Recensione:”La bella storia di Shidoken”, Hiraga Gennai, a cura di Adriana Boscaro 48/20

51UMeJATfcL._SX325_BO1,204,203,200_

Hiraga Gennai è una figura peculiare della letteratura giapponese. Vissuto in epoca Tokugawa, precisamente nel XVIII secolo, come viene raccontato nell’appendice alla fine del libro, fu uomo di grande cultura, amante della cultura occidentale, inventore, letterato multiforme, noto sotto vari pseudonimi, dalle alterne fortune. Scrisse sia testi di stampo serio, tra cui anche opere teatrali, sia testi leggeri, ironici, come l’opera Hohiron (“Sui peti”… si avete capito bene!) e Naemara in’itsuden (“Biografia di un cazzo ammosciato in romitaggio”!!!), dove utilizza il linguaggio comico, ironico, divertente, per mettere alla berlina tutte quelle situazioni del suo tempo che a suo parere debbono essere criticate.

Opera ironica è anche Furyu Shidoken den (“La bella storia di Shidoken”), che racconta la straordinaria storia di Asanoshin, noto poi come Shidoken, personaggio realmente esistito. Nell’opera vengono riproposti in via del tutto ironica dei temi cari alla letteratura del tempo, come alcuni stereotipi narrativi tipici di storie come quella narrata nel Taketori Monogatari, dove la protagonista nasce in maniera prodigiosa e si rivela un personaggio di natura superiore al mondo; solo che in questo caso l’utilizzo fatto di certi topoi letterari è tutto volto alla presa in giro, all’attacco alla società. E ciò diviene manifesto nel procedere della narrazione. Ma cosa racconta di preciso il caro Gennai?

Asanoshin nasce in maniera prodigiosa ( e già nel leggere tale prodigio non si può fare a meno di ridere sotto i baffi) e per questo motivo i genitori decidono che debba farsi monaco, perché era credenza comune che le persone nate in modi sovrumani avessero per controparte una vita molto breve e che l’unico modo per prolungarla fosse renderli servitori della divinità. Ma il povero Asanoshin non è interessato alla vita monastica (anche perché è un adolescente che ha ben altro per la testa). Succede così che attraverso un evento prodigioso (altra presa in giro di stereotipi letterari) incontra colui che darà una svolta alla propria vita, il maestro Furai Sennin (il senni è una figura che ottiene poteri magici straordinari attraverso una vita di privazioni, anche in questo caso la situazione è molto ironica), il quale dona ad Asanoshin un ventaglio magico, grazie al quale il giovane farà un prodigioso viaggio in lungo e in largo in tutto il mondo, per conoscere in maniera approfondita tutti i luoghi dove si pratica l’amore. Praticamente un viaggio per i bordelli terrestri, senza distinzione tra prostituzione femminile o maschile! Dopo aver fatto questo bel viaggio, Asanoshin visita dei paesi mitici, come quello dei Giganti, dei Pigmei, dei Gambalunga e dei Bracciacorte, dei Pettiforati; arriva alla corte cinese, dove rischia seriamente di perdere la testa (e chi non rischierebbe, infilandosi di soppiatto nell’harem dell’imperatore cinese?) e dove il ventaglio manco finisce irrimediabilmente distrutto, per finire il proprio viaggio nel Paese  delle donne, dove diventa un prostituto insieme agli sfortunati membri dell’equipaggio della nave su cui viaggiava. Ed è proprio qui che infine gli riappare Furai Sennin, che gli spiega il significato del lungo viaggio e le sue manchevolezze (il tutto sempre in via ironica).

Come ben spiegato nell’introduzione di Adriana Boscaro, l’opera è tutt’altro che di semplice lettura, per lo meno in lingua originale, perché Gennai utilizza benissimo i diversi livelli linguistici del giapponese e dei suoi kanji, per fare dei giochi di parole che ricalcano e prendono in giro la terminologia seria. Questa difficoltà viene bene esplicata nell’apparato di note a fine testo. Inoltre è molto interessante l’approfondimento redatto nelle due appendici, la prima che racconta la storia dello Yoshiwara, il quartiere di piacere di Edo (Tokyo), la seconda, già citata, sulla vita e le opere di Gennai.

