Pensieri sparsi: volata finale.

Finalmente domani finisce il supplizio. Ultimo giorno di scarso lavoro e poi finalmente si torna a casa.
Questo ultimo mese sembrava non voler passare più; è proprio vero che quando desideri che un certo termine passi il tempo scorre con la lentezza di una lumaca.
Comunque posso dire di avercela fatta, archivierò questa esperienza tenendo solo le (poche) cose positive e cancellando quelle negative.
In questi giorni sono stata contenta di incontrare alcune persone, che mi avevano espresso il desiderio si salutarmi prima della partenza. Mi hanno mostrato tutto il loro affetto e la loro comprensione, cose che non ho ricevuto dove lavoro, eccezion fatta per una persona, ma questo me lo aspettavo, dati i dispetti, le maldicenze ed i comportamenti da asilo che si sono susseguiti in quest’ultimo periodo.
Fortuna che li mollo, che me ne torno a casa e che ho nuove sfide da affrontare, stavolta con la vicinanza dei miei cari.
Ready to back to home!

Diari di viaggio: Volterra.


Se vi capita di fare un viaggetto in Toscana vi invito a visitare Volterra, graziosa cittadina sita in provincia di Pisa, a pochi chilometri da San Gimignano. Può essere agevolmente visitata in una giornata e l’acquisto della Volterra Card consente di vedere i siti ed i musei di maggior interesse ad un prezzo veramente vantaggioso (14€).
Le origini di Volterra sono etrusche è proprio alla civiltà etrusca è dedicato il Museo archeologico cittadino. Composto in tutto da tre piani, è ricco di reperti che dal neolitico arrivano all’epoca romana. Proprio la ricchezza del parco reperti meriterebbe a parer mio una migliore esposizione. L’unico piano in cui sono presenti dei cartelli con spiegazioni esaustive e l’ultimo. A piano terra si comincia con l’esposizione di reperti di età preistorica, corredi funerari di sepolture ad incinerazione, corredati di didascalie che elencano semplicemente cosa è presente nella vetrina. Poco viene raccontato al visitatore e quel poco è in italiano. Si comincia poi quasi subito con reperti di epoca etrusca, per lo più urne funerarie dalle sembianze di mini sarcofagi, esposte alle pareti, su più piani. Il criterio di esposizione consiste nella divisione delle urne in più sale, raggruppate in base alle tematiche raffigurate sulla base del sarcofago; sono così numerose che anche al primo piano si trovano intere stanze che ospitano tali reperti! Oltre ad esse, al pian terreno si trovano anche dei cippi ed alcune stele. Al primo piano alcune stanze ospitano ceramiche di diverso tipo, dal bucchero nero etrusco alla sigillata italica di epoca imperiale. Anche qui la didascalie sono assenti ed i reperti sono stipati in polverose vetrine in legno presumibilmente ottocentesco o su mensole che riempiono la parete sino al soffitto. Interessanti da vedere alcuni pavimenti a mosaico, alcuni dei quali purtroppo presentano dei danni, con tessere staccate tenute in loco da un foglio di plastica posto sopra di esse e fissato a terra con dello scotch di carta. Un paio di sale purtroppo sono inagibili per lavori. All’ultimo piano l’esposizione assume contorni più moderni e finalmente possono leggersi delle spiegazioni, sia per quanto concerne la storia della città, sia per quanto riguarda la datazione e le caratteristiche dei reperti esposti. Non so perché ragioni di questa scelta, forse si voleva evidenziare da un lato come i reperti venivano esposti un tempo e come lo sono ora, ma l’assenza di qualsiasi spiegazione rende il tutto molto aleatorio. Ho visto dei visitatori entrare nelle sale e dare svogliatamente una rapida occhiata, come a dire “che palle, tutte ste cose uguali!”. Un vero peccato, perché ci sono delle particolarità molto interessanti che andrebbero valorizzate. È possibile fruire di audioguide per la visita, ma il personale non le ha sponsorizzate, per lo meno con me. Le ho viste in un angolo, sicuramente con quelle il visitatore inesperto di archeologia potrebbe essere agevolato.
Diverso è il discorso per la pinacoteca, situata nello stesso palazzo che ospita anche il piccolo museo dell’alabastro (qualunque vicolo di Volterra ospita negozi di souvenir che vendono oggetti di alabastro e sono presenti anche alcuni laboratori che lo lavorano): la pinacoteca è piccola, divisa in due piani. Lo spazio espositivo è ben curato, con didascalie esaurienti su ogni quadro, bilingue. Il museo dell’alabastro è piccolo, ospita alcuni oggetti antichi ma soprattutto opere d’arte moderne; si visita in poco più di un quarto d’ora.
Lì vicino si trova l’area del teatro Romano, dove è possibile vedere il teatro e le terme, vittime di restauri di età moderna a base di cemento armato (cosa alquanto comune questa nei siti archeologici, prima che si scoprisse che il cemento armato è il peggio che si possa utilizzare nel restauro). Anche qui la visita è abbastanza rapida, essendo il complesso piccolo e fruibile solo dalla sommità della platea.
Altre emergenze di epoca Romana ed Etrusca sono visitabili nell’area dell’Acropoli, in particolare per quanto concerne l’epoca Romana una cisterna sotterranea profonda 8 metri, mentre per quanto riguarda l’epoca etrusca alcuni resti di edifici.
A poche decine di metri è situata la fortezza medicea, attualmente non visitabile perché ospita il carcere della città.
Ultima attrazione fruibile attraverso reso la Volterra Card è il palazzo dei priori, situato nella piazza omonima, in cui attualmente sono siti gli uffici del comune. Sono visitabili parte del primo piano, il secondo e la torre, da cui si gode di una splendida vista su tutta la città.
Vi auguro una felice permanenza!

