Georgiche de noartri: e l’orto va.

Aggiornamenti della giornata:

Le zucchine producono che è una meraviglia, fiori, frutti dolcissimi, insomma una grande soddisfazione 😀

I pomodori finalmente sono in fiore!

Le melanzane e i peperoni crescono tranquilli

(Le ultime piantine di peperone qui sopra le ho trapiantate ieri perché per spuntare e crescere ci hanno messo un po’)

I cavoletti ci provano, ma sti dannati bruchi stanno mettendo a dura prova loro e la mia pazienza 😡

Comunque tutto sommato posso dirmi soddisfatta 😄 ora aspetto che le colture progrediscano secondo i loro tempi 😊

Recensione: “Taketori Monogatari – Storia di un Tagliabambù”, a cura di Adriana Boscaro 21/20

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Il Taketori Monogatari è la prima opera giapponese appartenente al genere del monogatari. Racconta la storia di un tagliabambù che, durante il suo lavoro, trova tra le piante che deve tagliare una bambina di piccole dimensioni, che risplende tanta è la sua bellezza. Decide di adottarla e la porta a casa, dove la affida alle cure della moglie. Alla bambina viene dato il nome di Kaguyahime (la principessa splendente). Che si tratti di una creatura fuori dal comune lo si capisce subito, anche perché in pochi mesi cresce sino a diventare di dimensioni normali e adulta. Il tagliabambù, grazie a questa fanciulla, viene baciato dalla fortuna e diventa ricco. La notizia della bellezza della ragazza si sparge e così arrivano alla porta di casa tantissimi pretendenti, ma vengono tutti respinti. Alla fine ne restano solo cinque, che Kaguyahime sottopone ciascuno ad una prova impossibile, con il solo scopo di liberarsene; cosa che le riesce senza problemi. Persino l’imperatore rimane affascinato dai racconti su di lei e chiede che vada a corte al suo servizio, ma anche stavolta Kaguyahime si rifiuta.

Il perché viene presto svelato: Kaguyahime non è abitante della Terra, ma viene dalla capitale della Luna e lì deve tornare; vengono così a riprenderla i suoi compaesani e nel tornare a casa scorda tutti coloro che ha incontrato durante la sua permanenza a casa del tagliabambù.

La storia è breve, il libretto si legge agevolmente in poche ore. Molto interessante la parte introduttiva di Adriana Boscaro, che spiega la composizione dell’opera e approfondisce la sua genesi.  Anch’esso fa parte della collana Mille Gru edita da Marsilio.

Recensione: “Izumi Shikibu Nikki – Diario di Izumi Shikibu”, a cura di Carolina Negri 20/20

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Questo libretto di rapida lettura, definito da alcuni monogatari (vedi la recensione del Genji Monogatari) da altri Nikki (diario, come dal titolo), racconta la storia d’amore tra Izumi Shikibu, dama il cui nome, come già visto nel Genji Monogatari, non è quello reale, ma indica delle cariche ricoperte a corte da padre o altri parenti (fratello o marito) e il principe Atsumichi.

La narrazione ricopre un arco di 10 mesi, durante i quali si sviluppa la relazione tra i due, personaggi realmente vissuti, in quanto la donna era poetessa famosissima nella corte giapponese vissuta a cavallo del X e dell’ix secolo d.C. e l’uomo fratello del principe Tametaka, entrambi figli dell’imperatore Reizei, con cui Shikibu aveva avuto una relazione e morto improvvisamente in giovane età. La storia comincia proprio a pochi mesi dalla morte di tametaka, quando Atsumichi scrive a Shikibu, e prosegue tra alti e bassi, esplicitati, come spesso avviene nelle storie del periodo Heian, da versi che inframmezzano la narrazione in prosa. Se avete letto il Genji Monogatari e vi è piaciuto, allora apprezzerete sicuramente anche questo racconto, in quanto vi sono molti punti in comune tra i temi delle sue opere, e diverse poesie qui citate lo sono anche nella storia di Murasaki Shikibu.