Pensieri sparsi: Natale fortunato.

Devo dire che di questo Natale non posso lamentarmi. Certo, non ho fatto le abbuffate degli anni passati, ma  l’ho passato con mio padre e mia madre e questo per me conta più di ogni altra cosa. Purtroppo mia sorella non è potuta essere con noi, per via delle restrizioni del covid. Ma riavere mio padre a casa per tempo ci ha reso tutti più sereni. Fortunatamente lo hanno dimesso martedì scorso, dopo un intervento perfettamente riuscito. la ripresa sarà molto lunga, ma lo sapevamo.

La felicità di riaverlo con noi ed il sollievo di aver superato il difficile momento ci hanno riempito il cuore. E il Natale è stato bello anche per questo.

Veniamo ora alle banalità: ho avuto dei bellissimi regali! Non me li aspettavo davvero, soprattutto il bellissimo orologio che mi hanno regalato i miei e mia sorella. Metto una foto qui sotto che riassume la fortuna che mi è piovuta dall’alto!

20201227_110145

E poi ci sono Penny e Raj, che ormai sono inseparabili e trascorrono il giorno giocando insieme. Penny è molto protettiva con Raj, lo segue dovunque e se vede che fa qualcosa che non va lo educa a suo modo! E’ davvero divertente vederli interagire così! E quando sono tranquilli lei lo lava come se fosse il suo cucciolo, come in foto sotto!

20201226_104529

Recensione: “I Celti – dal mito alla storia”, Olivier Buchsenschutz 47/20

celti-mito

Quando ho acquistato questo libro mi aspettavo di trovare una trattazione diffusa della storia dei Celti, oltre che un approfondimento sul loro stile di vita, sulla loro religione, su tutti gli aspetti della loro vita quotidiana. Invece in questo libro non c’è niente di tutto questo. E’ una semplice trattazione dal punto di vista archeologico delle emergenze, singole, multiple, sia architettoniche che funebri, di questa popolazione. Un trattato per gli addetti ai lavori, o per chi studia tali argomenti; il linguaggio è tecnico, si danno per assodati concetti che al lettore medio, ignorante in materia, sono del tutto ignoti. Ho davvero fatto fatica a procedere nella lettura, eppure non sono digiuna di archeologia, avendo una laurea in materia; più volte mi sono sorpresa ad essermi quasi addormentata mentre arrancavo tra termini quali cultura di Hallstatt, di La Téne, Wuttemberg e simili. E alla fine ho lasciato perdere la lettura arrivata la penultimo capitolo, perché per tutta la durata del libro speravo sempre che ci fosse qualche capitolo che mi desse qualcosa di quello cercavo, ma ormai la misura era colma e non ne potevo più dalla noia. L’archeologia è una materia bellissima, ma bisogna saperla divulgare. Se non si tocca l’argomento usando un linguaggio adeguato, si rischia di renderlo off limits per i più. Le stesse cose scritte in quel linguaggio ricco di tecnicismi e monotono, potevano essere raccontate in maniera molto diversa.

Alla fine cosa mi è rimasto di tutto quello che ho letto? Se mi chiedeste chi erano i Celti direi che boh, non lo so, perché sembra non saperlo neanche chi scrive, dato che tende a precisare che le cose che si sanno attraverso gli autori romani non sono spesso corrispondenti alla realtà dei fatti, ma travisate. L’unica cosa che mi è rimasta impressa è che mangiavano i cani, come i cinesi. Per il resto, cercherò altri testi che mi possano illuminare su un argomento che ritengo possa essere interessante. Ma non mi sento di consigliare la lettura di questo libro, a meno che non sia per finalità di studio specifico.

Pensieri sparsi: regalo di Natale.

