Musicheggiando di qua e di là: esibizione in vista.

Oggi a lezione di batteria il mio insegnante mi ha chiesto se partecipavo al saggio di fine anno. Ho risposto che lo avrei fatto, a meno di fare figuracce! La fase successiva è stata scegliere che canzone suonare. Avevo due scelte: Shadow of the day dei Linkin Park e Highway to Hell degli AC/DC. Dopo averle sentire e provate entrambe abbiamo convenuto che la fortunata sarà la seconda. Il mio insegnante dice che la vede più adatta a me e penso abbia ragione: mi dà una grande energia e quando ho iniziato questa avventura ho sempre avuto come pallino di imparare a suonarla. E così fra poco più di un mese salirò sul palco per la prima volta e suonerò davanti ad un pubblico: sono terrorizzata ed eccitata allo stesso tempo al pensiero!

Per il momento c’è da capire se qualche altro allievo della scuola che suona il basso e la chitarra si vuole unire all’esecuzione, sarebbe fighissimo suonare con altre persone. Il massimo sarebbe se qualcuno cantasse, certo trovare una voce come quella originale è impossibile, ma avere un cantato sulla melodia sarebbe comunque favoloso.

Non vedo l’ora di provare!

Pensieri sparsi: nessun rimpianto, nessun rimorso.

Scrivo, mentre faccio i compiti datimi oggi dal mio insegnante di batteria. I compiti consistono nell’ascoltare dei musicisti jazz. Se i primi due mi hanno ribadito il perché non mi piaccia il jazz, il terzo mi ha molto colpito. Pertanto sono andata a cercare qualche notizia su google e ho letto la sua biografia. Si tratta di un compositore armeno, il cui nome è Tigran Hamasyan e mi ha colpito perché nelle sue sonorità c’era un qualcosa di familiare. In effetti unisce alle sue composizioni jazz un’influenza di progressive metal. Ecco perché lo trovo piacevole. Oltre a ciò nel sentire le sue melodie si percepisce una nota chiaramente orientale, favoleggiante, che ti porta lontano. Mentre scrivo e ascolto il sottofondo da youtube, penso a ieri e a oggi.

Oggi avevo ancora un po’ di residuo delle sensazioni di ieri, perciò, dopo attenta riflessione, ho deciso di fare ciò che già da ieri mi frullava per la mente. Ho quindi aperto Word e ho scritto quello che sentivo, che pensavo, cercando di spiegare il perché del gesto che stavo per fare. Quindi, concluso il mio pensiero, sono andata su facebook e tramite il profilo con cui gestisco la pagina del mio lavoro (ormai ho solo quello, dato che ho cancellato il mio profilo personale mesi fa) ho cercato quel nome che da ieri mi ronzava in testa. Trovatolo, ho cliccato sull’icona di messenger, ho incollato il mio scritto e ho premuto invio.

Ora, non so se la persona in questione leggerà il mio messaggio, non so neanche se usi facebook regolarmente. Magari lo ha già letto e cestinato, ma va bene lo stesso. Io ho fatto quel che mi sentivo di fare, avevo il bisogno fisico di scrivere e comunicare. Ora che l’ho fatto mi sento come se avessi levato un peso dal petto. Un paio di anni fa mi è capitato di fare una cosa simile per recuperare un’amicizia e allora ci riuscii. Non so se stavolta la cosa sia possibile, ma almeno posso dire di non avere rimpianti al riguardo.

La vita è una sola, va vissuta nella sua totalità, nel bene e nel male. Essere ignavi non serve a nulla, meglio agire.

Musicheggiando di qua e di là: The count of Dream Theater.

