Epistulae: E se…

Se ti vedessi lo capirei, se di te amo soltanto il ricordo. Mi basterebbe sfiorarti, percepire il variare del ritmo del mio cuore, per cogliere l’istante esatto dell’affacciarsi di nuovo alla coscienza della consapevolezza del mio sentimento per te. Vorrei sentire ancora il tuo profumo su di me, per ricordare poi i nuovi momenti trascorsi insieme. Assonanze olfattive che innescano il tunnel delle immagini scattate dalla retina, e il pensiero di te con me.

Non ti ho sentito per due giorni e già mi mancavi, ma non te l’ho detto, non potevo farlo. Non voglio che la naturalezza e la semplicità del nostro comunicare arranchi per un ostacolo posto da me.

E mi chiedo, se mi vedessi, lo capiresti se quel ricordo è soltanto tale per te, o se invece è qualcosa che riaffora dal profondo del tuo cuore?

Epistulae: NY 512.

Caro NY 512,
Avevo voglia di uscire stasera: mangiare fuori e fare un giro tra le bancarelle al porto vecchio, una passeggiata e magari incrociare un NY 512 che non aspettasse neanche un minuto per chiedermi se volevo qualcosa da bere “finché morte non ci separi”.

E invece no. Ultimamente mi capita di dover sempre abbozzare per gente che mi dà buca o che pensa che debba essere sempre io quella che si deve adeguare agli altri. Mai nessuno che si adegui a me. Pertanto stasera, come ogni sera, cena in solitaria e letto, a perdermi tra le lettere delle parole di un libro di astrofisica.

Caro NY 512, forse un giorno ti incontrerò, magari mentre porti a spasso Brinkley da queste parti. E allora non ci saranno buche, non ci saranno adeguamenti. Ci saremo solo noi e Brinkley, tra le cicale di un pomeriggio di mezza estate, a sorriderci perché finalmente ci siamo trovati.

Tua,
Shopgirl

Epistulae: un nuovo mattone.

Alla fine ce l’ho fatta, Tenshi.
Ho resistito all’impulso di chiamarti o scriverti per dirti che ero vicina. Ho vinto il desiderio di vederti ancora una volta. Mi avrebbe fatto male, forse, o forse avrei invece avvertito il nulla dentro, lo stesso nulla che vivo ogni giorno.
In ogni caso stavolta ho deciso di non cedere al desiderio, al masochismo. Mi sono fatta forza e ho posto un nuovo mattone sulla fila che man mano si completa, per erigere il muro tra me e il passato, tra me e te. Devo dimenticarti, lo so che è difficile, che il tuo ricordo spunta sempre quando meno me lo aspetto. Ma devo andare avanti, perché tanto tu non ci sarai più per me, non come io avrei voluto.
Ho amato veramente una sola volta nella vita, ho amato te. E sempre ti amerò, ma comunque devo andare avanti. Non sarai mai più il mio Tenshi (non volevi che ti chiamassi così le ultime volte che ci sentimmo, ma a me non importa), sarai un ricordo oltre il muro.
Vorrei solo che da questo lato del muro ci fosse qualcosa di bello, che mi rendesse facile andare avanti e felice ancora una volta.

Epistulae: Tenshi

Stanotte ti ho sognato.
Non succedeva da tempo, come da un po’ non ti pensavo, almeno non nell’ottica di quanto mi manchi.
Ti ho sognato, dicevo. Mi dicevi che volevi provarci ancora, che quello che era stato in passato non contava, che volevi stare con me. Mi hai baciato, con la stessa passione con cui mi baciavi allora. Ed io mi sentivo così felice, sentivo che la seconda chance che avevo sempre desiderato per noi non era più un’utopia. Ero al settimo cielo, finalmente c’era di nuovo un noi, un futuro, la gioia di creare ciò che non ci era riuscito in passato.
Il mio Angelo era tornato, per rimanere.
Mi sono svegliata…
La tristezza mi ha avvolto con il suo gelido abbraccio.
Lo so che non ci sarà un secondo noi, che non ci sentiremo più, non ci vedremo più. Quando ho potuto parlarti di nuovo, dopo anni, ho capito che non potevo farti tornare nella mia vita. Ho deciso di lasciarti andare perché avrei sofferto troppo se avessi continuato a sentirti. Avevo false speranze e non volevo vivere nel passato sperando in un futuro impossibile per noi.
E sognarti stanotte mi ha acuito quel senso di solitudine che provo senza di te.
Guardo avanti, ma ogni tanto mi volto indietro, anche se non voglio.
In momenti come questi mi dispiace ancora di più non avere trovato una persona che mi facesse dimenticare te.
Non leggerai mai, lo so.
Mi illudo che un giorno potresti, per caso, trovarmi qui, leggere di te e desiderare un noi. Perché tu conosci questo mio nome, conosci questo tuo…
Ma non succederà.

