva sentiti sempre in momenti differenti ed alla fine era stato Davide ad indurla ad accettare l’invito alla festa. Che stupida era stata! Si era fatta turlupinare come una principiante. E in che modo Davide aveva ottenuto il suo numero di telefono? Possibile che Roberto, l’unica conoscenza che avevano in comune, fosse stato suo complice? No, questo non riusciva a crederlo.
Chiuse la chiamata, ormai inutile. Abbassò lo sguardo, non perché non avesse il coraggio di sostenere quello di lui, ma perché non voleva che lui vi leggesse lo sgomento e la rabbia per ciò che aveva capito di avere subito. Colta da un moto d’orgoglio riprese la veste e l’indossò, con finta calma.
“Aspetta… lasciami spiegare… non è come credi!”.
Ma lei non rispose. Quelle parole non avevano fatto altro che confermare il suo sospetto: lui sapeva! Finì di vestirsi e fece per raggiungere la porta. Voleva solo andare via di lì al più presto, prendere la macchina e tornare a casa, a lavare di dosso l’umiliazione che la soffocava e leccarsi le ferite, che ancora una volta la laceravano nel profondo. Davide, però, non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare. Si frappose tra lei e la porta, nel tentativo di bloccarla, ma lei era decisa quanto lui nei propositi.
“Non andare… ti prego”, le disse, trattenendola per un braccio.
Ancora lei tacque. Lo guardò soltanto, per un breve istante, e allora lui desistette: lo convinsero le lacrime, che lei aveva invano trattenuto, e che ora sgorgavano copiose. Lacrime amare. Cosa aveva fatto? Lasciò la presa, conscio per la prima volta di quanto quello che aveva voluto essere solo un gioco fosse diventato pura crudeltà.
Melissa abbandonò la camera in silenzio e raggiunse l’auto senza mai voltarsi.
Mai più rimpianti… Meglio un rimorso. A volte, tuttavia, un rimorso può fare male più di mille rimpianti.

“Ero sicuro di trovarti qui… Roberto dice che è il tuo posto preferito”.
Melissa sobbalzò, all’udire quelle parole; ma non si voltò. Continuò invece a guardare il mare, solcato in lontananza da alcune imbarcazioni, tutte illuminate a festa.
“Perché sei qui? Cosa vuoi ancora? Eppure credevo di essere stata chiara, non rispondendo alle tue telefonate e ai tuoi messaggi. Ti ho persino cancellato dai contatti sul web…”.
“È dunque questo che desideri? Cancellarmi dalla tua vita?”. Il tono di Davide lasciava trasparire quanto in realtà fosse teso.
“Dimmelo tu… come ti comporteresti se fossi nella mia situazione? Se una persona di cui ti fidavi ti avesse umiliato e fatto sentire uno stupido? Hai ottenuto quello che volevi e lo hai fatto usando l’inganno”.
Davide abbassò lo sguardo; come poteva darle torto? Come poteva anche solo sperare che lei lo perdonasse? Perché mai avrebbe dovuto ascoltare le sue giustificazioni? Era andato tutto nel modo sbagliato e soltanto perché lui aveva voluto a tutti i costi approfondire la sua conoscenza; lei lo aveva stregato molto più di quanto potesse immaginare e non aveva saputo resisterle. Era riuscito a procurarsi il suo numero di telefono con uno stratagemma e l’aveva contattata, facendo leva sulla storia del cuore infranto, che poi una storia non era.
Tutte le azioni che aveva compiuto erano state realmente dettate dal bisogno di superare quella vicenda che lo aveva distrutto. Il limbo in cui era finito e in cui si era crogiolato ora non gli andava più, perché quella ragazza, che ora gli dava le spalle, era riuscita a fargli tornare la voglia di ricominciare a provare dei sentimenti.
Ma aveva rovinato tutto, con il tentativo di scoprire in quel modo subdolo cosa ci fosse oltre le apparenze della chat. Forse avrebbe fatto meglio a soddisfare la curiosità di entrambi, rispondendo alle domande che lei gli aveva posto, ma non ci era riuscito, perché aveva avuto una dannata paura di fidarsi di lei. Era tutta colpa della sua diffidenza.
Quel maledetto giorno aveva deciso di rivelarle tutto, ma l’aver dimenticato il telefono acceso aveva sconvolto i suoi piani. E ora era troppo tardi.
L’aveva perduta, ancor prima di averla conquistata. O forse l’aveva posseduta, ma solo per il fugace attimo rappresentato dalla notte trascorsa insieme.
No, non doveva desistere, doveva lottare. Sentiva che ne valeva la pena, doveva lottare.
“Non mi muoverò di qui, sinché non avrò finito di dirti quello che devo”, disse risoluto.
“Bene”, rispose lei.
“Allora parla e poi sparisci”. Il suo tono era freddo e tagliente.
“Guardami per favore”, replicò lui, afferrandole le braccia a girandola con decisione.
Ora erano di nuovo faccia a faccia, dopo più di un mese. Sebbene Melissa cercasse di mostrare indifferenza, il suo viso parlava per lei, mostrando il suo dolore.
Davide respirò profondamente, prima di parlare ancora.
“Lo so che tutto è contro di me, ma devi credermi. Non era mia attenzione prendermi gioco di te. Sì, lo ammetto, mi sono procurato il tuo numero con l’inganno. Un giorno Roberto si è lasciato sfuggire il tuo vero nome, senza accorgersene, e alla prima occasione ne ho approfittato per prendere il tuo numero dal suo cellulare. Lo so che ho sbagliato e che se avessi voluto sapere di più di te avrei dovuto semplicemente chiedertelo in chat, ma questo mi avrebbe costretto a scoprirmi con te e ancora non volevo; non ero pronto. Le cose che ti ho detto per sms erano tutte vere e il mio modo di agire in chat era una maschera, come ben avevi intuito, per evitare di lasciare che gli altri scoprissero come ero realmente. Prima di conoscerti non avrei mai pensato che una donna avrebbe potuto attirare la mia attenzione di nuovo; non ne volevo sapere. Volevo soltanto andare avanti per la mia strada e divertirmi, lasciare i rapporti sul superficiale e finirli dopo aver preso ciò che mi interessava.
Ma tu… tu hai avuto la capacità di risvegliare il mio interesse sopito. All’inizio ero solo curioso di vedere di cosa saresti stata capace, ma poi sei diventata come una dolce ossessione e non sai quanto mi è costato trattenermi dal contattarti ogni giorno. Non volevo che pensassi fossi troppo assillante. Alla fine non ho resistito; dovevo sapere a tutti i costi se eri realmente così come ti dipingevi o se sotto c’era dell’altro. Per questo ti ho mandato il primo sms. Non avrei mai pensato che parlare con te in questo modo, anche se per poco tempo, mi spingesse a desiderare così tanto di fare la tua conoscenza. Dovevo vederti, per capire se anche tu sentivi le stesse cose che io provavo per te e quando ti ho vista, alla festa, ne sono stato certo. Non puoi mentirmi, lo leggo anche adesso nei tuoi occhi, che nonostante tutto desideri riprendere da dove abbiamo lasciato. Ti prego, permettimi di far parte della tua vita, non lasciare che un equivoco rovini tutto ciò che potrebbe essere tra noi”.
Tacque, in attesa di una sua replica. Melissa, però, non parlava. Non sapeva che dire; era combattuta tra il credergli e il voltargli definitivamente le spalle.
“Mi dispiace”, disse infine. Solo questo riuscì a pronunciare, perché Davide non la lasciò proseguire.
“Ti lascerò andare solo se il tuo corpo confermerà le tue parole”, le sussurrò, prima di stringerla a sé e baciarla.
Lei era rigida; lottava per non soccombere, ma alla fine desistette. Abbandonò ogni velleità di resistenza e rispose al bacio con eguale passione.
“Non… non posso”, disse alla fine, dopo essersi staccata da lui.
“Perché non puoi? Di cosa hai paura?”.
“Di te… Chi mi dice che alla prima occasione non ti defilerai?”.
“Guardami negli occhi e dimmi se vi leggi qualche incertezza. Non sono mai stato così sicuro di ciò che voglio, come lo sono ora. Tu mi appartieni da quella notte, se non da prima… dal nostro primo incontro virtuale. E mi apparterrai ancora per un tempo infinito… devi solo dire di sì”.
Melissa percepì la risolutezza che lo permeava. Forse aveva finalmente trovato la roccia che aveva cercato per tutto quel tempo, quell’appiglio che l’avrebbe sostenuta quando si sarebbe trovata in difficoltà e che l’avrebbe protetta.
“Sì…”, mormorò, con gli occhi lucidi.

Due ombre, allungate dai raggi radenti del tramonto, si fusero nell’abbraccio da tempo agognato, uniche presenze sulla sabbia dorata, lambita dai flutti della sera. E lì rimasero, sinché il grande disco dorato non raggiunse le profondità del mare, lasciando spazio alla candida luna, etereo sfondo per tutti gli amanti.
Nessun rimpianto stavolta, nessun rimorso…

Maschere, sesta parte.

