Recensione: “Musashi”, Yoshikawa Eiji 5/21

 

 

musashi

 

Ho comprato questo libro nel lontano 2011 e, dopo aver letto il Gorin no Sho, mi è venuta voglia di rileggerlo, ben conscia del fatto che la storia narrata in questo libro sia un romanzo storico e non il resoconto della vita reale di Musashi. Naturalmente un oscrittore, nel romanzare una vicenda, può prendersi la libertà di creare personaggi e situazioni, ma bisogna sempre tenere a mente cosa è realtà e cosa è finzione. Il romanzo, da me letto nell’edizione ridotta di “sole” 840 pagine (quando decisi di comprarlo esisteva solo quella, ora invece esiste anche l’edizione integrale di più di 1200 pagine), racconta la vicenda di Musashi a partire dalla battaglia di Sekigahara del 1600, in cui egli combatté dalla parte dei perdenti, a soli 16 anni, sino al duello decisivo con Sasaki Kojiro, avvenuto nell’aprile del 1612. La storia viene narrata mediante un fitto intreccio di personaggi principali e secondari, che si snoda capitoo per capitolo.

Musashi, il cui nome originario è Takezo (Musashi è la lettura cinese degli ideaogrammi per Takezo), intraprende la Via del Samurai dopo la battaglia di Sekigahara, inizialmente affiancato dall’amivo Matahachi, traviato dauna donna di malaffare, Oko, e dalla figlia di lei, Akemi. In realtà Matahachi non ha lo spirito adatto per diventare samurai: pigro, indolente, più amante del sake e delle donne che della spada e della disciplina, finisce per prendere una strada che lo porta verso l’abisso. Incapace di uscirne da solo finisce per odiare l’antico amico, adducendo a lui la responsabilità dei suoei stessi errori e fomentando l’odio che sua madre, la vecchia megera Osugi, nutre ingiustamente per Musashi. Osugi, infatti, imputa a Musashi la colpa per il fatto che il suo adorato figliolo abbia abbandonato il villaggio per andare in battaglia. Qualunque errori Matahachi commetta, per Osugi è colpa di Musashi. Il suo odio si riversa anche su di un’altra persona: Otsu, promessa sposa di Matahachi, da questi abbandonata per lettera allorché si sposa con Oko. Otsu si innamora di Musashi e decide di seguirlo nelle sue peregrinazioni, anche se lui intende viaggiare da solo. Le loro strade si incontrano, si lasciano, scorrono parallele o per destinazioni opposte lungo tutta la storia.

Un altro personaggio importante per la narrazione è il monaco Takuan Soho, che viene considerato come un maestro di Musashi, il quale risolve più di una situazione e indirizza la storia verso il fine desiderato. Durante il cammino Musashi incontra tantissimi personaggi, alcuni storici, altri inventati. Viene ripercorsa la carriera dello spadaccino, con i famosi duelli contro i membri della scuola Yoshioka, più altri importanti scontri, tutti vinti dal ronin. Sino ad arrivare allo scontro finale contro Sasaki Kojiro, detto Ganryu. Anche di questo spadaccino viene descritto il percorso formativo e viene contrapposto a Musashi come persona arrogante e tronfia, malevola e invidiosa di Musashi, per cui inizia a nutrire un odio feroce, che lo porta a tessere insieme a Osugi delle treme a danno del nemico. Trame che in parte portano danno a Musashi e lustro a Kojiro. In ogni caso, alla fine, chi perde la faccia e la vita è proprio Kojiro.