Questi giorni sono stati molto pesanti. Ho passato quattro notti insonni, poi ieri sera finalmente sono riuscita a riposare. Quando hai un caro in ospedale, di questi tempi, è davvero molto difficile riuscire a restare sereno, per vari motivi: sapere di non poter visitare chi è ricoverato è fonte di preoccupazione, come se già non bastasse il fatto che se uno sta in ospedale bene non sta. Se poi a questo si aggiunge che la persona non può comunicare perché si trova in terapia intensiva dopo un intervento chirurgico di sei ore, lo stress sale alle stelle. Sentire dagli infermieri che è andato tutto bene ti solleva un po’ l’umore, ma sino a che non puoi sentire la voce di chi vuoi bene che ti dice che tutto sommato va bene, la tensione resta. Quella voce l’ho sentita stasera e il peso che avevo sul petto si è alleggerito di tanto. Domani proviamo a fare una videochiamata, così riusciamo a vederci. Anche perché al di là della distanza imposta dalle misure di sicurezza peri covid, mio padre sta ricoverato a 100 km da qui, perché nell’ospedale della mia città non c’è il reparto in cui doveva ricoverarsi.

Mercoledì mattina ho fatto una cosa che non facevo da quando avevo 18 anni: ho donato il sangue. Lo feci a suo tempo lutiamo anno di liceo, con la scuola. Poi non potei ripetere l’esperienza per diverso tempo per alcuni problemi di salute. Quando hanno ricoverato mio padre ci hanno detto che c’era bisogno di sangue, quattro donatori, per sicurezza, nel caso ne avesse avuto bisogno nei giorni successivi all’intervento. Allora mi sono data fare e ho trovato alcuni amici e colleghi gentilissimi che si sono resi disponibili. Ho donato anch’io, finalmente ci sono riuscita. Non nego di aver avuto un leggero malessere dopo, ma questo è stato subito compensato da due cose: il sapere di aver fatto una bella azione e poi il vedersi palesare il karma.

Ero con la mia migliore amica, che ha donato con me, tornavamo alla macchina ed ecco che incrociamo un furgoncino della raccolta differenziata. Guardo dentro l’abitacolo e vedo un gattino sul cruscotto. L’operatrice ecologica alla guida, ferma in sosta lo sta accarezzando. Dico alla mia amica: “Che carino quel gattino!”. L’operatrice ecologica se ne accorge, abbassa il finestrino e mi dice: “L’ho appena trovato in mezzo alla strada, rischiava di essere investito. Lo prendete?”. In quel momento mi sono balenati mille pensieri per la testa, ma poi le mie mani si sono mosse da sole e mi sono sentita dire:”Dammelo!”.

E niente, ora Penny ha un fratellino felino. Lo volevo chiamare Cannella, ma mia madre ha dissentito, così l’ho ribattezzato Raji. Penny è stata da subito curiosa nei suoi confronti, voleva annusarlo e giocare con lui, ma Raji non era dello stesso parere! A due giorni di distanza sembra che si stia abituando alla sorellina canina. Penny dal canto suo lo segue dovunque in giardino. Mia madre mi ha raccontato un episodio divertente: stamattina era dentro casa e ha sentito il cane abbaiare alla porta. E’ uscita in giardino e il cane cercava di attirare la sua attenzione, l’ha seguito e Penny si è fermata davanti ad un davanzale su cui Rai era salito, per bene due volte, e una terza davanti al nostro alberello di limoni. Come a dire:”Vedi dove sta andando? E’ pericoloso!”. Mi ha fatto sorridere.

Ecco il karma: fai del bene e vieni ripagato del bene. Raji è stato il mio personale regalo di Natale.