Epistulae: Caro Babbo Natale.

Caro Babbo Natale,
ogni anno ti scrivo per chiederti lo stesso regalo. Non sono stata una bambina cattiva, anzi, forse anche troppo buona, eppure il regalo non arriva mai.
Non voglio denaro (anche se ne avrei davvero bisogno), non voglio macchine, né vili oggetti che possono invece stuzzicare il desiderio dei più.
Non voglio una casa (perché non potrei permettermi di mantenerla), non voglio viaggiare, non voglio una vacanza per rilassarmi (anche se non mi dispiacerebbe poterne fare una di tanto in tanto).
Ciò che vorrei, ciò che desidero con tutta me stessa, è sentire il mio cuore che palpita. Avvertire i singoli battiti, sempre più rapidi, accompagnati da quelle belle farfalle nello stomaco, foriere di una sola notizia.
Se ciò succedesse significherebbe una cosa soltanto: che tu mi avresti fatto trovare sotto il mio albero una persona speciale.
Ma forse sbaglio richiesta.
Forse dovrei chiederti di trovare qualcuno per cui io sia speciale e che mi aiuti a scongelare questo gelo che mi avvolge, che mi permetta di ritrovare la fiducia che ormai ho perduto nel genere maschile, che abbia la forza, il coraggio, la perseveranza di sopportare una donna ormai indurita per necessità, per protezione, che abbia la voglia di scoprire quanta bontà c’è nel mio cuore e quanta voglia di amare vi si racchiude.
Vorrei tanto che questo fosse l’anno buono, per me.
Me lo ripeto ogni anno.

Epistulae: cara Briciola.

2016-01-25 20.57.31

Stamattina era una mattina come tante, sai. Mi sono svegliata, mi sono preparata, sono andata al lavoro. Ancora non lo sapevo, che non c’eri più. L’ho scoperto solo quando son tornata a casa per pranzo. Ho visto la macchina dei miei parcheggiata fuori casa. “Strano” mi son detta. Dovevano arrivare nel pomeriggio. Sono entrata in casa e ho capito subito dall’atmosfera che qualcosa non andava.
“Come mai qui a quest’ora?” , ho chiesto, guardandomi intorno. Erano seduti a tavola, ma c’era troppo silenzio.
“Perché tuo padre deve andare in paese”, ha detto mamma.
“In paese? E perché?”. In quel momento l’ho capito.
“E’ morta Briciola?” e nel dirlo mi si sono riempiti gli occhi di lacrime.
Mia madre ha annuito.
Avevi 13 anni e mezzo. Te ne sei andata dopo un mese di sofferenze, nella notte, amata come sei stata amata sin dal primo giorno. Ricordo quando ti ho visto la prima volta al canile, il 4 dicembre 2004. Avevi sei mesi, allora, nata a maggio, adottata due mesi dopo e dopo un mese ancora riportata al canile. Eri in una gabbia, insieme ad altri 8 cani. Tutti si avvicinarono per farsi coccolare, ma tu no. Tu rimanesti laggiù, in quell’angolino remoto, acciambellata tremante, non se per il freddo, la pioggia o la paura.
Dissi a mio padre “Prendiamo quel cagnolino. Lui sembra avere davvero bisogno di una famiglia”.
Si era partiti con l’idea di un maschietto, ma al vederti fu amore a prima vista. Anche mamma disse che dovevamo portarti a casa. Così, due giorni dopo, vennero di nuovo al canile, i miei. Babbo entrò nella tua gabbia a ti prese in braccio. Con quel gesto divenne il tuo padrone, il tuo salvatore, la tua ragione di vita. Lo so che volevi bene a tutti noi, ma lui per te era speciale.
Ti portarono a casa, piena di fango e tremante. La prima cosa che ti facemmo fu un bagno caldo. Eri diffidente, spaventata.
Il primo periodo ogni volta che uscivamo di casa distruggevi una cesta di vimini. Temevi che ti abbandonassimo anche noi. Ma come avremmo mai potuto farlo? Eri diventata un membro della nostra famiglia. Neanche volevi salire in macchina…
Poi lo capisti e allora tutto cambiò.
Sei stata presente nei momenti più importanti di questi ultimi 13 anni. C’eri anche al mio matrimonio. Ci sei sempre stata quando ero triste, mi guardavi con i tuoi dolcissimi occhi castani, occhi che in questi ultimi anni erano diventati quasi ciechi; quando fischiavo le tue orecchie si rizzavano attente, almeno sino a quest’ultimo anno.Poi ci siamo accorti che stavi diventando sorda.
Ma noi ti abbiamo amato sempre e comunque.
Ti mancava solo la parola, ma forse non era necessaria. Perché ogni giorno della tua vita hai mostrato il tuo affetto, come noi ti abbiamo mostrato il nostro.
Hai combattuto sino a che hai potuto, ma quest’ultima settimana l’ho visto nei tuoi occhi, che eri stanca.
Dovevi avere dei dolori fortissimi, non riuscici più a saltare, poi neanche a camminare. Barcollavi, eppure sino all’ultimo hai cercato di fare i tuoi bisognini da sola, fuori in giardino. Anche poche ore prima di morire.
Non toccavi cibo da alcuni giorni, poi hai smesso anche di bere. Eri chiaramente distrutta, eppure non ti sei mai lamentata.
Poi ieri notte le ultime ore di sofferenza.
Sei morta così, coricata nel letto, tra chi ti ha amato come una figlia, cercando di darti conforto anche negli ultimi instanti, parlandoti anche se forse non potevi sentire, accarezzandoti per rassicurarti. Alla fine hai ceduto.
Ora non soffri più, continuo a ripetermi.
Ma è una magra consolazione.
Ti hanno sepolto in campagna, all’ombra di una quercia. Lo so che non sei più vicino a noi con il corpo, ma io ti sento accanto anche ora.
Grazie per avermi donato il tuo affetto per tutti questi anni.
Mi mancherai per tutta la vita,
Briciola.