La strada in cemento, larga a sufficienza per consentire il passaggio di un mezzo agricolo, terminava proprio davanti ad un imponente cancello in ferro battuto, ora spalancato. Un ragazzo, vestito completamente di nero e con una lista in mano, accoglieva i convenuti, chiedendo ad ognuno di mostrare l’invito.
Melissa teneva il suo a portata di mano, sul sedile del passeggero. Lo porse con apparente noncuranza al giovane, ignorando l’occhiata analizzatrice di costui, più attenta alla sua scollatura che al cartoncino ricevuto.
Ottenuto il via libera, la ragazza parcheggiò l’auto nell’ampio spiazzo, colmo per metà. Chissà se erano attese altre persone, ma probabilmente lei era l’ultima arrivata; questo almeno le suggerì la chiusura del cancello dopo il suo passaggio.
Aveva perso parecchio tempo nel decidere cosa avrebbe indossato e alla fine, dopo lunghe esitazioni, aveva optato per un costume orientaleggiante: una specie di kimono nero, che le lasciava le spalle scoperte, mettendo in evidenza il decolté, e le fasciava delicatamente le forme. Aveva acconciato i capelli in uno chignon, impreziosito soltanto da una piccola margherita sul lato destro, e lasciato liberi due ciuffi riccioluti che le ricadevano ai lati del viso.
La casa che ospitava la festa era grande abbastanza per accogliere un centinaio di persone. La maggior parte era riunita nell’ampio salone, dove le danze erano già iniziate. Le altre, invece, sostavano nella terrazza principale, dove era stato allestito un generoso buffet.
Prima di entrare in casa, Melissa indossò la maschera corvina, decorata da piccole piume argentate, che celava i tratti del viso a sufficienza per renderla irriconoscibile. O almeno così sperava. Decise di mettere subito alla prova le sue convinzioni, perché all’ingresso c’era Roberto, vestito da gladiatore, che accoglieva gli ultimi ospiti. Notò subito il suo sguardo incuriosito, quasi stesse cercando di mettere a fuoco chi mai potesse essere quella leggiadra figura che saliva con eleganza i pochi gradini d’accesso. Aveva ancora quell’espressione incerta e sognante, quasi stesse immaginando chissà quale felice epilogo tra sé e la graziosa apparizione, quando Melissa si avvicinò al suo orecchio e gli sussurrò:
“Metti a tacere i bollenti spiriti… sono solo io”.
Roberto la fissò ancora per un attimo, giusto il tempo di ricollegare la voce ad un viso a lui noto; infine capì chi fosse l’affascinante maschera che gli sorrideva compiaciuta e sorrise a sua volta.
“Hai deciso di far perdere la testa a qualcuno stasera… o sbaglio?”.
“Vedremo… per ora mi limiterò a guardarmi intorno, senza dare troppo nell’occhio”.
“Sarà difficile che qualcuno ti noti, vestita come sei”, rispose lui ammiccando.
“Ci vediamo dentro?”.
“Sì, tra poco arrivo anch’io. Giusto il tempo di controllare gli ultimi dettagli e poi mi dedicherò al puro divertimento”.
La sala adibita a discoteca era illuminata da luci soffuse, di vario colore, che contribuivano a rendere l’ambiente surreale. Era strano vedere danzare insieme Zorro e Wonder Woman, Tarzan e Cleopatra, la Banda Bassotti e alcune sexy poliziotte.
Melissa cominciava a sentirsi fuori posto; il solo fatto di non conoscere nessuno degli invitati la metteva a disagio e poi c’era il motivo principale della sua presenza in quel luogo, che le tendeva come una corda di violino, pronta a spezzarsi alla minima sollecitazione errata.
Camminò lentamente lungo la parete, da cui penzolavano festoni variopinti, per non essere risucchiata dall’euforia del ballo. Intanto guardava qua e là con circospezione, in cerca di un movimento rivelatore da parte di uno dei tanti sconosciuti che affollavano il luogo. Ma non vide nulla che potesse attirare la sua attenzione, o che potesse insospettirla; solo, continuava a sentirsi osservata, ma da chi?
Si fermò davanti ad un lungo tendone, che celava una porta chiusa. La musica era troppo alta perché potesse sentire il lieve fruscio della cortina che si spostava, mentre alle sue spalle appariva una figura, vestita di nero come lei. Sussultò soltanto quando percepì un leggero respiro sfiorarle il collo, mentre qualcuno le sussurrava qualcosa all’orecchio.
“Ti avevo detto che ci saremmo incontrati in una stanza buia… Ho capito che eri tu, non appena hai messo piede qui dentro. Non poteva essere altrimenti e quando ho visto la margherita tra i tuoi capelli, ne ho avuto la conferma”.
Sasuke era dietro di lei! Ma come aveva fatto?
Fece per girarsi, per sostenere il suo sguardo, ma non ne ebbe il tempo. Sentì la mano di lui prenderle delicatamente il braccio e trascinarla dietro la tenda, oltre la porta sino a pochi istanti prima chiusa.
Si ritrovò in un’altra sala, più piccola della precedente, illuminata solo dai raggi di luna che attraversavano le ampie vetrate. Percepiva chiaramente il suono della musica dall’altra parte della porta, ma allo stesso tempo non lo sentiva, perché ora tutti i suoi sensi erano rivolti al ragazzo che le stava di fronte. Sebbene lei indossasse dei tacchi alquanto alti, lui riusciva comunque a superarla, anche se di poco. Non indossava alcuna maschera, ma il suo viso, abilmente truccato di bianco e nero celava comunque i suoi veri lineamenti. Anche i suoi occhi erano indecifrabili: Melissa non avrebbe potuto dire se fossero grigi, verdi o azzurri; l’unica cosa certa era lo scintillio che producevano mentre la fissavano.
Continuava a chiedersi il perché di quello strano trucco, e lo capì solo soffermandosi sui vestiti che lui indossava: pantaloni e maglietta neri, quasi del tutto celati da un lungo giaccone di pelle, aperto sul davanti. Se non fosse stato per i capelli, chiaramente sul biondo e un po’ corti per il personaggio che impersonava, sarebbe potuto essere l’esatta copia di Brandon Lee, il Corvo.
Nessuno dei due sembrava intenzionato a parlare; entrambi, infatti, stavano ancora studiandosi a vicenda. Mesi di lunghe conversazioni riaffioravano ad ogni respiro, ad ogni particolare del corpo su cui i loro occhi si soffermavano.
Melissa sentiva il cuore scoppiarle nel petto. Batteva così forte e così veloce, che ogni angolo del suo corpo lo percepiva e ne veniva squassato. Non aveva mai provato una simile sensazione, né sapeva dire se ciò fosse per lei un bene o un male.
Tutto intorno si era fatto indistinto e lontano, solo una cosa occupava la sua visuale: quel viso enigmatico, che sembrava averla stregata e da cui non riusciva a distogliere lo sguardo. Non si accorse neanche del movimento della mano di lui, sino a che non le sfiorò il viso. Era calda e la sua carezza dolce e sicura allo stesso tempo. Percorse la guancia con lentezza esasperante, sino a raggiungere le labbra socchiuse, che accarezzò più volte con le dita.
Quel contatto produsse in lei una forte scarica elettrica. Ora che era al dunque, non aveva la più pallida idea di come comportarsi: tante volte aveva vissuto quel momento nelle sue fantasie, cedendo sempre alla corte immaginaria ma ora che la realtà era lì e superava la sua fervida fantasia, si sentiva combattuta tra il forte desiderio fisico, che la stava consumando anche in quell’istante, e la razionalità, che sino a quel momento aveva volutamente tenuto da parte.
Sperò con tutta se stessa che fosse lui a toglierla da quell’impaccio e mostrarle la strada da percorrere e così fu. Sasuke avvicinò il suo viso a quello di lei, mentre la sua mano le correva lungo il collo. Si fermò solo quando fu a pochi centimetri dalla sua bocca, per guardarla negli occhi ancora una volta, prima di unire le labbra alle sue. Quel bacio, apparentemente casto, eppure così carico di significati nascosti, sciolse in lei ogni remora e per la prima volta seppe chiaramente come sarebbe andata a finire.
Mai più rimpianti… ripeté tra sé, mentre si abbandonava alla pura passione fisica. Ma fu allora che lui si staccò da lei, sorridendo maliziosamente.
“No, mia cara… non qui. Ho preparato per te qualcosa di speciale”, le disse, mentre la prendeva per mano, ancora stordita e si muoveva con passo sicuro nella stanza. Sembrava che fosse un frequentatore abituale di quel luogo, ma lei non se ne meravigliò. Se lui e Roberto erano amici, era probabile che già altre volte avesse visitato quella casa. Ma ora che ci pensava, era di Roberto quella casa?
Lasciò cadere la domanda nel vuoto, concentrata com’era sulle azioni del suo cavaliere. La musica, che per quegli attimi interminabili aveva smesso di sentire, era ora di nuovo presente alle sue orecchie e rimbombava tra le mura della casa.
Non rientrarono nella sala della festa, ma proseguirono per un ampio corridoio avvolto nella penombra su cui la saletta si apriva e quindi salirono l’ampia scalinata che conduceva al piano superiore. Solo allora Melissa realizzò quanto la struttura fosse grande. Su entrambi i lati del corridoio si aprivano diverse porte, tutte chiuse. Si fermarono solo quando raggiunsero l’ultima porta sulla destra. Sasuke trasse dalla tasca una chiave e fece scattare la serratura, quindi aprì l’uscio ed entrò nella camera, tenendo sempre lei per mano.
“Ecco… qui nessuno potrà disturbarci e finalmente terrò fede a tutto ciò che ti ho scritto”.
Melissa sentì il viso avvampare, ricordando ciò che si erano detti.
“Avevi ragione…”, mormorò, “l’oscurità che ci avvolge non permette di vedere quanto io sia arrossita, ma ti assicuro che è così”.
Non le rispose. Invece concentrò la sua attenzione sulla maschera che lei ancora indossava.
“Non ti dispiace se te la levo, vero? Ormai non ha senso che tu la tenga”.
Lei annuì, restando immobile, mentre lui la liberava dall’unico ostacolo che ancora si interponeva tra loro.
Si sentiva come se la stesse spogliando dell’indumento più intimo che possedesse, anche se in realtà si trattava soltanto di un ornamento posticcio di poco conto. Per la prima volta Sasuke poteva vedere quali in realtà fossero le sue fattezze; ciò le causò un certo imbarazzo.
Lui si accorse del suo disagio e prendendo il mento tra le dita, la invitò a guardarlo negli occhi.
“Sei più bella di quanto immaginassi… e questo mi rende ancor più felice di aver compiuto questo passo”.
Un leggero rossore apparve sulle guance della ragazza. Perché riusciva sempre a farla sentire come se fosse una ragazzina alle prese con la sua prima cotta? Perché quando le diceva qualsiasi cosa, anche la più insignificante, sentiva il sangue ribollirle dentro e finiva irrimediabilmente per perdere il controllo? Ecco, le succedeva anche ora. Avrebbe voluto fuggire, ma le gambe non rispondevano ai comandi del cervello e continuava a stare lì, ferma davanti a lui, che di nuovo le si faceva più vicino.
Istintivamente chiuse gli occhi, aspettando che ancora una volta la bocca di Sasuke si fondesse con la sua. Ma attese invano. Quando li riaprì il ragazzo le sorrideva. Aveva in mente qualcosa, ne era sicura e non sapeva se essere per questo spaventata o eccitata.
Lentamente riprese ad avanzare, ma cambiò all’ultimo momento l’obiettivo delle sue azioni.
Posò le labbra sul collo e le fece scorrere, mentre scandiva distintamente dei baci delicati sulla pelle profumata. Quando un brivido di piacere scosse il corpo della ragazza, allora schiuse le labbra e le solleticò la pelle con la punta della lingua.
“Vedi, tutto sta nell’inizio…”, le sussurrò all’orecchio. Quindi, con un movimento deciso l’attirò a sé e solo quando fu prigioniera del suo abbraccio rivolse nuovamente le sue attenzione alla sua bocca, baciandola stavolta con ardore crescente, sino a mozzarle il fiato.
Melissa si sentiva come se quel bacio avesse estirpato le sue ultime resistenze. Ormai era in balìa di Sasuke ed il suo unico desiderio era che lui non si fermasse… non ora.
Quasi intuisse i suoi pensieri, Sasuke la sollevò con facilità, come se tenesse tra le mani una piuma, e lo posò sul letto. Non le staccava gli occhi di dosso, occhi che dicevano chiaramente quanto bramasse portare a compimento ciò che sino ad allora aveva solo immaginato.
Le sfiorò la vellutata pelle delle gambe, lasciata scoperta dallo spacco che si apriva lateralmente sul vestito. Raggiunse quindi il nastro, che teneva chiuso il kimono, e lo sciolse, liberandola così della serica veste e mettendo a nudo le suo giovani e sinuose forme.
Melissa sussultava ogni qual volta il suo corpo subiva il contatto delle sue mani. Era come se sapesse già dove posare le dita, per procurarle maggior piacere. Ma lei non voleva essere da meno: aveva sognato così tanto che quel momento fatidico arrivasse e fremeva per essere all’altezza del suo amante. Gli fermò la mano, che, scivolandole per la vita, aveva raggiunto le mutandine di pizzo nero. Lui la guardò sorpreso, pensando forse che volesse fermarlo, ma lei gli sorrise maliziosamente, per rassicurarlo; poi si sedette e con un movimento deciso ribaltò le posizioni prima consolidate, ritrovandosi così sopra di lui.
Lo liberò della lunga giacca di pelle e della maglietta, rivelando il torso ben delineato e le braccia toniche. Si creò uno strano contrasto, tra il corpo roseo ed il viso, pallido per il trucco; Ciò conferiva al ragazzo un ulteriore alone di irrealtà e mistero. Melissa studiò i particolari del petto, scorrendoli con i polpastrelli e sottolineandoli con le labbra. Giunta all’addome concentrò le attenzioni sui pantaloni, che slacciò con apparente noncuranza, rimuovendoli subito dopo.
“Vedo che ti piace avere il controllo…”, disse lui ad un tratto con voce roca, “ma a me piace di più”.
L’afferrò per la vita a la fece rotolare sul giaciglio, ritornando sopra di lei. Riprese il discorso esattamente dal punto in cui l’aveva interrotto, infilando la mano oltre il pizzo e accarezzandole le calde labbra inferiori, prima di esplorare a fondo la cavità che celavano.
Melissa inarcò la schiena e si lasciò sfuggire un gemito di piacere; ormai la sua mente era annebbiata dalla passione e il corpo fremeva ad ogni sapiente movimento di lui. Un’ondata di calore la pervase, mentre i due corpi si muovevano all’unisono. Solo allora Sasuke la liberò dell’intimo e, scostatele leggermente le gambe, si insinuò dentro di lei, continuando nel contempo a stuzzicarle il seno ed il collo con ardenti baci e carezze. Melissa perse completamente il contatto con la realtà, a causa del vortice in cui era stata risucchiata. Ciò che più aveva voluto e mai conquistato, l’estasi dei sensi, si compiva proprio ora, per mano di un uomo di cui in realtà nulla sapeva; ma questo, in fin dei conti, non le importava; anzi, forse non le era mai importato.
Alla fine raggiunse il culmine: una nuova ondata di calore, più forte della precedente e molto più intensa, esplose nel luogo più remoto e segreto della sua nudità, spandendosi per l’addome e raggiungendo ogni angolo del fisico, squassandola ed insieme fiaccandola. Più di un gemito sfuggì dalle sue labbra, mentre lui, cacciatore compiaciuto dell’esito della lotta, fissava la sua preda, persa tra le sue braccia.
Entrambi i cuori martellavano nel rispettivo petto, quasi volessero uscirne per fondersi a metà strada. Giacquero così, avvinghiati l’uno all’altra, per lunghi istanti, in silenzio, mentre la musica, che per tutto quel tempo non avevano sentito, raggiungeva ora di nuovo le loro orecchie, seppur ovattata.
Era successo… alla fine era successo per davvero!
Solo ora, mentre lentamente riacquistava il controllo, Melissa realizzava pienamente la pazzia che aveva commesso. Tuttavia non ne era affatto pentita, né provava il rimorso che in realtà si sarebbe aspettata, una volta finito tutto. Non voleva neanche affrontare le domande che avevano iniziato a ronzarle in testa, ora che la lucidità aveva ripreso il sopravvento. Che sarebbe successo, ora? Che ne sarebbe stato di lei, o meglio di loro? E ci sarebbe stato poi un loro?
No, non aveva voglia di rispondere; preferì invece lasciarsi andare al torpore che conquistava le sue membra, cullate dal tepore dell’abbraccio del suo amante.