Confessioni: il vuoto dentro.

È strano come questa sensazione di nulla che avvolge il mio cuore non sia più come un corpo estraneo. Ho cominciato a sentirla parte di me, quasi come una persona di famiglia, e si sa che i parenti possono essere alquanto molesti.
Ma se i parenti non si possono scegliere, per quanto concerne questo vuoto infinito io non so se questo sentirlo parte di me sia una mia scelta o meno. Forse è entrambe le cose: ovvero, non ho scelto io che mi circondasse ed entrasse così nella mia vita, ma probabilmente ho scelto io di farlo restare.
Mi capita di chiedermi perché io consenta tale cosa: penso che il vuoto mi serva come un cuscinetto per ripararmi dal male del mondo. Meno il male si avvicina, meno si sente il dolore.
E il dolore, quando arriva, quando ti attanaglia il petto e lo stringe in una morsa mortale, quando ti soffoca sino a lasciarti senza respiro, porta solo distruzione. Io ho fatto cosi tanta fatica a ricostruire ciò che era stato distrutto che ora non posso permettermi nuovi errori.
Benvenuto cuscinetto di vuoto.

Bandiera.

Blu
È il colore del mio umore,
Quando torno a casa stanca
E ripenso al mio passato.
Viola
È il colore del mio cuore,
Quando guardo nel suo profondo
Tormentato, rattoppato.
Nero
È il colore della mia anima,
Quando sento sprofondarmi
Nel silenzio della solitudine.

Pensieri sparsi: Ce la posso fare!

Dopo una settimana stupenda passata lontano da questo posto infernale, oggi sono rientrata al lavoro, per il rush finale. Sino a ieri dormivo bene, ero rilassata, il mio intestino non mi stava più dando pugni da dentro la pancia e la mia ansia sembrava sotto controllo. Ma ieri notte… alle due ero ancora sveglia. Non facevo altro che rigirarmi nel letto e la tachicardia mi stava divorando. Alla fine sono riuscita a dormire, ma i sogni agitati non mi hanno lasciato scampo. E tutto solo perché pensavo che oggi sarei dovuta tornare in quel posto.
Stamattina la voglia di alzarmi era pari a zero, ma mi sono fatta coraggio pensando che ormai sono al giro di boa del mese e poi sarà tutto in discesa. Ho lavorato poco, tanto per cambiare, ma così almeno sono potuta tornare a casa per pranzo e ho finito presto.
La settimana prossima viene a trovarmi un mio caro amico, della mia città. Lo rivedrò anche quando tornerò a casa definitivamente, ma sapere che viene a trovarmi mi fa stare meglio. L’ho avvisato che la casa è ormai vuota e non ho gran che da offrirgli, ma non gli importa, gli basta vedermi.
Dai, Miharu, ancora 12 giorni di lavoro, 15 per arrivare a fine mese, e poi potrai finalmente respirare, libera. Ce la posso fare!