Recensione: “L’uomo che ha inventato il XX secolo – Nikola Tesla, il genio dimenticato dell’elettricità”, Robert Lomas 46/20

510uvqWhE1L

Tesla. Al sentire pronunciare questo nome i più penseranno alla Tesla di Elon Musk, poi ci sarà chi penserà all’unità di misura del magnetismo (molti meno), infine chi ricorderà colui da cui derivano queste cose: Nikola tesla, scienziato nato a fine ‘800 e vissuto nella prima metà del ‘900, colui al quale dobbiamo scoperte come la corrente alternata (esattamente quel tipo di corrente che ci consente che è alla base di qualsiasi impianto elettrico e del funzionamento di qualsiasi elettrodomestico che ci circonda) e la radio (ebbene no, non l’ha inventata il nostro caro Marconi, è arrivato solo qualche mese dopo il vecchio Nikola); queste sono solo due delle scoperte fatte da questo genio dimenticato dai più. Lo stesso genio che faceva studi su come rendere l’energia elettrica fruibile per tutti gratis e senza dover utilizzare i fili della tensione, ma sfruttando la Terra come conduttore. Studi che non poterono progredire perché il signor Westinghouse, titolare di una delle due potenze che negli U.S.A. detenevano il monopolio della produzione dell’energia elettrica, avendo acquisito i brevetti di Tesla su tale argomento di studio, gli impedì di poterne usufruire per portare avanti le sue ricerche, conscio del fatto che se egli avesse trovato una soluzione al problema, questo avrebbe significato la chiusura dei battenti di queste società che nel frattempo si erano arricchite facendo arrivare l’elettricità nelle case degli americani.

In questo libro viene raccontata tutta al vita di Tesla, dall’infanzia (nacque in un paesino in Croazia) alla morte (avvenuta in una stanza di hotel a circa 87 anni, solo e dimenticato da tutti; basti pensare che non si sa il giorno preciso della morte, in quanto il personale dell’hotel se ne accorsa qualche giorno dopo). Viene raccontato il carattere di questo studioso, alla continua ricerca dell’approvazione di figura autoritarie che dovevano sostituite quella paterna, morta quando lui era ancora in giovane età, senza che potesse compiacerla (tutti gli sforzi erano vani, in quanto i genitori di Tesla continuavano a piangere la morte del figlio maggiore, mettendola al di sopra di qualsiasi altra cosa); figure autoritarie che finirono sempre per fregarlo in vari modi, riducendolo più di una volta sul lastrico (altre volte finì senza soldi perché quelli che possedeva li reinvestiva nelle sue ricerche; questo perché Tesla era un bravissimo ingegnere, grande studioso e inventore, ma pessimo imprenditore. Basti vedere che fine fecero i suoi numerosi brevetti e i diritti delle royalty che gli spettavano e che invece finirono nelle tasche altrui.

Il primo che lo fregò alla grande fu quell’impostore di Edison, sì quell’Edison noto per aver invitato la lampadina (non è vero, non l’ha inventò lui ma se ne appropriò come fece di tantissime altre invenzioni), il quale sfruttò Tesla sino a che potè per poi levarselo di torno alla prima occasione. Peraltro Edison era così ignorante in materia di fisica da essere poi pubblicamente umiliato in tribunale, dove dimostrò di non avere laminiamo idea di cosa fosse la legge di Ohm, la stessa legge applicando la quale aveva dato vita al suo monopolio sulla corrente continua. Tesla si prese la rivincita su di lui quando trovò chi volle investire sulla sua geniale scoperta della corrente alternata; peccato che anche queste persone lo fregarono alla grande.

Quindi leggendo questa storia si scopre quanto questo genio sia stato importante per tutti noi, quanto poco gli sia stato riconosciuto come merito per il suo lavoro, quanto frustrante fu la sua vita e quanto ingenuo il suo animo. Se avesse avuto più autostima forse le cose sarebbero state molto diverse. Per lui e per noi.

Lunga l’attesa.

Sono qui,
Nel mio letto,
Con il petto che pulsa,
Che mi batte dal profondo,
Impedendo il mio riposo.

La paura
Mi stordisce,
Lenta prende il sopravvento,
Con tentacoli si spande,
Soffocandomi il respiro.

Lunga l'attesa,
Senza fine appare,
Eppure la fine si avvicina
Di soppiatto,
Silente.

Pensieri sparsi: sogni.