Maschere, quinta parte.

“Melissa… c’è qualcuno che ti cerca”.
La voce di Matteo distolse la ragazza dai calcoli in cui era immersa. Far quadrare i conti era già difficile di per sé, se poi ci si mettevano anche i pensieri che ormai erano il suo chiodo fisso allora diventava alquanto improbabile.
Chi sarà?, si chiese lei, uscendo dall’ufficio.
Un ragazzo magro, dai corti capelli neri, incrociò il suo sguardo, sorridendole.
Khan?… Khan! Stava per pronunciare quel nome, ma si accorse appena in tempo che quello era il suo nickname e non era il caso chiamarlo così davanti a suo fratello; meglio evitare le sue domande in proposito.
“Roberto, ciao!”, si limitò a dire con entusiasmo. I due si salutarono con due baci sulle guance, sotto lo sguardo incuriosito di Matteo.
“Qual buon vento ti porta qui… il vento della lettura?”, disse sorridendo lei.
“Più o meno… a parte quello, non ti sarai dimenticata dell’incontro?”.
Incontro… quale incontro? Melissa era più che certa di non aver dimenticato nessun incontro. Stava per chiedergli spiegazioni, quando qualcosa nei suoi occhi la fece desistere.
“Ah, si! L’incontro… che stupida! Hai ragione!”. Cosa c’era di tanto importante da condurre Khan lì da lei con una scusa del genere?
“Lo sapevo! Sei proprio sbadata! Allora, dove possiamo parlarne?”.
“Che ne diresti di un caffè? C’è un bar proprio qui davanti”.
“Va benissimo”, rispose lui.
“Io mi assento per un po’. Se hai bisogno di me sono al bar”, disse lei al fratello.
“Sì, ho sentito. A dopo”.

“Allora… che succede?”.
Melissa non poteva aspettare oltre. Aveva pazientato sino a quando la cameriera non aveva portato le loro ordinazioni, per evitare di essere sentiti da orecchie indiscrete.
Khan, o meglio, Roberto, sorseggiò lentamente il succo che aveva ordinato, prima di rispondere.
“Niente di che… sto organizzando una festa in maschera per il mio compleanno e sono venuto a portarti l’invito di persona”.
“E io che mi era fatta chissà quale strano film mentale! Ma scusa, perché allora tirare fuori la scusa dell’incontro? Che male c’è ad invitarmi alla tua festa davanti a mio fratello?”.
“In realtà ti dovevo dire anche un’altra cosa, che non volevo lui sentisse”.
“Cioè?”.
“Alla festa ci sarà anche lui”. Sorrise maliziosamente mentre lo diceva; che Sasuke gli avesse rivelato il contenuto delle loro chiacchierate? No, non era possibile.
“Perché me lo stai dicendo?”.
“Perché non mi andava di sentire te che ti lamentavi perché non te l’avevo detto e poi volevo vedere la tua reazione alla notizia”.
“E sei soddisfatto della mia reazione?”, disse lei, fingendo indifferenza.
“Si, a giudicare da come sei arrossita quando te l’ho detto!”, rispose lui con un sorriso.
“Il tuo viso parla sempre troppo, ricordatelo”. Bevve un altro sorso, mentre guardava compiaciuto Melissa che cercava di riacquistare la calma.
“Allora… verrai?”.
“Ci devo pensare… quando sarà?”.
“Il prossimo sabato. Tieni, qui ci sono l’invito e le indicazioni per raggiungere il luogo della festa. È una casa in campagna”.
Prese i foglietti che lui le porgeva e li guardò con apparente attenzione: in realtà però non li vedeva affatto.
“Ti ringrazio…”, mormorò.
“Bene, io devo andare; ho altri inviti da consegnare. A sabato… sempre che tu decida di venire”.
Si salutarono appena usciti dal bar. Melissa guardò Roberto svanire dietro l’angolo, poi fissò nuovamente l’invito e la piccola mappa con le indicazioni stradali. Ciò che aveva sino ad allora immaginato, poteva divenire realtà. Ma era davvero quello che voleva? E chi le garantiva che una volta incontrato Sasuke non ne sarebbe rimasta delusa, o peggio, che non sarebbe accaduto il contrario? Era combattuta tra la paura e la curiosità dell’ignoto.
Ci pensò per tutto quel giorno e anche per quello seguente, ma senza riuscire a prendere una decisione definitiva. La forza per spezzare l’indugio le venne inaspettatamente da Davide.
Stava rimuginando ancora sulla faccenda, tenendo tra le mani un libro aperto, ma che non aveva alcuna voglia di leggere, quando arrivò un suo messaggio.
– Ho sentito gli ingranaggi del tuo cervello muoversi all’unisono… qualcosa che non va?
Come poteva sapere che era divisa da un piccolo dilemma? Quel ragazzo continuava a stupirla e lei non riusciva a capacitarsi di come ci riuscisse.
– Un giorno mi spiegherai come ci riesci.
– A fare che?
– A sapere sempre cosa sto provando esattamente nel momento in cui mi contatti.
– Ho dei poteri paranormali… scherzo… in realtà tiro molto ad indovinare, ma siccome per quello che ho capito di te sei una persona alquanto riflessiva, ti immagino spesso immersa in chissà quali elucubrazioni. Quindi avevo ragione? C’è qualcosa che ti preoccupa?
– Sì e no… più sì che no. C’è la forte probabilità che presto incontri una persona e la cosa mi spaventa un po’.
– Qualcuno che ti ha fatto soffrire, o per cui provi soggezione?
– In realtà qualcuno che ha la capacità di tirare fuori la parte più nascosta di me. Il problema è che proprio per questo motivo non ho idea di come potrei comportarmi in sua presenza. Non ti nascondo che mi faccio paura da sola.
– Addirittura? Deve trattarsi di un essere dai poteri più grandi dei miei, allora, per causarti tutto questo turbamento. Lo conosci da molto?
– Da un po’… in realtà non ci siamo mai incontrati prima ed è questa la cosa che mi crea più disagio. Sto pensando seriamente di evitare l’incontro.
– Invece secondo me dovresti andarci. Credo che questo tuo stato d’animo sia dettato più dall’effettiva non conoscenza di questa persona. Sbaglio o non sei stata tu a dirmi che per una volta al rimpianto preferivi il rimorso? Non vorrai cedere proprio ora?
– Hai ragione sai? Credo che alla fine tutte le mie fisime si risolveranno in una bolla di sapone… sì, devo vederlo. Ti ringrazio, non sai quanto questa decisione mi ha fatto penare…
– Dovresti saperlo che ho la capacità di risolvere i problemi degli altri, ma non i miei. Quando dovrebbe avvenire l’incontro?
– Sabato sera.
– Beh, allora ti faccio un grosso in bocca al lupo e naturalmente ti prego di tenermi aggiornato sulla faccenda. Son proprio curioso.
– Sarai la prima persona che chiamerò… ti posso chiamare?
– Perché no? Così finalmente sentirò il suono della tua voce…
– Non è niente di speciale, te lo assicuro.
– Questo lascialo giudicare a me… ora devo andare. Nei prossimi giorni sarò molto impegnato, per cui aspetto direttamente la tua telefonata domenica mattina. A presto.

