Recensione: “Genji Monogatari” / “La storia di Genji, di Murasaki Shikibu, 17/20

Il Genji Monogatari è una pietra miliare della letteratura giapponese. In tutti i sensi. se decidete di leggere quest’opera sappiate che vi accingete ad affrontare un’impresa titanica. Il libro è un poderoso mattone, di 1325 pagine, più l’introduzione di Maria Teresa Orsi (fondamentale da leggere se si vuole capire il contesto dell’opera e la sua struttura) le note relative ad ogni capitolo (anch’esse di necessaria lettura e vi spiegherò poi perché), il glossario.

Per portare a termine la lettura di questo romanzo mi ci è voluto un mese e mezzo, ma ne è valsa la pena.

Il Genji Monogatari è esponente di spicco del genere dei monogatari, romanzi che narrano storie di amore, scritto presso la corte imperiale del Giappone medievale. E’ un’opera molto particolare per noi occidentali, per diversi motivi: innanzitutto è stata scritta da una donna, Murasaki Shikibu (Murasaki è il cognome, ma sappiate che si tratta di uno pseudonimo; non conosciamo il suo vero nome); in secondo luogo può essere considerata come la prima opera compiuta di narrativa della letteratura giapponese. Non che prima di Murasaki non ci fossero scrittori alla corte giapponese, ma nel suo caso l’opera presenta una profondità, sia per ambientazione che per caratterizzazione dei personaggi, molto simile ai romanzi moderni.

Prima di raccontare la trama vorrei porre in evidenza quale fosse la condizione della donna giapponese durante l’XI secolo, periodo in cui è vissuta Murasaki (e la situazione sarà tale per secoli): mentre le donne comuni avevano un margine di libertà maggiore, le donne della nobiltà vivevano praticamente relegate in ale delle magioni ad esse riservate. Possiamo quindi immaginare quanto potesse essere difficile per loro conoscere esponenti del sesso maschile. La loro istruzione era limitata rispetto a quella degli uomini: sapevano scrivere, ma spesso sono utilizzando i Kana (scrittura sillabica) e non i kanji (gli ideogrammi); inoltre non parlavano né sapevano scrivere in cinese, la lingua dei Tang, che era la lingua dotta della corte giapponese; pensate che le opere di poesia venivano spesso composte in questa lingua. Tale condizione viene chiaramente esplicitata nel nostro monogatari. Murasaki Shikibu rappresenta un’eccezione nel panorama femminile della corte imperiale: non solo era una donna di profonda cultura, ma il suo livello di educazione era elevatissimo; lei stessa racconta in un suo diario di aver appreso il cinese ascoltando le lezioni che venivano impartite al fratello; il padre si lamentava della sfortuna toccatagli, in quanto il figlio maschio non brillava nell’apprendimento della lingua, mentre la femmina era molto più brillante. Approdata alla corte imperiale come dama di compagnia dell’imperatrice, la stessa sovrana le chiede di insegnarle la lingua dei Tang, cosa che Murasaki fa in grande segreto.

Che la cultura di Murasaki sia molto vasta lo si apprende anche attraverso la lettura del suo romanzo. L’opera è letteralmente infarcita di citazioni di altre opere, di narrativa ma soprattutto poetiche, al punto che per coglierle tutte è necessario affidarsi al nutrito apparato di note a fine libro. I topoi letterari sono una costante, spesso ripetuti. E una costante è la poesia…. ogni occasione è buona per citare dei versi noti o comporne di nuovi, magari facendo il verso a poesie famose all’epoca. Ma nessun problema, le note aiutano anche in questo caso.

Ma di cosa parla la storia di Genji? chi è questo Genji? Dunque, scendiamo nel dettaglio. Innanzitutto Genji è il cognome del protagonista, non sappiamo il suo nome. Durante la storia viene chiamato soprattutto Sua Signoria, o con il titolo che ha acquisito in quel momento della narrazione. Questo vale per tutti i personaggi, che sono indicati con la carica avuta a corte (quindi se vengono promossi cambieranno nome) o, nel caso delle donne, con la carica del padre, o del marito, o del fratello, a meno che non abbiano un compito ben preciso a corte (per esempio Prima dama delle stanze interne). Anche questo è un chiaro sintomo della considerazione della donna in questa società.

Ma torniamo a Genji. Il protagonista del libro (eccezion fatta per gli ultimi dieci capitoli, che raccontano la storia di suo figlio e suo nipote) è il figlio dell’imperatore e di una consorte secondaria, la più amata e per questo odiata dalla consorte imperiale. La madre di Genji muore quando lui è ancora piccolo, perciò il padre lo affida alla nonna. Nutrendo un grandissimo affetto per il figlio preferito, l’imperatore cerca di proteggerlo dalla corte e per questo motivo non lo nomina erede al trono, anzi, addirittura lo riduce a semplice funzionario, e per questo gli assegna il cognome Genji (o Minamoto). Infatti i membri della famiglia imperiale non hanno un cognome.

La storia di Genji prosegue descrivendo la sua crescita e non appena il ragazzo (che diventa uomo per la società di quel tempo a 12 anni) comincia a conoscere l’universo femminile, ne rimane totalmente invischiato. Per tutta la durata dell’opera si raccontano i suoi amori, perciò non aspettatevi battaglie o scene truculente, perché qui si parla solo di come Genji corteggia le donne che ama e di come conquista trofei. E ne conquista tanti, perché a quanto pare era il più bello della corte, tanto da essere chiamato lo Splendente. Comunque, anche se così bello, non sempre ha fortuna con le donne, ma nove volte su dieci sì. Non sto qui a raccontare tutte le situazioni che vive, ma vi posso garantire che sono davvero tante.

Voglio invece soffermarmi su come si corteggiavano le donne alla corte del mikado. Innanzitutto sappiate che si faceva tutto a scatola chiusa. Genji corteggia le sue “vittime” il più delle volte senza neanche sapere che faccia hanno, perché si innamora di un fruscio di una veste, o di una chioma vista per un istante, o di una flebile voce, o ancora della grazia con cui la donna di turno scrive o suona uno strumento musicale. E anche quando riesce a superare cortine e separè vari per consumare l’amplesso (che mai viene descritto esplicitamente), tutto succede al buio. E può succedere anche che si prenda la donna sbagliata…

I suoi amori sono per Genji fonte di guai: viene persino esiliato per una storia sbagliata. ora, al di là del tema dominante di questo libro (non sono amante delle storie d’amore), ritengo che davvero valga la pena di leggerlo perché davanti agli occhi del lettore moderno si apre un mondo del tutto diverso, con delle regole proprie e a volte diametralmente opposte rispetto alle nostre. Personalmente ho imparato tantissimo. Perciò non posso che invitare a leggervi.

P.S: gli ultimi dieci capitoli raccontano la storia di Kaoru, figlio di Genji, e del principe Niou, nipote di Genji (è figlio della sua unica figlia, che diventa imperatrice). Cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia. Comunque io tifo per Kaoru!

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