La mia anima ama le sinfonie di chitarra elettrica, con un giusto mix di batteria e di basso, uniti a violini e suoni di orchestra. Ma è anche sensibile alle note più tristi e leggiadre emesse dal pianoforte, quando la malinconia si impossessa della mia anima e la stringe in un abbraccio letale.
Di base mi piace ascoltare musica metal, ma non troppo pesante. La trovo rilassante e mi ha sempre dato la giusta concentrazione mentre studiavo, la carica necessaria prima degli esami all’università, la grinta per superare dei momenti cupi, ma anche la tenerezza e quella dolce sensazione di ovatta, quando avevo bisogno di isolarmi dal mondo e di soffrire in silenzio.
Oggi voglio parlare della mia band preferita, I Dream Theater. Sebbene li ascolti da circa otto anni, con loro è stato amore a prima vista, o udito, se preferite.
La prima volta che ho sentito una loro canzone mi sono illuminata ed il mio spirito è stato trasportato in un universo parallelo, dove la vista e l’udito si univano in sinestesie fortemente vibranti per la mia anima.
La loro musica mi fa venire la pelle d’oca e in essa più di una volta ho trovato la forza che si era eclissata nel profondo della mia anima. E ho anche trovato un aiuto a scendere nel baratro più profondo della tristezza, quando volevo affossarmi, farmi male, scendere a toccare il fondo della disperazione e del dolore. Perché ci sono quei momenti dove senti che spaccheresti il mondo, ma ci sono anche quegli istanti dove senti che il mondo ti sta schiacciando e non vuoi e non puoi ribellarti, anzi quasi senti sollievo nel sentirti soffocare.
Ci sono diverse canzoni che amo molto e vorrei consigliarne l’ascolto. Premetto, per chi non conoscesse la band, che la durata dei pezzi può sembrare infinita, ma ogni canzone è in realtà una mini sinfonia, durante la quale l’umore può varare, come il ritmo e l’intensità della musica.
Nei momenti down ascolto molto Wither (che ho eletto mia canzone personale), The spirit carries on, Through her eyes, The silent man, Another Day, Misunderstood, Voices, Vacant.
Quando invece voglio un po’ di carica metto in pol position The count of Tuscany, che presenta delle variazioni interessanti, seguita da Take the time, As I am, Home.
Per il resto non posso che augurarvi buon ascolto e sperare che anche voi possiate sentire le stesse emozioni in me suscitate da questa musica.
Arigatou!

Musicheggiando di qua e di là: playlist di una vita.

Non so se capita anche a voi, ma io ho delle canzoni che fanno parte della playlist della mia vita. Ogni volta che le sento non posso fare a meno di associarle a momenti o situazioni specifiche del mio passato o del mio presente e mi capita di richiamarle alla mente o di ascoltarle appositamente, se sento la necessità di rendere più vivido un ricordo o un sentimento.
Se poi mi soffermo a contare da quanti anni esse vagano per la mia mente o sul mio stereo, non può che prendermi la nostalgia del passato, di un amore, di un evento specifico.
La nostalgia mi è tornata ieri, quando ho letto della morte di Robert Miles. Children è una delle mie canzoni preferite, nonostante il mio orientamento musicale mi porti normalmente su ben altre basi e sinfonie, diciamo più metalliche. Ero alle superiori quando furoreggiava in discoteca, ma io non ho mai avuto occasione di ascoltarla in una pista da ballo seria. Forse mi sarà capitato durante il carnevale di paese, quando tutti, dopo la frittellata del giovedì grasso, o la sfilata del martedì, andavamo solerti alla sala da ballo che osavamo chiamare discoteca, per scatenarci al the danzante del pomeriggio. Il più delle volte ho ascoltato Children alla radio, o in qualche compilation di musica dance che all’epoca andava tanto di moda.
Da questa canzone la mia riflessione si è allargata e mi sono chiesta quali canzoni siano parte fondamentale della playlist di Miharu. Di getto direi che poche sono italiane, molte straniere. Tra le italiane spicca Come Mai degli 883, più per un valore affettivo che per una reale passione per Max Pezzali. Anni fa forse avrei detto tutte le canzoni dei Take That, ma la verità è che li ascoltavo perché lo facevano tutte le mie coetanee. In realtà quel tipo di musica non mi apparteneva affatto. Ci sono canzoni più recenti che per me hanno un significato maggiore di tante del passato. A volte l’essere recente per me non è tanto una collocazione cronologica della canzone nel tempo che l’ha vista nascere, ma dipende dal momento in cui io stessa l’ho scoperta. Se devo dire la Canzone di Miharu, quella che mi trasmette più di tutte emozioni, sentimenti, ricordi, pensieri, la parola Wither si formula tra le mie labbra quasi per magia.
Ho scoperto i Dream Theater sette o otto anni fa, ma da allora sono diventati parte fondamentale della mia collezione di cd. Wither, più di Misunderstood, di As I am,
di The spirit carries on e di tante altre canzoni che apprezzo, mi dona attimi di puro distacco dalla realtà.
Paralyzed, dei Drowning Pool, mi ricorda invece il mio più grande amore, insieme ad una intera playlist che tuttora ascolto. Prima la mandavo in loop per farmi male,
nei momenti di depressione, ora sentirla mi dona una scarica che mi fa sentire ancora viva.
Se voglio cantare a squarciagola metto a palla Heaven’s a lie e Enjoy the silence, entrambe dei Lacuna Coil, la seconda cover dei Depeche mode. La prima soprattutto mi da una scarica di adrenalina che mi aiuta a buttare fuori la rabbia repressa.
E quando voglio rilassarmi, lasciarmi andare all’oblio, oltre alla già citata Children, ecco che Firestone di Keigo fa proprio al caso mio. Certo, aiutano anche le ballads di tanti gruppi metal, ma in certi momenti sento proprio il bisogno di sentirmi leggera, come nuvola e di volare senza pensieri, tra i Forbidden Colors di Ryuichi Sakamoto.