Le parole di Davide avevano infuso un po’ di coraggio in Melissa, tanto che nei giorni seguenti si era convinta che avrebbe potuto affrontare la situazione e che forse alla fine avrebbe anche riso delle sue inutili preoccupazioni. Inoltre, sebbene sapesse per certo che Sasuke vi avrebbe partecipato, non era certa di incontrarlo, anche perché nessuno dei due sapeva che faccia avesse l’altro. La festa poi era in maschera, per cui bastava indossarne una e il rischio sarebbe diminuito ulteriormente. Rimaneva però l’incognita Roberto: si sarebbe limitato ad osservare in disparte o ci avrebbe messo del suo?
Continuava a pensarci, mentre cliccava nervosamente col mouse sull’icona che non voleva aprirsi. Ogni tanto succedeva che il laptop facesse le bizze. Stava cercando dei nuovi libri da proporre nel negozio, magari qualche autore emergente da ospitare per una presentazione; le capitava di organizzarne, periodicamente: era un modo per creare un evento e promuovere al tempo stesso la sua attività.
Era solita fare queste ricerche dal pc del negozio, ma quella sera non riusciva proprio a chiudere occhio. Era venerdì e ancora non aveva scelto un abito per la sera seguente; fatto che si sommava a tutti gli altri pensieri.
Stava maledicendo ancora una volta il dannato mouse, quando una finestra si aprì improvvisamente sullo schermo.
– Buonasera, mia adorata Kayura.
Era Sasuke. Dopo quasi una settimana di assenza si era materializzato dal nulla, come suo solito.
– Buona sera, principe delle tenebre. Qual buon vento ti riporta da me?
– Il vento dell’attesa… non ce l’ho fatta ad aspettare domani sera… perché tu ci sarai domani sera, vero?
Melissa attese qualche attimo prima di rispondere. Non voleva che lui pensasse che lei fosse a disagio per la situazione, anche perché per quello che ne poteva sapere lei si trattava solo del suo solito film mentale.
– Se parli della festa di Khan, sì, ci sarò. Ciò che non mi aspettavo era che ci fossi anche tu… quindi per tutto questo tempo abbiamo parlato senza neanche sapere di essere così vicini… pensa che potremmo esserci incontrati senza neanche saperlo.
– Già… Potresti essere la barista del mio locale preferito, o la commessa del negozio dove abitualmente compro i vestiti… oppure quella bella biondina che mi passa davanti tutti i giorni, mentre corre nel parco…
– Sì… e tu potresti essere il mio fornaio, o il postino, o il ragazzo del corriere che mi consegna sempre tanti pacchetti…
– E chi lo sa… domani sarà la resa dei conti… lo sai vero?
Cosa intendeva per “resa dei conti”?
– Dipende… se prima riuscirai a riconoscermi.
– A tal proposito… saresti così gentile da dirmi che costume indosserai… così la mia ricerca sarà più semplice.
– Veramente ancora non ho deciso e comunque ti informo che ho intenzione di celare il mio bel viso con una maschera per tutta la serata, per mantenere ancor più a lungo il mistero.
– E come potrò trovarti allora… neanche un segnale mi darai della tua presenza? Che ne so… un particolare a noi due soli noto… un fiore tra i capelli, per esempio…
Ecco, lo sapeva, stava succedendo di nuovo. Non riusciva a dirgli di no.
– E sia… porterò una margherita tra i capelli, così mi riconoscerai. Comunque, anche una volta che leverò la maschera, chi ti assicura che non continui ad impersonare un personaggio che in realtà non sono?
– Credo di conoscerti abbastanza per capire quando fingi e quando sei seria, per cui non dovrei avere problemi…
– Hai detto bene, credi… In realtà non sai praticamente nulla di me, come io del resto non ti conosco affatto. Indosso ogni giorno invisibili maschere che celano il mio io più profondo al mondo. Ne ho una per ogni occasione e per ogni persona. So essere esattamente come gli altri vogliono che sia. Perciò, mio caro, non puoi escludere che io non faccia lo stesso anche con te.
– Beh… questo fa parte del gioco, non trovi? Come te, io stesso tendo a nascondere la mia vera essenza. E poi ti toglierei il gusto della scoperta…
– Quale scoperta? Se da quando ci conosciamo non fai altro che glissare ogni volta che ti pongo una domanda personale? Dici sempre che parlare è noioso e poi cambi subito argomento, passando a quello che più ti è congeniale…
– Però non dirmi che ciò non ti intriga. Sono più che certo che la tua curiosità aumenta di giorno in giorno e ti assicuro che presto sarà premiata.
– Sì, dici così ma in realtà chi mi garantisce che domani sera non mi troverò davanti ad una perfetta fregatura?
– Senti… questa volta voglio essere serio. Ti assicuro che se ti ho portata a questo punto è perché io stesso, lo ammetto, sono rimasto seriamente coinvolto da te. Domani sarà decisiva non solo per te, ma anche per me. Come te brancolo nel buio e ho i tuoi stessi dubbi, solo riesco a viverli meglio, a quanto pare.
– Dici davvero?
– Te lo assicuro… e ricorda queste mie parole. Quando saremo l’uno di fronte all’altra tutto sarà improvvisamente più chiaro e sarà allora che…
– …Che?
– Che sarai completamente mia e ti condurrò nel luogo dove metterò in pratica tutte le cose che ti ho scritto in questi mesi…
– Lo sapevo che avresti detto qualcosa del genere, prima o poi…
– Che ci vuoi fare? Sono fatto così, forse… o forse no… Domani lo saprai… Ora devo andare, buonanotte.
– Buonanotte e a domani…

Maschere, quarta parte.

La luna era appena sorta dalle profondità marine e il suo cerchio perfetto si rifletteva sulla liscia superficie acquatica, dando l’impressione che un nuovo satellite gemello fosse stato creato da mani divine, per rendere il suo viaggio celeste meno solitario.
I grilli, nascosti qua e là, accompagnavano con il loro tenue frinire il canto roco delle rane, serenata del mondo animale allo spettacolo astrale.
Melissa, coricata nel letto ma vigile ormai da un paio d’ore, si godeva lo spettacolo, guardando fuori dalla porta finestra aperta. Non riusciva a dormire; il bruciore allo stomaco, che le rendeva il sonno inconcepibile, continuava ad aumentare. Neanche la camomilla, bevuta tutta d’un fiato prima di andare a dormire, l’aveva confortata.
Accanto a lei, sulla piazza vuota, il laptop da un lato ed il telefonino dall’altro, sembravano fissarla con insistenza, chiedendosi quando avrebbe fatto la sua mossa, che continuava a rimandare da quando era tornata a casa.
Ad un tratto fece per accendere il computer, ma poi parve ripensarci. Prese invece il telefono e iniziò a comporre convulsamente alcune parole. Cancellò e riscrisse più volte il suo pensiero, finché non fu distolta da quell’occupazione da un nuovo messaggio, appena giuntole.
– Correggimi se sbaglio, ma ho avuto come la sensazione che mi stessi chiamando… con la voce della mente, s’intende! O forse, data l’ora tarda, sei già tra le braccia di Morfeo? In questo caso, perdonerai la mia intrusione, almeno spero…
Melissa sorrise. Quando si dice telepatia… Davide l’aveva tolta dall’impaccio di come iniziare la conversazione e dal timore di svegliarlo, senza neanche saperlo.
– Non sbagli… un giorno poi mi spiegherai come hai fatto!
– Non so… certe facoltà sono innate ma se anche ci fosse il trucco, non te lo direi mai!
– Che fai… mi spii?
-Naaa, sto scherzando. Ho solo improvvisato e sperato, tutto qui. E mi è andata bene, aggiungerei. Allora… come mai ancora sveglia nonostante l’ora tarda?
A proposito… che ora era? Melissa guardò l’orologio: le due.
– Pensieri che continuano a tormentarmi e di cui non riesco a liberarmi… tu?
– Lo stesso… la notte è tremenda, perché ciò che ho cercato di ricacciare e tenere a distanza durante il giorno torna adesso presente più che mai e non mi da tregua. Sai di che parlo, no?
– Sì, lo so bene. Ogni tanto mi succede ancora, ma non è oggi il caso.
– Qualche nuovo amore all’orizzonte? O forse sono la famiglia o il lavoro a tenerti sveglia?
– Niente amore per me, non più, fino a che vivrò. Fa troppo male. Quanto alla famiglia e al lavoro, chi non ne è preoccupato? In realtà non so bene neanche io che ho, mentì. Invece lo sapeva bene, perché quel nome, Sasuke, lo aveva stampato davanti agli occhi anche ora.
– Capisco… uno di quei tanti momenti in cui ci si sente strani, come se ci mancasse qualcosa o se avessimo fatto qualche errore senza saperlo. La risposta è davanti a noi, ma non riusciamo ad afferrarla, perché non la vediamo o, semplicemente, non ne abbiamo il coraggio.
– Quanto è vero ciò che dici. Sembra che tu mi conosca da sempre.
– Ti dico solo quello che ultimamente mi capita spesso. Non so se sia dettato da questo momento particolare della mia vita, o se questa vena malinconica sia una nota del mio carattere che salta fuori solo ora; non ho neanche trent’anni, eppure in certi momenti mi sembra di averne cinquanta. Che tristezza!
Come lo capiva! Parlare con lui era come ritrovarsi davanti ad uno specchio. Si chiese se mai quell’immagine sarebbe cambiata o se sarebbe stata costretta a fissare una persona in cui non si riconosceva più, o forse non si era mia riconosciuta realmente, per tutta la vita.
-Ho preso una decisione, sai? Non scenderò nei particolari, ma sappi che credo che d’ora in avanti non mi preoccuperò di ciò che gli altri si aspettano da me o di ciò che potrebbe fare loro piacere. Da oggi farò solo ciò che mi rende felice e soddisfatta. Sono sicura che potrei commettere delle azioni di cui potrei pentirmi, ma sono stanca di vivere di rimpianti; per una volta ad essi preferisco il rimorso.
– Sembri alquanto risoluta. Mi chiedo quale percorso possa averti portato a compiere questa scelta importante, ma so già che non me lo dirai; non per ora, almeno.
– Infatti. Perdona la mia franchezza, ma non ti conosco abbastanza per metterti a parte di certi dettagli della mia vita.
Lo diceva perché lo pensava veramente o in realtà aveva paura che raccontandogli ciò che aveva in mente, lui si facesse un’opinione sbagliata su di lei? Eccola lì, la deformazione caratteriale che si riproponeva.
– Figurati, non mi fai alcun torto, tranquilla. Ora devo andare. Ci sentiamo quando ti va, ok? Buonanotte.
– A presto… Buonanotte.
Parte del peso che sino ad allora l’aveva oppressa si era dissolto come per magia. Sentì le palpebre farsi sempre più pesanti per la stanchezza, ma prima di abbandonarsi al tanto sospirato riposo chiuse le persiane, per ridurre la luce notturna che entrava nella stanza. Quindi si lasciò finalmente andare tra le lenzuola.