Il libro, come il Kojiki, di cui ho già scritto, fanno parte della collana della Mille Gru della Marsilio, dedicata ai classici della letteratura giapponese, che pian piano sto acquistando e leggendo. La traduzione ed il commento sono a cura di Carolina Negri.

Recensione: “Crimini e farfalle”, di Cristina Cattaneo e Monica Maldarella 19/20

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In questo libro di agevole lettura Cristina Cattaneo e Monica Maldarella affrontano il tema delle scienze naturali applicate alla criminologia. In ogni capitolo viene analizzata una delle discipline protagoniste, raccontando come essa sia connessa all’analisi di una scena del crimine. Il tutto correlato da interessanti immagini di scene del crimine reali. Le discipline analizzate sono: l’antropologia forense, indispensabile quando si ha la necessità di analizzare resti umani ormai schelotrizzati; l’archeologia forense, che utilizza le metodiche di scavo archeologico nell’analisi della scena del crimine; la zoologia forense, importante sia quando si devono distinguere resti umani da resti animali, sia quando si vuole identificare l’origine di tracce presenti su ossa e tessuti, riconducibili all’intervento di qualche specie animale; la botanica forense, che può essere utile nello stabilire una datazione sulla morte di una vittima, o anche dove questa vittima sia stata uccisa, attraverso l’analisi di radici, foglie, pollini; l’entomologia forense, importante nello stabilire quando una vittima sia morta in base allo studio degli insetti che hanno proliferato sulle sue spoglie; l’analisi biologica delle alghe presenti sui resti umani; infine l’applicazione dell’antropologia forense sui viventi.

Ciascun tema viene affrontato con un linguaggio semplice, in grado di raggiungere anche una platea di non esperti. Alla fine della lettura si è più consapevoli di quante discipline entrino in gioco nelle indagini per un omicidio e di quanto importante sia il lavoro di questi esperti nella risoluzione dei casi. Ho comprato questo libro dopo averne già letto uno di Cristina Cattaneo e anche stavolta non sono rimasta delusa.

Un unico suggerimento: se non reggete la vista di ossa, insetti e resti umani, o evitate le immagini, o evitate la lettura.

Recensione: “Tracce Criminali”, di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. 18/20

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Questo saggio della coppia Lucarelli e Picozzi racconta le storie di alcuni omicidi attraverso l’analisi delle prove. Ogni capitolo del libro è incentrato su un tema specifico, che viene analizzato anche attraverso la storia di crimini in cui quel tema è stato fondamentale per la risoluzione del caso. Si parte così trattando delle impronte digitali, i liquidi biologici e il sangue, le impronte (di morsi, attrezzi, o l’impronta vocale), per arrivare alle microtracce, all’ingegneria forense e all’utilizzo delle nuove tecnologie. Tra i crimini raccontati la morte di Lady Diana, gli omicidi di Michele Profeta e di Ferdinando Carretta, gli Atlanta Child Murders.

Ogni argomento viene trattato con il solito acume e lo stile diretto e graffiante che i lettori di Lucarelli conoscono bene; il linguaggio semplice e conciso tiene l’attenzione del lettore fissata sull’argomento trattato, spiegato come sempre con dovizia di particolari e in maniera tale da essere accessibile anche per i non addetti ai lavori.

Penso sia un libro utile per chi vuole saperne di più dell’analisi degli elementi che compongono un’indagine e che portano alla soluzione dei crimini.

Recensione: “Genji Monogatari” / “La storia di Genji, di Murasaki Shikibu, 17/20

Il Genji Monogatari è una pietra miliare della letteratura giapponese. In tutti i sensi. se decidete di leggere quest’opera sappiate che vi accingete ad affrontare un’impresa titanica. Il libro è un poderoso mattone, di 1325 pagine, più l’introduzione di Maria Teresa Orsi (fondamentale da leggere se si vuole capire il contesto dell’opera e la sua struttura) le note relative ad ogni capitolo (anch’esse di necessaria lettura e vi spiegherò poi perché), il glossario.

Per portare a termine la lettura di questo romanzo mi ci è voluto un mese e mezzo, ma ne è valsa la pena.

