Recensione: “Samurai – Ascesa e declino di una grande casta di guerrieri”, Leonardo Vittorio Arena 45/20

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Questo libro è stato il primo inerente il Giappone da me acquistato ben 17 anni fa, esattamente l’8 febbraio 2003 (vi chiedete come faccio a sapere la data esatta? Beh, è mia abitudine scrivere nella prima pagina di ogni mio libro il mio nome e la data di acquisto o in cui mi è stato regalato). Il libro era uscito l’anno precedente e ricordo lo comprai da Mondo Libri. All’epoca ero una studentessa universitaria di Lettere e amavo già tutto ciò che riguardava l’archeologia, la storia e l’esotico, anche se mi concentravo di più sull’antico Egitto. Ma quando vidi questo libro ne rimasi colpita e incuriosita. Volevo saperne di più sui samurai, sulla loro storia. Decisamente fu un ottimo acquisto.

L’altro giorno, dopo aver terminato la leggera lettura del testo sui samurai di Turnbull, ho ripensato a questo libro e ho deciso di riprenderlo in mano per una rilettura. Qualche mese fa era il periodo dei ninja, adesso è quello dei samurai (ho in carrello sul mio Amazon prime un ulteriore testo su questo tema da acquistare). In questo saggio Leonardo Vittorio Arena racconta la storia dei samurai attraverso alcuni personaggi simbolo di questa élite di guerrieri. Il libro, suddiviso in 13 capitoli, comincia con la storia dei fratelli Minamoto, con un particolare focus su Yoshitsune, guerriero protagonista della guerra del Genpei (guerra tra il clan Minamoto e il clan Taira per ottenere il potere; ricordiamo che l’imperatore era una figura il cui potere era pressoché nullo, in quanto il governo era retto da reggente che per alcuni secoli era stato un membro della famiglia Fujiwara. I Minamoto (che peraltro erano un ramo della famiglia imperiale) e i Taira entrarono in competizione per ottenere quel potere; il nome Genpei riprende la pronuncia cinese del primo kanji dei nomi delle due famiglie: Gen= Genji, ovvero i Minamoto… vi ricorda qualcosa? Vi do un piccolo aiuto; Pei=Heike, ovvero i Taira) e della rivolta fomentata dall’imperatore in ritiro Go Shirakawa. Inutile dire che Yoshitsune è il primo di tanti samurai a finire male, peraltro per mano del suo stesso fratello, Yoritomo, più politico che combattente, il quale diede il via allo shogunato. Lo shogun fu colui che resse le sorti del Giappone dal XII secolo al 1868, quando ci fu la restaurazione Meiji.

Nei successivi capitoli sono raccontate le avvincenti storie di altri samurai, tra cui quelli di maggior spicco furono senza dubbio il trio Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, che furono coloro che portarono all’unificazione del Giappone nel periodo del Sengoku Jidai (ovvero epoca degli stati belligeranti). Curioso sapere che i primi due non poterono fregiarsi del titolo di shogun, in quanto non appartenenti alla famiglia Minamoto (infatti furono nominati kampaku, ovvero “dittatori militari”). Con Ieyasu, discendente di Yoritomo, non solo si completa il processo di unificazione del paese, ma il clan Minamoto ritorna in auge e governa il paese per due secoli di pace. Un altro personaggio la cui storia è di sicuro interesse è Miyamoto Musashi, sulla cui vita, a inizio ‘900, Yoshikawa Eiji scrisse un romanzo (molto bello e lungo; la traduzione italiana, che se non ricordo male è di più di 900 pagine, è tra l’altro un riassunto, perché la versione extended è di più di 1200 pagine! Sì ai giapponesi piace scrivere opere lunghissime!). Musashi è noto perché, oltre che un samurai leggendario, fu autore di un libro (Gorin no sho, il Libro dei cinque anelli) diventato un mantra non solo per i samurai della sua epoca e di quelle successive, ma anche per gli odierni manager giapponesi.

Il libro è molto coinvolgente, anche perché l’autore introduce le singole storie come se fossero dei racconti, cosicché il lettore si ritrova invischiato nelle trame della storia giapponese senza quasi avvedersene e la curiosità che il racconto di Arena induce viene soddisfatta solo giungendo alla fine del libro.

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