L’attesa era snervante. Per quanto cercasse di concentrarsi sulle fatture disposte alla rinfusa sulla scrivania, Melissa continuava, più spesso di quanto volesse, a buttare l’occhio verso il display del pc. Sperava in quell’incontro, aveva bisogno di dare voce a quei pensieri che continuavano a tormentarla. Lasciò andare svogliatamente la matita sulle scartoffie, mentre stiracchiava le membra intorpidite.
– Guarda un po’ chi c’è…
La scritta era apparsa come per magia davanti ai suoi occhi. Era lui. E ora, che fare? Tutto il programma che aveva studiato punto per punto era svanito magicamente, solo a sentire la sua presenza dall’altra parte della rete.
– Ciao… è un po’ che non ci si sente. Che fine avevi fatto?, si limitò a scrivere.
– Impegni vari mi hanno tenuto lontano per qualche giorno.
– Capisco… Ti devo chiedere scusa, per come sono andata via l’ultima volta. Ho avuto un imprevisto e ho dovuto staccare…
– E io che pensavo ti fossi scandalizzata per i nostri discorsi…
Melissa decise per il momento di lasciare perdere l’allusione. Voleva prima vedere se stavolta lui si sarebbe aperto, lasciandole capire le sue vere intenzioni.
– Sai… ti stavo pensando proprio ora. A dire il vero in questi ultimi giorni ti ho pensato molto.
– Davvero?
– Sì. Devo ammettere che sono alquanto confusa dal tuo comportamento. Non riesco a capire se ti comporti così con me per scherzo, oppure seriamente.
– Entrambe le cose.
Più sibillino di così non sarebbe potuto essere.
– Ecco, appunto. Con questa risposta mi rendi le cose ancora più difficili. Non so proprio come prenderti. C’è un’altra cosa che mi tormenta e la colpa è di Khan.
– Perché, che ha detto Khan?
– Mi ha detto una cosa su di te di cui non ero a conoscenza, che per me cambia molte cose.
– Cioè?
– Ho scoperto che non siamo lontani come avevo creduto sinora e il pensiero che un incontro con te sia molto probabile mi fa sentire un po’ a disagio. Direi che mi imbarazza alquanto, perché non so come reagirei nel vederti, dopo le cose che ci siamo detti sinora.
– Cara, non devi preoccuparti, io sono un tipo tranquillo. Non ti farei mai del male.
– Sì, mi ha detto anche questo. Tuttavia, so già che se dovessi incontrarti arrossirei come un peperone e non riuscirei neanche sostenere il tuo sguardo, perché nella vita reale non mi comporto così.
– Di questo non devi preoccuparti… quando ci vedremo sarà in una stanza buia e non potrò vedere il rossore sul tuo viso… e poi sarò concentrato a fare dell’altro, tipo osservare mentre ti spogli nella penombra…
Eccolo che ricominciava. Che fare? Riportare la conversazione a toni più mansueti o continuare su quel binario? La decisione fu sin troppo semplice.
– Ecco… e poi non dovrei arrossire! Comunque non trovo giusto che tu sia sempre così brutale con me; per una volta potresti anche essere più romantico… potresti togliermi tu i vestiti, non trovi?
Lui naturalmente colse la palla al balzo, descrivendo nei minimi dettagli cosa le avrebbe volentieri sfilato e come. Melissa iniziò a vivere la scena come se stesse accadendo realmente: si vedeva, immersa nella penombra di una camera a lei sconosciuta, cinta dal suo forte abbraccio, spogliata delicatamente della camicia e del reggiseno, mentre le dita di lui percorrevano lentamente ogni centimetro della sua schiena, provocandole brividi di piacere. Riusciva quasi a sentire il suo respiro, vicino al suo collo, mentre con le labbra ne percorreva lentamente il profilo.
Accidenti, se sapeva essere dannatamente realista nelle descrizioni! Si scoprì a sudare freddo e a desiderare che non fossero solo parole eteree, ma fatti.
– Così va bene?, chiese lui ad un tratto.
– Non potevi essere più chiaro, rispose lei a fatica, per le mani che ancora le tremavano.
– Beh, direi allora che è il tuo turno…
Mi sta sfidando?, si chiese lei, mentre con un profondo respiro riacquistava il controllo e si predisponeva ad un’adeguata replica, chiedendosi cosa avrebbe fatto in un simile frangente. Oh, lo sapeva molto bene! E di getto lo scrisse. Non sarebbe stata lì con le mani in mano, gli avrebbe fatto provare gli stessi fremiti che ora la scuotevano e l’avrebbe spinto oltre il punto che non avevano mai oltrepassato; ormai aveva deciso.
Descrisse minuziosamente ogni gesto, appositamente studiato, con cui lo liberava dei vestiti e con cui poi indugiava sul suo corpo, fermandosi quando quasi aveva raggiunto il limite.
“Vediamo ora che fai, se ti spingi dove finora hai indugiato”, mormorò.
Ciò che apparve pochi istanti dopo sullo schermo le procurò una forte vampata al viso, che lei non seppe spiegarsi se di imbarazzo, di piacere, o un misto di entrambe le cose.
Aveva letto bene? Ripercorse le poche righe più volte; no, non c’era alcuna possibilità di fraintendimento stavolta. Sasuke aveva iniziato l’affondo finale, scrivendo senza alcun fronzolo la nuda realtà: cosa le avrebbe fatto se fosse stata in sua balìa.
Era questo che volevi?, le scrisse subito dopo, quasi le stesse dando la colpa della sua sfacciataggine.
Aspetta un attimo…, rispose lei, guardando l’orologio e cercando di ricomporsi per riuscire a sostenere la conversazione.
Era tardi; tra pochi minuti Matteo avrebbe varcato la soglia del negozio e lei avrebbe dovuto interrompere la discussione, di nuovo.
Mi dispiace, ma ora evo andare… si è fatto tardi.
– Sicura sia questo… o non dipende da ciò che ti ho detto?
– No, figurati… Il lavoro mi chiama. Alla prossima.
– Alla prossima allora.

Maschere, terza parte.

Il telefono squillò mentre finiva di asciugare i capelli.

“Ma dove sei finita? Non avrai dimenticato che giorno è oggi…”, disse concitata Paola, la sua migliore amica. Si conoscevano dai tempi del liceo ed erano ancora molto unite.

“Perché? Che giorno è?”.

“Sveglia bambina… Oggi è sabato, sai che significa, no?”.

“Già sabato? Oh cavolo; giusto il tempo di cambiarmi e sono da te!”.

Il sabato era il giorno dedicato all’uscita con le amiche. Melissa non aveva molta voglia di incontrarle, a dire il vero; tuttavia sapeva che, se non fosse uscita, le ragazze sarebbero state capaci di piombarle in casa. Perciò, volente o nolente, doveva raggiungerle.

Si preparò a sorbirsi una nuova serata all’insegna del pettegolezzo e delle lamentele, che puntualmente erano riproposti, come il principale argomento di conversazione: gli uomini. Melissa ne era stanca.

Si fece coraggio e affrontò per l’ennesima volta l’orda di pazze, che naturalmente non delusero le sue aspettative. Solo che, stavolta, la serata fu molto più leggera di quanto avesse pensato; eppure il tono delle loro chiacchiere era sempre il medesimo. In realtà Melissa si limitò ad annuire e sorridere a tutto ciò che dicevano, mentre la sua mente era impegnata su altri due fronti, più importanti. Alla fine si risolse a scacciare qualsiasi pensiero e a liberare lo spirito, forse anche per i due o tre cocktail che aveva bevuto. Non era abituata a bere ed i postumi, che si ripercossero per tutto il giorno seguente, lo confermarono ancora una volta.

Si riprese quasi completamente solo il lunedì mattina, quando fu di nuovo operativa, anche se un leggero cerchio continuava ad incomberle sulla testa.

“Ti sei data ai bagordi!”, esclamò Matteo nel vederla.

“Mi si legge tanto chiaramente in viso?”.

“Beh… le tue occhiaie parlano per te”.

Strano, non pensava di essere così mal ridotta.

“Dai, ti sto prendendo in giro!”.

“Spiritoso… tu che hai fatto sabato?”.

“Il solito”.

Con il solito Matteo intendeva un vero e proprio tour de force per i locali della città, discoteca sino all’alba e poi direttamente in spiaggia, dove era rimasto sino a sera. A vederlo, sembrava che invece avesse trascorso il weekend nel luogo più rilassante del pianeta.

“Mi fai schifo”, disse Melissa con un mezzo sorriso.

Matteo rise compiaciuto. La loro conversazione fu interrotta dall’arrivo di alcuni clienti. Il via vai continuò per tutta la mattina, sino alla chiusura.

“Bene, io vado a mangiare”; disse ad un certo punto Matteo, guardando l’orologio.

“È già ora?”. Melissa era immersa nella compilazione di un ordine già da un pezzo.

“Sì. A più tardi. Ti trovo qui?”.

“Come sempre”, disse lei.

Attese che la serratura scattasse, poi controllò il telefono. Nessun messaggio, nonostante Davide le avesse promesso che si sarebbero sentiti presto. Non voleva dargli l’impressione di pendere dalle sue labbra, perciò non lo aveva contattato. Anche la chat non dava segno della presenza di Sasuke.

Incontrò invece un altro amico, Khan, che lei e Sasuke avevano in comune. Con apparente noncuranza chiese a costui sue notizie.

– Sasuke? No, non lo sento da tre giorni. Sarà impegnato come sempre a fare nuove conquiste.

– Tu che lo conosci da più tempo di me… ma è proprio così?

– Così come? Un dongiovanni? No, non proprio. In genere non cerca di proposito le donne; sono loro che semplicemente sono attirate da lui come le mosche dallo zucchero. Lui si limita a far credere loro di averlo in pugno e poi le scarica. In realtà credo lo faccia per noia. Non l’ho mai visto veramente interessato ad una donna, a parte una volta, se non per brevi storie di effimera importanza.

– Mmm… non mi stai descrivendo un quadro molto gratificante. Ripensò a come si era comportato con lei: chi aveva fatto il primo passo in realtà tra loro due? Era stato lui o invece si era comportato in modo tale che fosse lei a spingerlo ad agire?

– Va beh… credo che tanto non avrò mai l’occasione di incontralo, per cui non subirò il suo fascino. Lo diceva sul serio, o forse sperava il contrario e magari di uscirne vincitrice? Ma cosa andava a pensare?

– Tu credi?, disse Khan.

Quelle parole insinuarono il dubbio nella mente della ragazza.

– Cioè?, si limitò a chiedere.

– Ma come… parli con lui da mesi e non sai neanche che sta a pochi chilometri da te!

Il sangue le si gelò nelle vene.

– Veramente no… non ci siamo mai detti dove abitiamo, come invece ho fatto con te.

Con Khan il rapporto era del tutto diverso. Melissa sapeva molte cose di lui e viceversa. I due abitavano nella stessa città e si erano anche incontrati più volte, trasformando la conoscenza virtuale in un’amicizia reale. Durante tutte le loro conversazioni, però, stranamente non avevano mai affrontato questo argomento e ora lei se ne pentiva. Se solo avesse saputo prima questa cosa, probabilmente non avrebbe mai detto ciò di cui ora si pentiva amaramente. Le complicazioni che non aveva mai voluto si stavano verificando proprio in quel momento.

– Allora sappi che abita poco lontano da casa mia. Per questo lo conosco abbastanza bene. Non l’avevi mai capito?