Il Genji Monogatari è esponente di spicco del genere dei monogatari, romanzi che narrano storie di amore, scritto presso la corte imperiale del Giappone medievale. E’ un’opera molto particolare per noi occidentali, per diversi motivi: innanzitutto è stata scritta da una donna, Murasaki Shikibu (Murasaki è il cognome, ma sappiate che si tratta di uno pseudonimo; non conosciamo il suo vero nome); in secondo luogo può essere considerata come la prima opera compiuta di narrativa della letteratura giapponese. Non che prima di Murasaki non ci fossero scrittori alla corte giapponese, ma nel suo caso l’opera presenta una profondità, sia per ambientazione che per caratterizzazione dei personaggi, molto simile ai romanzi moderni.

Prima di raccontare la trama vorrei porre in evidenza quale fosse la condizione della donna giapponese durante l’XI secolo, periodo in cui è vissuta Murasaki (e la situazione sarà tale per secoli): mentre le donne comuni avevano un margine di libertà maggiore, le donne della nobiltà vivevano praticamente relegate in ale delle magioni ad esse riservate. Possiamo quindi immaginare quanto potesse essere difficile per loro conoscere esponenti del sesso maschile. La loro istruzione era limitata rispetto a quella degli uomini: sapevano scrivere, ma spesso sono utilizzando i Kana (scrittura sillabica) e non i kanji (gli ideogrammi); inoltre non parlavano né sapevano scrivere in cinese, la lingua dei Tang, che era la lingua dotta della corte giapponese; pensate che le opere di poesia venivano spesso composte in questa lingua. Tale condizione viene chiaramente esplicitata nel nostro monogatari. Murasaki Shikibu rappresenta un’eccezione nel panorama femminile della corte imperiale: non solo era una donna di profonda cultura, ma il suo livello di educazione era elevatissimo; lei stessa racconta in un suo diario di aver appreso il cinese ascoltando le lezioni che venivano impartite al fratello; il padre si lamentava della sfortuna toccatagli, in quanto il figlio maschio non brillava nell’apprendimento della lingua, mentre la femmina era molto più brillante. Approdata alla corte imperiale come dama di compagnia dell’imperatrice, la stessa sovrana le chiede di insegnarle la lingua dei Tang, cosa che Murasaki fa in grande segreto.

Che la cultura di Murasaki sia molto vasta lo si apprende anche attraverso la lettura del suo romanzo. L’opera è letteralmente infarcita di citazioni di altre opere, di narrativa ma soprattutto poetiche, al punto che per coglierle tutte è necessario affidarsi al nutrito apparato di note a fine libro. I topoi letterari sono una costante, spesso ripetuti. E una costante è la poesia…. ogni occasione è buona per citare dei versi noti o comporne di nuovi, magari facendo il verso a poesie famose all’epoca. Ma nessun problema, le note aiutano anche in questo caso.

Ma di cosa parla la storia di Genji? chi è questo Genji? Dunque, scendiamo nel dettaglio. Innanzitutto Genji è il cognome del protagonista, non sappiamo il suo nome. Durante la storia viene chiamato soprattutto Sua Signoria, o con il titolo che ha acquisito in quel momento della narrazione. Questo vale per tutti i personaggi, che sono indicati con la carica avuta a corte (quindi se vengono promossi cambieranno nome) o, nel caso delle donne, con la carica del padre, o del marito, o del fratello, a meno che non abbiano un compito ben preciso a corte (per esempio Prima dama delle stanze interne). Anche questo è un chiaro sintomo della considerazione della donna in questa società.

Ma torniamo a Genji. Il protagonista del libro (eccezion fatta per gli ultimi dieci capitoli, che raccontano la storia di suo figlio e suo nipote) è il figlio dell’imperatore e di una consorte secondaria, la più amata e per questo odiata dalla consorte imperiale. La madre di Genji muore quando lui è ancora piccolo, perciò il padre lo affida alla nonna. Nutrendo un grandissimo affetto per il figlio preferito, l’imperatore cerca di proteggerlo dalla corte e per questo motivo non lo nomina erede al trono, anzi, addirittura lo riduce a semplice funzionario, e per questo gli assegna il cognome Genji (o Minamoto). Infatti i membri della famiglia imperiale non hanno un cognome.