È successo di nuovo. Dopo qualche mese l’ho risognato e per ben due volte nella stessa notte. Non so perché, ma nei periodi in cui mi sento particolarmente debole o indifesa lui compare nei miei sogni. Posso vederlo solo lì, anche se viviamo nello stesso posto non ci vediamo da quasi 10 anni. Sono stupidi i miei sensi ed il mio subconscio, inconscio e qualsiasi cosa si annidi nel mio cervello. Servisse almeno a qualcosa… invece mi fa solo venire altra tristezza, altro senso di sconfitta e rimpianto. E in questo momento ho bisogno di tutto l’opposto.

Confessioni: tensione e timore.

In questi giorni sono abbastanza tesa. La settimana prossima mio padre dovrà sottoporsi ad un importante intervento chirurgico, che attendeva da un anno, e non posso che essere preoccupata. La cosa più difficile è non mostrare la mia preoccupazione, fare la serena, anche se dentro non lo sono per niente. Non potremo vederlo per tutta la durata del ricovero, dovremo attendere notizie dal reparto quando sarà operato perché lui non sarà in grado di chiamarci. Sarà una tortura… ho preso un giorno di ferie per il giorno dell’intervento (di più non potevo perché le mie ferie di quest’anno se l’è prese il lockdown di aprile), perché tanto se fossi andata al lavoro non avrei combinato niente e poi voglio stare con mia madre. Io spero che vada tutto bene e che torni a casa per Natale, ma continuo a pensare e se qualcosa va storto? Mi sento impotente ed è una bruttissima sensazione.

Recensione: “Samurai – Ascesa e declino di una grande casta di guerrieri”, Leonardo Vittorio Arena 45/20

Samurai-di-Leonardo-Vittorio-Arena-Libro-Romanzo-Storia-2002-Pari-al-Nuovo

Questo libro è stato il primo inerente il Giappone da me acquistato ben 17 anni fa, esattamente l’8 febbraio 2003 (vi chiedete come faccio a sapere la data esatta? Beh, è mia abitudine scrivere nella prima pagina di ogni mio libro il mio nome e la data di acquisto o in cui mi è stato regalato). Il libro era uscito l’anno precedente e ricordo lo comprai da Mondo Libri. All’epoca ero una studentessa universitaria di Lettere e amavo già tutto ciò che riguardava l’archeologia, la storia e l’esotico, anche se mi concentravo di più sull’antico Egitto. Ma quando vidi questo libro ne rimasi colpita e incuriosita. Volevo saperne di più sui samurai, sulla loro storia. Decisamente fu un ottimo acquisto.

L’altro giorno, dopo aver terminato la leggera lettura del testo sui samurai di Turnbull, ho ripensato a questo libro e ho deciso di riprenderlo in mano per una rilettura. Qualche mese fa era il periodo dei ninja, adesso è quello dei samurai (ho in carrello sul mio Amazon prime un ulteriore testo su questo tema da acquistare). In questo saggio Leonardo Vittorio Arena racconta la storia dei samurai attraverso alcuni personaggi simbolo di questa élite di guerrieri. Il libro, suddiviso in 13 capitoli, comincia con la storia dei fratelli Minamoto, con un particolare focus su Yoshitsune, guerriero protagonista della guerra del Genpei (guerra tra il clan Minamoto e il clan Taira per ottenere il potere; ricordiamo che l’imperatore era una figura il cui potere era pressoché nullo, in quanto il governo era retto da reggente che per alcuni secoli era stato un membro della famiglia Fujiwara. I Minamoto (che peraltro erano un ramo della famiglia imperiale) e i Taira entrarono in competizione per ottenere quel potere; il nome Genpei riprende la pronuncia cinese del primo kanji dei nomi delle due famiglie: Gen= Genji, ovvero i Minamoto… vi ricorda qualcosa? Vi do un piccolo aiuto; Pei=Heike, ovvero i Taira) e della rivolta fomentata dall’imperatore in ritiro Go Shirakawa. Inutile dire che Yoshitsune è il primo di tanti samurai a finire male, peraltro per mano del suo stesso fratello, Yoritomo, più politico che combattente, il quale diede il via allo shogunato. Lo shogun fu colui che resse le sorti del Giappone dal XII secolo al 1868, quando ci fu la restaurazione Meiji.