Pensieri sparsi: Bycicle, bycicle!

L’anno scorso, in un raro periodo fortunato, mi è  capitato di vincere ad un concorso a premi una bici da corsa, del valore di circa 2000€. Ho pensato che fosse il destino, che forse era il caso di rimettermi in sella dopo più di vent’anni. Così ho portato la bici in un negozio specializzato per capire se potevo usarla al meglio. Purtroppo non era della mia taglia, perciò ho chiesto se erano interessati ad una permuta. Il risultato è stato il seguente: Mountain bike nuova fiammante super accessoriata per me. Era ottobre e tra brutto tempo e nessuna disponibilità di acquistare il minimo di attrezzatura ho rinviato l’avventura. Ma qualche settimana fa sono riuscita a comprare almeno un paio di pantaloncini imbottiti (necessari data la durezza del sellino) e il caschetto. Poi ho preso il coraggio a due mani e mi sono buttata sulla strada con l’unico amico che ho qui, il quale va molto spesso in bici.
Avevo 14 anni l’ultima volta che ho osato salire in sella alla mia graziella Atala, senza marce e così  dura da portare che non riuscivo a fare neanche un minimo di strada in leggera pendenza. Nel mio paese, per giunta, le strade in piano erano un miraggio. Probabilmente proprio per questo motivo ho rinunciato ad andare in bici. Perciò, quando sono rimontata in sella qualche domenica fa, un po’ me la facevo sotto, devo ammetterlo. Ma per fortuna non è  andata poi così male come pensavo. Ho fatto un bel giro, era una bella giornata e ho sorriso per la prima volta dopo tanto.
Ogli ho ripetuto l’esperienza, stavolta con un collega con cui ho un ottimo rapporto, perché veniamo dalla stessa regione e  tra di noi ci sentiamo a casa. È stato un bel pomeriggio e abbiamo pedalato per 18 km. Un bel giro,  rilassante, in attesa di provare la mia Specialized a casa (per fortuna non abito più tra i monti ma al mare!).

Musicheggiando di qua e di là: playlist di una vita.