– No, veramente pensavo vi foste visti qualche volta per qualche rimpatriata tra amici di chat, ma non pensavo davvero che lui potesse essere così vicino.

– Spiegami una cosa: come mai tutta preoccupazione nei suoi confronti? Non dirmi che l’ha fatto anche con te!

– Fatto cosa?

– Ti ha circuito con il suo fascino e ti ha intrappolato nelle sue trame…

– No, mentì lei. Il ricordo delle frasi infuocate che si erano scambiati fu di nuovo presente, come se fosse appena successo. E ora che faccio? Se dovessi incontrarlo sono certa di non riuscire neanche a sostenere il suo sguardo, pensò.

– Cioè sì… Nel senso che ha tentato, ma gli ho tenuto testa. Come no?

– La cosa si prospetta divertente… chissà che uno di questi giorni non mi venga in mente di farti una piccola sorpresa!”.

– Quando parli in questo modo sei più inquietante di lui. Spiegati meglio.

– Mah… pensavo che sarebbe stato carino combinarvi un incontro. Se ciò che dici è vero sarebbe interessante vedere per una volta le aspirazioni del nostro giovanotto disattese.

– Per il momento io passo, grazie. Non ho alcun interesse ad incontrare nessun esponente del genere maschile, specialmente uno come lui.

Rilesse ciò che aveva appena scritto: quanto le suonava falso! Meno male che Khan non poteva vedere l’espressione del suo viso, perché sarebbe stata immediatamente smentita.

– Va bene, come preferisci. Ma ricorda che il destino può fare la sua parte quando meno te lo aspetti…

– Lo terrò a mente.

Ognuno ha un lato oscuro, che cerca di tenere celato nel profondo e di dominare quando questo scalpita per emergere. La maggior parte delle volte si riesce a soffocarlo e si continua la vita di ogni giorno con la vana convinzione che sia stato definitivamente piegato. Purtroppo non è così: il lato oscuro è paziente, aspetta il momento opportuno, quando le difese si abbassano, anche per un solo istante; solo allora torna alla carica, sferrando il suo poderoso attacco e talvolta riesce a prevalere. Allora si agisce come se si fosse vittima di chissà quale maleficio, si compiono azioni altrimenti impensabili e le si vivono come se si fosse degli spettatori esterni, come se qualcun altro avesse preso il controllo del corpo che sino a pochi minuti prima si padroneggiava perfettamente. La voce della coscienza tace, o è talmente flebile che non può essere sentita; solo quando tutto si conclude riacquista forza e allora è troppo tardi per tornare indietro; restano solo i rimorsi per ciò che si è compiuto e si piange sul latte che non si è riusciti a non versare.

Melissa non capiva se aveva già oltrepassato il punto di non ritorno, oppure se era ancora in tempo per fermarsi. Cosa la spaventava maggiormente? L’aver dato sfogo a degli istinti repressi, o l’impressione che aveva potuto dare al suo interlocutore? Sapeva che nella vita reale non era così, come si era mostrata a Sasuke. Tuttavia non poteva fare a meno di rivivere quelle frasi nella sua mente; era come ossessionata.

Forse Khan aveva ragione… forse l’unico modo per tagliare la testa al toro era incontrare davvero quella persona.

“No!”, disse categoricamente, mentre ansimava per lo sforzo cui si stava sottoponendo. Continuava a correre come una forsennata, incurante del ritmo sostenuto e del fiato, che si stava facendo ad ogni falcata più corto. Alla fine dovette desistere. I polmoni reclamavano ossigeno e lo stesso valeva per i muscoli delle gambe, ormai allo stremo e sull’orlo del crampo.

Cosa avrebbe potuto ridarle la serenità mentale che tanto ora agognava? Doveva parlarne con qualcuno, ma nessuno poteva capire cosa stesse affrontando. Certo non poteva dirlo alle amiche; il loro poco obiettivo parere sarebbe stato di lasciarsi andare, almeno per una volta nella vita; ma Melissa non era fatta così: non riusciva a intrattenere relazioni effimere.

Meno che mai poteva parlarne con Matteo: l’argomento tra i due era tabù.

Restava una sola persona e il fatto che questa fosse per lei praticamente un’estranea stavolta poteva in parte giocare a suo favore.

Si sedette sullo scoglio prediletto, mentre la leggera brezza serale le accarezzava il viso, dandole un leggero sollievo. Era sul punto di mettere in pratica la risoluzione appena decisa, ma qualcosa la fece desistere. Cosa avrebbe potuto pensare Davide di lei, se lo avesse messo al corrente di questa sua devianza, se così si poteva definire? No, meglio lasciare stare.

Avrebbe continuato ad agire come aveva sempre fatto, indossando una maschera apposita per la situazione. Già, una maschera era proprio ciò che faceva al caso suo, solo che un quesito si faceva sempre più pressante: era sicura di indossarla quando parlava con Sasuke? O forse era quello il suo vero io, mentre con tutti gli altri aveva sempre finto di essere qualcuno che non era, solo per dare una parvenza di serietà e moderazione? E perché sino ad ora non si era mai posta il problema? Perché solo ora, che lui la stava trascinando in quel torbido baratro di passione, seppur virtuale, i nodi stavano venendo al pettine? Era solo un modo per dare sfogo alla propria vena autolesionista, o invece stava realmente assaporando quelle nuove sensazioni che il gioco con lui le procuravano? E se era davvero così, perché allora percepiva come un blocco, che le impediva di andare oltre? Chi aveva paura di deludere: forse la sua famiglia, che l’aveva sempre vista come la classica persona con i piedi ben piantati per terra, o forse gli amici, per cui era sempre stata un punto di riferimento, una roccia cui appigliarsi nei momenti di debolezza?

Sorrise amaramente; sapeva nel profondo di averli illusi, solo per il timore di scontentarli, tutti quanti. Aveva sempre soffocato i suoi desideri, il suo vero modo d’essere, per timore di non essere accettata per quello che era in realtà, troppo preoccupata ad essere la figlia, la sorella, l’amica, la fidanzata perfetta, piuttosto che essere semplicemente se stessa.

Probabilmente, se non avesse trovato questa valvola di sfogo, avrebbe continuato a recitare la sua parte stancamente, sino all’inevitabile punto di rottura. Ecco, alla fine era giunta a darsi quella risposta che aveva tanto temuto: ora sapeva cosa fare e lo avrebbe fatto sino in fondo.

Maschere, seconda parte.

“Mi dici che succede? Oggi sei assente, quasi ti avessero rapito e portato la tua mente chissà dove…”.

Matteo, fratello e socio di Melissa, lo aveva detto mentre le porgeva alcuni libri. Era così, fermo in quella posizione da diversi minuti, ma lei non se n’era accorta.

“Uh? Dicevi a me?”, chiese la ragazza, con lo sguardo ancora perso nel vuoto.

“No, a Giulio Cesare!”; sorrise, mentre le mostrava le copie del De bello Gallico che teneva ancora in mano.

“Oh, scusa…”, rispose lei, prendendo i libri e riponendoli nello scaffale.

“Allora, si può sapere che hai? Sei così strana oggi”.

“No… niente di che. Mi sono alzata un po’ stranita, forse ho dormito troppo”.

Invece era vero il contrario. Aveva trascorso la notte con gli occhi sbarrati, persi nello studio delle venature del legno del soffitto. L’ultima volta che le era successo era stata quella volta, dopo il fattaccio.

“Vado un attimo al bar”, disse Matteo, indicando il locale dall’altra parte della strada.

“Vuoi qualcosa?”.

“Sì, un caffè, grazie”.

Quando il ragazzo richiuse dietro di sé la porta del negozio, Melissa mise mano alla borsa e ne trasse il telefono. Era ancora combattuta, ma alla fine scacciò le nubi addensate sulla sua testa e decise di rispondere.

“Che sarà mai? Non sa nulla di me, quindi male non mi può fare…”.

– Ciao… ho visto il tuo messaggio solo ora. Non preoccuparti, non credo tu sia un malintenzionato, o almeno lo spero, però gradirei sapere almeno il tuo nome… non mi piace parlare con uno sconosciuto.

La risposta non tardò ad arrivare.

– Davide; questo è il mio nome. Perdonami ancora per ieri, ma ero fuori di me. So che puoi capirmi…

– Sì, posso, si limitò a dire lei, omettendo però il suo nome di proposito. Glielo avrebbe detto più avanti, forse.

– Vorrei farti una domanda, se non sono indiscreto: come l’hai superata, se l’hai superata? Perché io non credo di farcela, anche se è passato del tempo. Fa troppo male.

Oh… E gli avrebbe fatto male ancora per molto tempo, pensò Melissa.

– Ci vuole pazienza, scrisse di tutta fretta, vedendo oltre la vetrina Matteo in procinto di attraversare la strada.

– Ci sentiamo, aggiunse all’ultimo istante, prima che suo fratello entrasse tendendo in una mano un panino mezzo mangiato e nell’altra il caffè per lei.

Melissa lo guardò come se lo vedesse veramente per la prima volta: quanto era cresciuto in fretta!

Il ragazzino pestifero che le metteva a soqquadro la camera e con cui litigava di continuo era ormai un lontano ricordo. Al suo posto ora c’era un bel ragazzo, alto molto più di lei, che la osservava dubbioso, con gli occhi azzurri come il cielo in una tersa giornata primaverile.

“Che c’è?”, chiese lei. Aveva l’espressione della bambina colta con le mani nella marmellata.

“Se non lo sai tu…”, le fece eco lui, porgendole la tazzina.

“Mah…”, disse lei, ingurgitando d’un fiato il caffè e strabuzzando subito dopo gli occhi: oltre ad averle ustionato la lingua era amarissimo!

Finirono di sistemare gli ultimi libri negli scaffali giusto per l’ora di pranzo. Matteo la salutò con un bacio sulla guancia, prima di tornare a casa. Si sarebbero rivisti nel pomeriggio. Lei, invece, dopo aver chiuso a chiave la porta d’ingresso, si trattenne nell’ufficio sul retro. Aveva alcune cose da controllare ma, soprattutto, voleva distrarsi un po’ dai cupi pensieri che la tormentavano dalla sera precedente.

Il pc era sempre acceso e online, per cui dovette solo accedere alla chat che frequentava di solito. Nello scorrere la lista dei contatti, un pensiero, ormai ricorrente, le attraversò per l’ennesima volta la mente: si può essere attratti da qualcuno che in realtà non si conosce affatto? Si può essere presi da ciò che dice a tal punto da considerare tutto il resto di effimera importanza? Si può vivere anelando il momento in cui ci si abbandonerà alla perdizione, verso cui le sue parole inevitabilmente conducono? Le tre domande avevano la stessa risposta e ad esse Melissa collegò istintivamente un nome: Sasuke.