Nei successivi capitoli sono raccontate le avvincenti storie di altri samurai, tra cui quelli di maggior spicco furono senza dubbio il trio Oda Nobunaga, Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, che furono coloro che portarono all’unificazione del Giappone nel periodo del Sengoku Jidai (ovvero epoca degli stati belligeranti). Curioso sapere che i primi due non poterono fregiarsi del titolo di shogun, in quanto non appartenenti alla famiglia Minamoto (infatti furono nominati kampaku, ovvero “dittatori militari”). Con Ieyasu, discendente di Yoritomo, non solo si completa il processo di unificazione del paese, ma il clan Minamoto ritorna in auge e governa il paese per due secoli di pace. Un altro personaggio la cui storia è di sicuro interesse è Miyamoto Musashi, sulla cui vita, a inizio ‘900, Yoshikawa Eiji scrisse un romanzo (molto bello e lungo; la traduzione italiana, che se non ricordo male è di più di 900 pagine, è tra l’altro un riassunto, perché la versione extended è di più di 1200 pagine! Sì ai giapponesi piace scrivere opere lunghissime!). Musashi è noto perché, oltre che un samurai leggendario, fu autore di un libro (Gorin no sho, il Libro dei cinque anelli) diventato un mantra non solo per i samurai della sua epoca e di quelle successive, ma anche per gli odierni manager giapponesi.

Il libro è molto coinvolgente, anche perché l’autore introduce le singole storie come se fossero dei racconti, cosicché il lettore si ritrova invischiato nelle trame della storia giapponese senza quasi avvedersene e la curiosità che il racconto di Arena induce viene soddisfatta solo giungendo alla fine del libro.

Recensione: “Graphic design Giapponese”, a cura di Send Points, edito da Nuinui 44/20

91tyagYmjeL

 

Diversi mesi fa, durante un giro in libreria, adocchiai questo testo. Mi colpirono subito le immagini in esso contenute, ma decisi di non comprarlo perché costicchiava e preferivo optare su altre letture, anche considerando il fatto che le immagini in questo libro erano preponderanti, trattandosi appunto di un testo sul graphic design.

Fortuna ha voluto che mi sia stato regalato per il mio compleanno, così l’ho potuto aggiungere alla mia biblioteca e apprezzarne come si deve tutto il contenuto. In questo volume sono riportate tutte le fonti di arte visiva classiche che sono state alla base dello sviluppo di diversi concetti nel mondo della grafica, sia in fatto di pubblicità che nell’ambito dell’arredamento, non solo in Giappone, ma anche all’estero. Sono numerosi gli studi pubblicitari e di grafica in generale che si sono ispirati alla pittura tradizionale giapponese. Il libro presenta dapprima dei soggetti tradizionali e poi ne fa vedere l’utilizzo, in toto o solo di alcuni particolari, in versione moderna: si va dai dipinti della ukiyo-e, a me tanto cara, e rappresentata per intenderci da maestri come Hokusai, Utamaro, e Iroshige, pittori che nelle loro stampe litografiche raccontarono a loro modo non solo il paesaggio della loro terra (memorabili sono le tavole delle 36 vedute del monte Fuji di Hokusai, e fra tutte la grande onda di Kanagawa), ma anche particolari figure umane, alle pitture raffiguranti i mostri (yokai), alle decorazioni dei tradizionali kimono, alle trame dei tessuti, per arrivare agli stemmi delle famiglie nobiliari giapponesi, i cosiddetti mon. Tutti questi soggetti hanno subito numerose rivisitazioni negli ambiti più disparati.

In ogni sezione del libro c’è un approfondimento che narra tra le numerose immagini come la tradizione è stata fonte di ispirazione per il moderno. L’ho trovato di sicuro valore, sia per le spiegazioni sull’arte tradizionale, sia per l’ispirazione che esse hanno infuso in artisti di oggi, di tutto il mondo.