La storia di Genji prosegue descrivendo la sua crescita e non appena il ragazzo (che diventa uomo per la società di quel tempo a 12 anni) comincia a conoscere l’universo femminile, ne rimane totalmente invischiato. Per tutta la durata dell’opera si raccontano i suoi amori, perciò non aspettatevi battaglie o scene truculente, perché qui si parla solo di come Genji corteggia le donne che ama e di come conquista trofei. E ne conquista tanti, perché a quanto pare era il più bello della corte, tanto da essere chiamato lo Splendente. Comunque, anche se così bello, non sempre ha fortuna con le donne, ma nove volte su dieci sì. Non sto qui a raccontare tutte le situazioni che vive, ma vi posso garantire che sono davvero tante.

Voglio invece soffermarmi su come si corteggiavano le donne alla corte del mikado. Innanzitutto sappiate che si faceva tutto a scatola chiusa. Genji corteggia le sue “vittime” il più delle volte senza neanche sapere che faccia hanno, perché si innamora di un fruscio di una veste, o di una chioma vista per un istante, o di una flebile voce, o ancora della grazia con cui la donna di turno scrive o suona uno strumento musicale. E anche quando riesce a superare cortine e separè vari per consumare l’amplesso (che mai viene descritto esplicitamente), tutto succede al buio. E può succedere anche che si prenda la donna sbagliata…

I suoi amori sono per Genji fonte di guai: viene persino esiliato per una storia sbagliata. ora, al di là del tema dominante di questo libro (non sono amante delle storie d’amore), ritengo che davvero valga la pena di leggerlo perché davanti agli occhi del lettore moderno si apre un mondo del tutto diverso, con delle regole proprie e a volte diametralmente opposte rispetto alle nostre. Personalmente ho imparato tantissimo. Perciò non posso che invitare a leggervi.

P.S: gli ultimi dieci capitoli raccontano la storia di Kaoru, figlio di Genji, e del principe Niou, nipote di Genji (è figlio della sua unica figlia, che diventa imperatrice). Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. Comunque io tifo per Kaoru!

Inaccessibile.

Inaccessibile, sei,
Come il Fujiyama
Ricoperto di neve.
Inutile il tentativo
Di raggiungere la vetta
Impervia,
Sommersa dalla valanga
Del tuo silenzio
Profondo.
E resto a valle,
A studiarti,
A cercare di capirti
Invano, forse.

Confessioni: Spiraglio infinitesimo.

Ieri è successa una cosa che non mi aspettavo. Per la prima volta in quattro anni di conoscenza a distanza Surfer si è aperto con me. La cosa mi ha colpito molto, essendo lui sempre molto riservato. Ho pensato che poteva essere un tentativo per superare le barriere che tiene attorno a sé e l’ho apprezzato tanto.

Ma l’apertura è durata lo spazio della confidenza, poi è di nuovo svanito nel suo mondo irraggiungibile. Chissà se riuscirò a far breccia, prima o poi. Me lo chiedo spesso, ultimamente.

Georgiche de noartri: fase 2

Un paio di giorni dopo aver trapiantato le zucchine ho comprato su amazon dei supporti per avere un impianto a goccia che mi permettesse di tenere le piantine ben idratate senza dovermici dedicare assiduamente, dato che ho ripreso a lavorare. Devo dire che sembrano aver gradito la cosa.

Un paio di giorni fa ho invece trapiantato le piantine di cavoletti di Bruxelles; sono piante a crescita lenta e per vederle produrre i cavoletti bisognerà attendere un bel po’, ma la pazienza non mi manca.

Intanto, sempre su amazon, ho comprato delle nuove fioriere. Qui non se ne trovano, sembra che tutti si stiano dando al giardinaggio e affini ultimamente. Non appena arriveranno procederò al travaso delle piantine di pomodori ciliegino e melanzane. Devo dire che la faccenda mi sta davvero appassionando, speriamo bene!