Non so se capita anche a voi, ma io ho delle canzoni che fanno parte della playlist della mia vita. Ogni volta che le sento non posso fare a meno di associarle a momenti o situazioni specifiche del mio passato o del mio presente e mi capita di richiamarle alla mente o di ascoltarle appositamente, se sento la necessità di rendere più vivido un ricordo o un sentimento.
Se poi mi soffermo a contare da quanti anni esse vagano per la mia mente o sul mio stereo, non può che prendermi la nostalgia del passato, di un amore, di un evento specifico.
La nostalgia mi è tornata ieri, quando ho letto della morte di Robert Miles. Children è una delle mie canzoni preferite, nonostante il mio orientamento musicale mi porti normalmente su ben altre basi e sinfonie, diciamo più metalliche. Ero alle superiori quando furoreggiava in discoteca, ma io non ho mai avuto occasione di ascoltarla in una pista da ballo seria. Forse mi sarà capitato durante il carnevale di paese, quando tutti, dopo la frittellata del giovedì grasso, o la sfilata del martedì, andavamo solerti alla sala da ballo che osavamo chiamare discoteca, per scatenarci al the danzante del pomeriggio. Il più delle volte ho ascoltato Children alla radio, o in qualche compilation di musica dance che all’epoca andava tanto di moda.
Da questa canzone la mia riflessione si è allargata e mi sono chiesta quali canzoni siano parte fondamentale della playlist di Miharu. Di getto direi che poche sono italiane, molte straniere. Tra le italiane spicca Come Mai degli 883, più per un valore affettivo che per una reale passione per Max Pezzali. Anni fa forse avrei detto tutte le canzoni dei Take That, ma la verità è che li ascoltavo perché lo facevano tutte le mie coetanee. In realtà quel tipo di musica non mi apparteneva affatto. Ci sono canzoni più recenti che per me hanno un significato maggiore di tante del passato. A volte l’essere recente per me non è tanto una collocazione cronologica della canzone nel tempo che l’ha vista nascere, ma dipende dal momento in cui io stessa l’ho scoperta. Se devo dire la Canzone di Miharu, quella che mi trasmette più di tutte emozioni, sentimenti, ricordi, pensieri, la parola Wither si formula tra le mie labbra quasi per magia.
Ho scoperto i Dream Theater sette o otto anni fa, ma da allora sono diventati parte fondamentale della mia collezione di cd. Wither, più di Misunderstood, di As I am,
di The spirit carries on e di tante altre canzoni che apprezzo, mi dona attimi di puro distacco dalla realtà.
Paralyzed, dei Drowning Pool, mi ricorda invece il mio più grande amore, insieme ad una intera playlist che tuttora ascolto. Prima la mandavo in loop per farmi male,
nei momenti di depressione, ora sentirla mi dona una scarica che mi fa sentire ancora viva.
Se voglio cantare a squarciagola metto a palla Heaven’s a lie e Enjoy the silence, entrambe dei Lacuna Coil, la seconda cover dei Depeche mode. La prima soprattutto mi da una scarica di adrenalina che mi aiuta a buttare fuori la rabbia repressa.
E quando voglio rilassarmi, lasciarmi andare all’oblio, oltre alla già citata Children, ecco che Firestone di Keigo fa proprio al caso mio. Certo, aiutano anche le ballads di tanti gruppi metal, ma in certi momenti sento proprio il bisogno di sentirmi leggera, come nuvola e di volare senza pensieri, tra i Forbidden Colors di Ryuichi Sakamoto.

Epistulae: amore perfetto.

Caro cuore,
che palpiti nel mio petto e ad ogni sospiro sussulti, timoroso del battito successivo, che possa spezzarti, svilirti, distruggerti. Lo so che è difficile ogni istante, arranchiamo insieme in questa vita che ci pone ogni giorno delle sfide da superare.
Lo so, tu speri sempre, nonostante tutto.
Speri che un giorno qualcuno bussi alla tua porticina, magari piano piano, per non farti spaventare. Speri che quel lieve toc toc sia il preludio di sottofondo di violini, o meglio di Dream Theater, che con una infinita sinfonia ti porti lassù, in cima al settimo cielo, finalmente leggero come piuma, protetto da ali di angelo custode.
Sei troppo romantico, desideri il lieto fine, un amore con la A maiuscola, un samurai coraggioso che ti difenda katana alla mano da tutto il male che ti circonda.
L’ho letto, nel tuo profondo, che il tuo sogno è una dichiarazione d’amore con tanto di rose rosse, serenata al chiaro di luna, ballo sotto le stelle e bacio mozzafiato. E vorresti, lo so bene, una proposta fatta in ginocchio, anello alla mano, promessa di una vita felice insieme.
Ma, caro il mio cuore rattoppato, l’amore perfetto esiste solo nei film: per te non c’è un Edward su una limousine, opera a palla e rose rosse in mano; non c’è un Joe Fox che ti manda mail che ti tengano compagnia, che ti facciano sentire che quel niente di cui parlate vale più di tanti qualcosa.
Hai solo me, che conosco i tuoi segreti più reconditi, i tuoi desideri più intensi, la tua sofferenza che scava in sordina, il tuo dolore che ti erode in profondità.
Sento questo continuo scavare, svuotare, indebolire; sento che lentamente ti stai spegnendo, accasciando sotto il peso del rifiuto.
Gli animi più gentili sono quelli destinati a soffrire maggiormente, anche se si circondano di una corazza, che poi non ha tutto questo effetto, perché le frecciate arrivano lo stesso, nel punto più esposto e meno difeso.
Perciò, mio piccolo cuore stanco, non illuderti; non sussultare, non ce n’è alcun motivo; nessuno busserà, nessuno ti stordirà, nessuno ti salverà. Dormi, mio piccolo cuore, nessuno ti disturberà.