Epistulae: Esci da questo subconscio.

Caro Uomo (non scrivo l’iniziale del tuo nome perché ho l’assurdo pensiero che se lo facessi tutti capirebbero chi sei),
Ricordo come se fosse ieri quando ti incrociavo nei corridoi, negli uffici, con i colleghi. Ricordo come ti guardavano tutte le donne, ogni volta che ti incontravano, mentre tu andavi per la tua strada senza renderti davvero conto di quanto i loro pensieri divenissero bollenti. Ricordo il tuo sorriso, quella volta che mi ritrovai di fronte a te mentre concentrato facevi del tuo meglio davanti al tuo professore e per un istante sollevasti lo sguardo incrociando il mio. Mi sembra di essere ancora con te in quella stanza, l’unica volta che mi trovai da sola in tua compagnia, e mi chiedesti un consiglio tecnico. Mi tremavano le gambe quando ti risposi con falsa sicumera. E quella volta che facesti da cavia per la mia prof ed io fui la tua “carnefice”…
Quando scoprii che eri il fidanzato della figlia della mia padrona di casa (no, non è Beautiful) pensai che il mondo è davvero piccolo.
La signora tesseva le tue lodi, stravedeva per te. Una volta ci siamo incrociati in centro, d’inverno, io da sola, tu con la tua dolce metà. Mi salutasti per primo ed io risposi imbarazzata al tuo sorriso smagliante. Sentii una profonda invidia, perché lei era bellissima, come te, ed io la solita ciofeca di sempre.
Poi gli studi sono finiti, sono tornata a casa e mi son detta che mai più ti avrei rivisto. Invece…
Hai cambiato fidanzata, hai avuto un grande successo nella vita e infine le nostre strade si sono incrociate ancora, tu sempre con quel sorriso che mi fa morire, io la solita ciofeca.
E ora mi devi spiegare perché cacchio continuo a sognarti, anche se di giorno penso a tutt’altro!
Spiegami perché stanotte, con la più grande naturalezza di questo mondo, mi trattavi con grande confidenza, arrivando quasi a sfiorarmi come se per te fosse la cosa più normale.
Insomma: esci da questo subconscio!!!
Voglio una vita serena, non voglio turbamenti, comincio ad avere una certa età! E poi, come faccio a guardarti e parlarti normalmente di lavoro, se mentre provo a sembrare un essere senziente ripenso alle tue scorribande notturne nei miei sogni?
ESCI DA QUESTO SUBCONSCIO!
O almeno abbi la decenza di non lasciare i miei sogni a metà.