Se leggiamo la storia come un romanzo fine a se stesso possiamo apprezzare l’intreccio narrativo, la struttura di romanzo di formazione, la presenza di elementi come la guerra, l’onore, la disciplina, il sentimento. Tutti elementi che hanno contribuito al successo della storia e del suo autore. Gli argomenti sono attuali, eppure il romanzo fu pubblicato a fascicoli tra il 1935 ed il 1939 sull’Asahi Shinbun, il quotidiano per antonomasia del Giappone. Un elemento per personalmente non ho apprezzato, ma che capisco sia stato inserito da un punto di vista narrativo per rendere il personaggio di Musashi più umano e più simpatico al lettore, è la storia di amore con Otsu. Sappiamo dalla biografia di Musashi e dalla sua opera che era misogino oltre ogni dire: detestava le donne ferocemente, infatti non si sposò mai. Per cui risulta completamente fuori luogo da un puinto di vista storico e biografico la presenza di Otsu che suscita amore in lui, e che alla fine del libro lui chiama addirittura sua moglie. Se il lettore con conosce la verità storica, finisce per essere tratto inesorabilmente in inganno e prendere per storia ciò che è solo romanzo. Ma questo è il rischio che si corre sempre quando si legge un romanzo storico senza conoscere a monte la realtà dei fatti.

E questa non è l’unica cosa non corrispondente alla realtà dei fatti. Anche la rivalità con Kojiro è romanzata, come i motivi che spingono Kojiro ad odirare Musashi. Se si legge la storia si sa che i due vennero a singolar tenzone perché esponenti di due famiglie rivali presso al corte Tokugawa, e l’esito del duello avrebbe rappresentato il trionfo di una famiglia a discapito dell’altra. Sicuramente, con il suo racconto, Yoshikawa ci rende Kojiro oltremodo odioso e fa sperare che Musashi gli dia una sonora batosta, cosa che poi realmente avvenne, per di più con un colpo solo.

Anche Osugi e Matahachi nella realtà dei fatti non sono menzionati, idem Otsu. Oersonagio storico è invece il monaco zen Takuan; tuttavia la storia ci dice che Musashi non lo incontrò mai personalmente.

Fatte queste dovute precisazioni resta comunque il fatto che il libro è molto bello da un pinto di vista narrativo e da un ottimo spaccato della vita quotidiana della società di quel periodo. Non dimentichiamo che Yoshikawa era figlio di samurai e quindi conosceve bene la cultura della sua casta.

 

Pensieri sparsi: il vuoto nel cuore.

Comincio a pensare di avere una qualche maledizione addosso. Perché non riesco a spiegarmi altrimenti il fatto che ogni volta che mi prendo cura di un felino questi finisce male. Ieri mattina, dopo due giorni di terribile quanto improvvisa malattia, il mio piccolo Raj è morto. È stato orribile vederlo soffrire così, per una forma di panleucocitopenia fulminante: in parole povere una gastroenterite felina che gli ha causato la perdita totale dei globuli bianchi, con esito letale. Avrei dovuto vaccinarlo questo mese, ma si è ammalato prima. E ora mi sento uno schifo per vari motivi: mi sento in colpa per non averlo vaccinato prima, ma non ho potuto farlo dapprima perché quando l’ho trovato era malato e dovevo curarlo prima di farlo vaccinare, e poi perché negli ultimi due mesi ho avuto delle spese importanti e non avevo i soldi per farlo. E ora lui non c’è più. Non entro nei dettagli su come sono state le sue ultime ore, al solo pensiero mi vengono ancora le lacrime. Ci eravamo affezionati tutti a lui, era un gattino delizioso, affettuoso e con Penny erano come fratelli. Lei è triste, ieri si è accorta che stava male e quando l’ho riportato a casa (è morto in clinica) è andata dritta al trasportino per cercarlo. Ma non volevo lo vedesse e così l’ho tenuta lontana. Lo ha cercato ieri e anche oggi, si vede che gli manca. E poi dicono che i cani non capiscono… Aveva solo 5 mesi, il piccolo Raj.

Io non credo in nessun dio, ma voglio credere che ci sia un posto dove ora Raj è accolto da tutti i miei gatti precedenti e dalla mia cagnolina Briciola. Questi pensiero mi rende più facile accettare il fatto che non ci sia più. Probabilmente non tutti coloro che leggeranno mi comprenderanno, ma chi ha avuto un cane o un gatto sa cosa si prova quando ci lascia, che vuoto si crea nel nostro cuore.