Di lui conosceva solo in nickname e poche altre cose, perché entrambi si tenevano molto vaghi sulle reciproche vite private. Ma chi era in realtà costui? Per quale motivo continuava a suscitarle sensazioni contrastanti? Le loro conversazioni, almeno inizialmente, erano incentrate su argomenti frivoli, un piacevole passatempo in cui entrambi potevano essere qualcuno di diverso, anche se più volte il dubbio che quel ragazzo mettesse un fondo di verità in ciò che le diceva, le si era insinuato nella mente. Era talmente bravo a dissimulare le sue reali intenzioni che il suo vero io, dopo mesi di assidua frequentazione, continuava a restarle celato. Era talmente abile ad evitare qualsiasi discorso lo portasse a parlare di sé, che lei, dopo tante conversazioni poteva dire di saperne esattamente quanto all’inizio del loro rapporto, se così esso si poteva definire. In un primo momento ciò non le era pesato; dopotutto, l’alone di mistero che lo circondava non faceva altro che renderglielo ancor più affascinante. Ora, però, che si era insinuato tanto profondamente in lei, ora che Melissa non poteva fare e meno di pensare alle parole sensuali che le scriveva, ora tutto ciò non era più sufficiente. Voleva sapere, scavare, scoprire chi si celava dietro la maschera, capire se la forte attrazione che sentiva per lui si sarebbe sciolta come neve al sole, una volta penetrata la scorza che aveva eretto, o se invece l’avrebbe definitivamente travolta, senza lasciarle scampo.

L’unica certezza, ormai, era che trascorreva le giornate nell’attesa che lui si manifestasse e la trascinasse nel baratro dell’immaginaria passione. Ricordava ogni parola che si erano detti, ogni frase infuocata che le aveva scritto e a cui aveva risposto, meravigliandosi al contempo della propria audacia e sfacciataggine; perché mai si era comportata in quel modo? Era stata talmente presa dalla situazione da perdere la lucidità e finire dritta nella rete. Ma in realtà cosa voleva davvero? Cosa cercava in questo sconosciuto, perché tale era in realtà Sasuke? No, non voleva una storia d’amore, a questo ormai aveva rinunciato, perché ne aveva sofferto troppo. In realtà voleva solo dare sfogo al suo istinto più profondo e oscuro, che mai aveva liberato sino ad allora. O almeno così continuava a ripetersi.

Rimase in attesa, mentre continuava a svolgere le incombenze del lavoro. Di solito era lui a contattarla; preferiva non essere visibile agli altri utenti della chat, perché diceva che ogni volta le sue corteggiatrici non gli davano tregua.

Melissa sorrise, ripensando a quelle parole. Sin dalla prima volta che si era intrattenuta a parlare con lui, aveva pensato che ci sapesse fare col gentil sesso, al punto tale che aveva creduto in un primo momento si trattasse di una donna. Ma poi, una conoscenza comune le aveva confermato si trattasse di un ragazzo. Sarebbe stata curiosa di scoprire quale volto si celasse dietro lo schermo, ma doveva accontentarsi di immaginarlo. Una cosa di cui era certa era il suo fare deciso, che riusciva sempre a spiazzarla e a ridurla all’obbedienza; cosa alquanto difficile di solito, perciò ne era stata subito attratta. Aveva però il timore che quel suo atteggiamento fosse prassi comune per far capitolare le donne; per questo motivo, durante una delle loro strane chiacchierate, lei gli aveva detto, per scherzo:

Farai strage di cuori!, e lui le aveva risposto che era vero e che era un modo per rifarsi di quanto aveva sofferto per amore.

Prima ero io a prendere i due di picche… ora li do, aveva risposto. Melissa non aveva potuto fare a meno di pensare che o il ragazzo era il classico dongiovanni, incurante del dolore che sapeva di infliggere, oppure la stava semplicemente prendendo in giro; ma una terza ipotesi, con il passare del tempo, aveva prevalso sulle altre due: che davvero volesse far pagare lo scotto della sua sofferenza al genere femminile? Possibile che fosse tanto cinico e crudele? Il fatto che sapesse esattamente come fare per intrigare le donne lo aveva innato, doveva dargliene atto. E lei, convinta in un primo momento di restarne immune, aveva alla fine ceduto ed era stata imprigionata nelle sue trame.

Un suono familiare la distolse dalle cifre che stava svogliatamente esaminando. Era Sasuke… Quel nome, lo stesso di un personaggio, bello e dannato, di un manga che anche Melissa conosceva bene, non poteva che calzargli a pennello.

– Buongiorno, mia adorata Kayura… eccomi alfine alla tua presenza, apparso dal nulla e nel nulla pronto a tornare…

Melissa sorrise. Erano soliti parlare tra loro usando quella specie di linguaggio semi aulico; un altro indizio della passione di Sasuke per la letteratura. Anche per quello andavano molto d’accordo.

– Oh… sospiro al saperti qui con me, finalmente, dopo tanto tempo invano agognato!, rispose lei.

La loro continua lotta tra pseudo amanti, iniziava sempre con lui che cercava dapprima di rapirla con le sue belle parole e, quando lei era sul punto di cedere, improvvisamente si allontanava, adducendo varie scuse del tipo sei troppo pura per me, oppure ti amo troppo per trascinarti nel mio baratro oscuro, o ancora io sono il male personificato.

Melissa rideva di quelle parole e del continuo tira e molla tra loro. Spesso si mandavano delle mail, in cui spasimavano l’uno per l’altra. Se solo fossero vissuti due secoli addietro, quelle lettere sarebbero passate per le missive segrete di due amanti clandestini.

La risposta al messaggio della ragazza non si fece attendere.

– Non è vero che tu spasimi per me… perché tu ami un altro, aveva detto lui, simulando un profondo dolore.

Anche quello era un argomento ricorrente.

– Non dire questo… lo so, sono legata a lui, ma la tua oscurità mi chiama e io ne sono vittima…

Se solo Sasuke avesse saputo cosa lei aveva passato realmente per amore… Non si era mai soffermata a raccontare le sue esperienze, perché voleva che quell’angolo del web si sfogasse un lato di lei che non aveva mai pensato di avere, nella vita reale.

A volte si chiedeva come lui potesse scrivere determinate cose e se le pensasse realmente. Temeva di darsi una risposta.

– Dì la verità… tu fai così con tutte, scrisse ad un tratto, interrompendo la finzione. Quel pensiero continuava a tormentarla e voleva vedere se lui, stavolta, si sarebbe sbottonato un po’ sulla sua vita reale.

– Sì, è vero, lo ammetto. Ma le altre si spaventano quando divento volutamente ambiguo e non reggono il confronto. Con te è diverso: tu mi tieni testa.

Melissa lesse più volte la risposta, poi replicò.

– Non sei poi così scandaloso. In parte era vero; il solo modo di esporre quei torbidi pensieri con un linguaggio fuori dal comune, cha mai un giovane moderno avrebbe utilizzato, rendevano le sue parole più intriganti che volgari e in un certo senso le sue attenzioni la coinvolgevano, forse per una punta di vanità tutta femminile che si animava, ad ogni avance sempre più spinta del giovane misterioso. Sasuke aveva la capacità di esprimere concetti altrimenti pesanti in maniera tale da fare allo stesso tempo arrossire e sentire lusingata per le sue attenzioni una ragazza.

– Ma ti poni così con le donne anche nella vita reale?, chiese curiosa.

– Dipende… In genere lascio questa parte del mio fascino personale solo per il web, perché non credo che reagirebbero bene a certe provocazioni di persona, probabilmente perché non comprenderebbero la sottile ironia che si cela dietro. A volte, però, se ne vale la pena, mi insinuo subdolamente nella loro fragile corazza e le faccio capitolare senza che quasi se ne rendano conto.

Melissa ci pensò su per un attimo: come si sarebbe comportata se un uomo avesse usato un approccio tanto sottile con lei? Il problema non si sarebbe mai posto, comunque, perché con gli uomini ormai aveva chiuso.

– Io non disdegnerei un corteggiatore così, scrisse, ma solo se quel corteggiatore fossi tu…

Quella frase animò il giovane.

– Lo sapevo… tu sei la mia anima gemella… perciò basta con i preliminari!”.

Melissa sorrise, nel leggere quelle parole.

– Voglio proprio vedere di cosa sei capace…

Ecco, ora lo aveva punzecchiato a dovere. Una vocina interiore le diceva che era il caso di fermarsi, ma ce n’era un’altra, più forte, che sovrastava la precedente e invece la incoraggiava a continuare.

– Allora posso osare?, chiese lui.

– Beh… questo dipende da te, ribatté lei. Voleva scoprire a tutti i costi sin dove si sarebbe spinto.

Bastò qualche istante e sullo schermo apparve un nuovo messaggio. Eh sì! Il giovanotto sapeva proprio come comportarsi. Sebbene non avesse detto nulla di esplicito, grazie alle sue capacità narrative le stava prospettando uno scenario alquanto caldo.

Si sorprese a chiedersi cosa avrebbe fatto se le parole fossero state pronunciate sul serio e si stupì della risposta, che le venne spontanea. Probabilmente lo avrebbe assecondato anche allora. Che aveva Sasuke di così magnetico per lei? Perché era presa a tal punto da lui?

In realtà lo sapeva bene: per quanto si cerchi di tenersi fuori da un determinato contesto, ci sono sempre delle esigenze che in un modo o nell’altro chiedono di essere soddisfatte. La forte attrazione, puramente fisica, che provava nei confronti di questa persona, diventava sempre più forte e presto avrebbe chiesto di essere soddisfatta; ma ancora non era arrivata al punto di chiedersi cosa avrebbe fatto veramente quando ciò sarebbe successo. Continuava ad immaginarlo, mentre le sussurrava all’orecchio le frasi che rapidamente scorrevano davanti ai suoi occhi e a cui lei rispondeva, quasi meccanicamente, con pari audacia. Non le importava di nulla, al di fuori di questo, ora. Voleva solo vedere quali sarebbero stati i suoi limiti. La consapevolezza che non si sarebbero incontrati le dava il coraggio che forse, a tu per tu, le sarebbe mancato.

L’affaire in cui si era trovata invischiata stava per giungere ad una fase decisiva, quando sentì qualcuno bussare all’ingresso del negozio. Si risvegliò da quella specie di trance e distolse lo sguardo dal pc, giusto il tempo di verificare che si trattava di Matteo. Era passato tutto quel tempo?

Di fretta abbandonò la conversazione e, mentre riacquistava il controllo di sé, andò ad aprire. Lungo il breve tratto che separava l’ufficio dalla porta, rivisse tutta la discussione: davvero aveva scritto tutte quelle cose?

“Che ti prende? Sei rossa come un pomodoro”, le disse Matteo, quando finalmente entrò nel locale.

“Niente… ho solo molto caldo”.

“Anche tu, che ti chiudi qui senza accendere l’aria condizionata! A volte mi chiedo come tu possa essere tanto sbadata”.

Anche se ci fossero stati dieci gradi, lei era più che convinta che avrebbe sentito il fuoco divampare attorno.

Cercò di non pensarci più e di buttarsi a capofitto nel lavoro. Certo che aveva trovato un nuovo modo per complicarsi la vita; anzi, ne aveva trovati due.

Il secondo si fece vivo nuovamente la sera, quando, dopo la solita corsa, stava tornando a casa.

– Stamattina devo averti beccata in un momento in cui eri particolarmente impegnata. Ti chiedo scusa. L’educazione e la gentilezza dei modi di Davide trasparivano da quelle poche parole.

– In effetti lavoravo… Tu non lavori?, chiese lei con una certa curiosità.

– Si, ma faccio orari un po’ diversi dai normali lavori. In effetti sto lavorando proprio ora, ma la mia posizione mi permette di concedermi qualche gradita pausa.

Era stato così sibillino che la curiosità di Melissa ora era raddoppiata.

– Capisco, si limitò però a dire. Per il resto come va?

– Come sempre. Cerco di tirare avanti, ma è difficile quando sei costretto ad affrontare ogni giorno delle cose, anche insignificanti, che ti riportano alla mente la sofferenza.

– Il lavoro aiuta molto, te lo garantisco.

Parlava con lui come se lo conoscesse da tempo, ma erano trascorse solo ventiquattro ore. È proprio vero il detto: mal comune mezzo gaudio.

La diffidenza che aveva nutrito, almeno inizialmente, nei confronti di Davide era ora svanita, lasciando spazio ad un senso di complicità che solo la conoscenza del percorso che lui stava affrontando poteva rendere comprensibile.

Quando ormai era in vista di casa, lui la salutò.

– Se ti fa piacere possiamo sentirci di nuovo… le disse.

– Ma sì, dai… E perché io non sia solo un anonimo numero sul tuo telefono, ti dirò il mio nome: Melissa.

E così tanti saluti alle intenzioni di distacco e riservatezza.

– Bel nome… A presto allora.

Maschere, prima parte.

La spiaggia era ormai quasi deserta. Solo qualche sparuto turista si tratteneva ancora per ammirare il sole, che lentamente scompariva oltre l’orizzonte, con le vivide sfumature arancio, rosso e violaceo tipiche del tramonto.

Gli ultimi raggi erano catturati dalla superficie lievemente increspata del mare, su cui si spandevano, attraverso mille scintillii, diversi per forma, dimensione ed intensità. Le piccole onde planavano con leggerezza sul bagnasciuga, emettendo come loro ultimo sospiro un leggero gorgoglio, misto ad una lieve schiuma, che subito si dissolveva, incorporata nel flutto successivo.

Lo sciabordio prodotto dalle ultime propaggini del mare era rilassante. Seduta su uno scoglio, una ragazza assisteva in religioso silenzio allo spettacolo della natura. Non indossava il costume, ma dei pantaloncini e una canotta, entrambi bianchi. I lunghi capelli biondi erano raccolti in una coda e ai piedi portava scarpe da ginnastica. Alcune gocce di sudore imperlavano ancora la sua fronte e il suo respiro, inizialmente affannato per la lunga corsa, era ora ritornato normale.

Aveva nelle orecchie degli auricolari, collegati direttamente al lettore mp3 che teneva legato attorno al braccio sinistro. Una perfetta colonna sonora accompagnava quella visione, da cui era rapita. Ogni giorno percorreva quel tratto di costa e ogni giorno, al termine della corsa, sostava lì, su quello scoglio, per riordinare non solo le energie residue, ma anche i pensieri, che la solitudine dell’allenamento faceva emergere di continuo.

La vita di Melissa stava conoscendo un momento di apparente serenità. Finalmente, dopo tanta pena, aveva trovato la sua strada e ne era felice. Lavorare in quella libreria, aperta dopo tanti sacrifici, era per lei fonte di soddisfazione ogni giorno. Pensava che non avrebbe potuto chiedere di meglio per sé e poco le importava di non avere accanto qualcuno con cui condividere quella gioia: non la famiglia, o gli amici, che l’avevano sempre supportata e la cui presenza si faceva sempre sentire, ma qualcuno di diverso, qualcuno di più importante.

Andava bene così… se lo ripeteva spesso, probabilmente per convincersi attraverso il suono della propria voce. In realtà non andava bene affatto. Da quando la sua ultima storia si era conclusa, circa due anni prima, aveva giurato a se stessa che mai più avrebbe ricercato l’amore anzi: l’avrebbe fuggito, come si fa con la malattia più contagiosa. Possibile che l’aver scoperto quel tradimento, con la sua migliore amica per giunta, l’avesse segnata a tal punto?

Aveva pensato che chiudersi in un guscio protettivo l’avrebbe tenuta lontana da nuove sofferenze e per un po’ aveva funzionato, almeno fino a quando qualcuno di nuovo non si era insinuato a poco a poco nella sua vita, sconvolgendola come mai era successo e causandole nuovo dolore.

Spense il lettore, sperando di spezzare la serie tortuosa di collegamenti concettuali che il cervello si ostinava a concepire.

“Ne ho abbastanza di tutto questo”, mormorò, rivolta non si sa bene se al mare, oppure al sole ormai quasi completamente scomparso, o semplicemente a se stessa.

Meccanicamente prese il telefonino dalla tasca posteriore dei pantaloncini e lo accese. L’aveva tenuto volutamente spento perché non voleva che l’unico momento di pace della giornata venisse interrotto da messaggi o chiamate che le avrebbero reso tutto ancora più difficile. E pensare che solo qualche mese prima le cose erano completamente diverse. Lo ricordava ancora l’attimo in cui le loro vite si erano incrociate, in cui la fine aveva avuto inizio. Una sera come quella, presso lo stesso scoglio, presa dai tanti pensieri che sempre le affollavano la mente e distratta da quel trillo. Inevitabilmente iniziò a ricordare: fu come se avesse scoperchiato un calderone pronto a riversarle addosso mesi di emozioni represse. In un attimo si trovò a rivivere l’assurda situazione che l’aveva condotta sino a quel punto…

Quella volta, durante l’allenamento, il telefono era acceso; una semplice dimenticanza, o un segno del destino? La vibrazione ed il suono insistenti l’avevano spinta a prenderlo in mano, infastidita.

Sul display illuminato campeggiava una scritta: 1 nuovo messaggio.

“Chi rompe ora?”, si era chiesta, dubbiosa se leggerlo o meno. Non aveva voglia di uscire quella sera.

Svogliatamente aveva aperto la lista dei messaggi ricevuti, per vedere di chi si trattasse, ma il numero era per lei sconosciuto. Si risolse quindi a leggere il messaggio e sin dalle prime parole capì che non era indirizzato a lei. Qualcuno aveva clamorosamente sbagliato numero…

– Smettila di tormentarmi,” esordiva, “non ci riesco. Non posso perdonarti e non so se ci riuscirò mai. È finita da mesi ormai, non voglio più né vederti né sentirti. Tradirmi è stata la cosa peggiore che potessi farmi e devi ringraziare solo la mia buona educazione se non ti insulto o non ti prendo a schiaffi… e Dio sa quanto veramente vorrei farlo. Cancella il mio numero”.

Melissa scorse più volte quelle parole, indecisa sul da farsi: lasciare perdere oppure rispondere?

Certo che, se la persona in questione non si fosse accorta dell’errore appena commesso, ciò che considerava come una faccenda archiviata si sarebbe riproposta spiacevolmente.

Fu più forte di lei: il suo animo ancora ferito reclamava che rispondesse e così fece; quasi senza pensarci. Ma che scrivergli?

“Ci sono…”, disse, mentre le dita volavano agili sulla tastiera del telefonino. Prima di rispedire il messaggio al mittente lo lesse.

– Ciao, non mi conosci… volevo solo dirti che hai mandato per sbaglio il tuo messaggio a me… Sì, poteva andare.

Chiaro e conciso. Lo inviò, quindi ripose il telefono nella tasca e si avviò lungo la strada del ritorno.

Dopo pochi minuti, però, il suo cammino fu interrotto da un nuovo trillo: un altro messaggio.

– Ops… ti chiedo scusa… sono un perfetto idiota. Probabilmente la foga del momento mi ha fatto sbagliare le cifre del numero. Ti chiedo scusa, chiunque tu sia…

– Figurati, rispose lei, ti ho avvisato perché ci sono passata anch’io e mi sembrava spiacevole per te, se la persona in questione ti avesse di nuovo importunato...

Solo dopo averlo mandato si pentì di ciò che aveva appena scritto. Perché aveva detto quelle cose su di sé a quello sconosciuto? Per quello che ne sapeva poteva anche essere un maniaco.

Accelerò il passo, mentre raggiungeva la sua casa: una piccola villetta a pochi passi dal mare, ereditata da una vecchia zia, spentasi qualche anno prima alla veneranda età di quasi cento anni.

Mollò il telefono sul comodino, mentre entrava in bagno, pronta per la doccia ristoratrice. Rimase sotto il getto bollente per un po’, ancora presa da cupi pensieri; quando ne uscì, avvolta da un lungo asciugamano blu, controllò per vedere se c’erano nuovi messaggi. Nulla, per fortuna. Aveva temuto che quel tizio continuasse la conversazione, ma niente, almeno per ora. Pensò di essere stata una stupida ad aver pensato che fosse qualche malintenzionato, ma la prudenza non era mai troppa e lei, comunque, aveva imparato a diffidare del genere maschile.

Dopo aver indossato qualcosa di comodo e aver lasciato all’aria i capelli bagnati, si sedette in veranda, con una scodella di verdure e un buon libro da leggere. Le piaceva passare le serate così, con il paesaggio costiero a fare da sfondo alle sue letture. Si rilassò sulla poltrona a dondolo e mordicchiando una carota riprese la lettura da dove l’aveva interrotta la sera prima.

Era giunta al culmine della narrazione, quando il trillo familiare la distolse. Il telefono era rimasto sul comodino. Si alzò un po’ riluttante e raggiunse l’apparecchio maledetto. Era lui…

Respirò profondamente e lesse, non senza una punta di apprensione.

– Ci ho riflettuto un po’ prima di risponderti, perché il mio primo pensiero è stato che avrei potuto passare per qualcosa di poco carino, magari uno squilibrato o uno che si diverte a fare degli stupidi scherzi per telefono. Ma ti assicuro che non sono né l’uno né l’altro… sono solo un uomo ferito nel punto in cui era più vulnerabile e che ora ha solo bisogno di sentirsi capito, magari da qualcuno che ha vissuto la sua stessa esperienza… Non ho cattive intenzioni nei tuoi confronti, te lo assicuro.

Il poveretto doveva proprio essere disperato e Melissa capiva pienamente il suo dolore. Tuttavia, continuava a non fidarsi di lui.

Rilesse il messaggio più volte, incerta se rispondere o meno. Non capiva il perché di tutta quella riluttanza, o forse sì… Rispondere poteva significare offrire un fianco scoperto al suo interlocutore, una parte di lei che non voleva più mostrare a nessuno e che stava faticosamente cercando di sopprimere.

Sospirò e scrisse alcune parole sulla tastiera.

– Non penso tu sia un malintenzionato, ma il fatto che io ti capisca non significa che ti senta autorizzato a parlare con me.

“No”, disse a mezza voce, “meglio non mandarlo. Parole troppo dure e neanche lo conosco… potrebbe risentirsi”.

Cancellò la schermata, quindi spense il telefono. Ci avrebbe pensato il giorno seguente.