Pensieri sparsi: il pensiero cuscinetto.

Potete anche chiamarlo simil coperta di Linus. Non so se anche voi ne avete uno.
Io ogni tanto, soprattutto quando sento la mancanza di un qualcosa di importante, o di un qualcuno, lo tiro fuori. Non lo faccio attivamente, è più che altro un’azione meccanica della mia mente che si trasmette alla mia bocca, cosicché finisco per sussurrare quelle parole, anche se non vorrei, anche se quel pensiero è lontano nel tempo e nello spazio tanto quanto l’ultima volta che sono stata davvero felice.
Viene articolato come un mantra, come se, soltanto a dirlo, quella magia potesse ripetersi ancora una volta e ciò che è stato venisse cancellato.
Lo so che non è possibile che ciò accada, però, nel breve spazio di articolazione, pronuncia, attenuazione dell’eco, ecco che quella sensazione di oppressione, di tristezza, di peso che gravava su di me si allenta.
Potere del pensiero cuscinetto…
E no, non vi rivelerò qual è. A ognuno il suo.

Pensieri sparsi: prova a non star bene…

Ci sono dei giorni in cui non sento affatto la mancanza di casa. Troppo indaffarata col lavoro per pensarci, o troppo stanca.
Ma oggi non è uno di quei giorni. Sarà che quando stai male e sei costretta a letto l’unica cosa che vorresti è tua mamma che si prende cura di te e tuo padre che ogni tanto fa capolino dalla porta della stanza per vedere come stai; sarà che qui non c’è nessuno, nemmeno un amico, che venga a chiedermi come sto e se ho bisogno di qualcosa, fosse anche solo di prendermi una medicina in farmacia o di portarmi un po’ di cibo; sarà che al lavoro mi sentivo quasi in colpa perché non ero in grado di muovermi e quindi ho deciso di tornare a casa…
Insomma, sarà per tutto questo e per altro ancora, ma oggi vorrei tanto non essere qui.
Eccolo il brutto di vivere in un luogo così lontano, dove non conosci anima che si preoccupi per te. Ci ho pensato parecchio a cosa sarebbe potuto succedere se avessi avuto bisogno di aiuto, ma scacciavo il pensiero inevitabile sperando di non dover mai avere bisogno.
Come quella volta, all’università, che mi venne la febbre quasi a quaranta e nessuna delle mie coinquiline ebbe il buon cuore di chiedermi se avevo bisogno di qualcosa.
Speravo non succedesse più, ma mi sbagliavo.
Ok… smetto di scrivere perché la posizione non si confà all’utilizzo prolungato del telefono.
Mi auguro una pronta ripresa.

Pensieri sparsi: cado a pezzi!

Che domenica da dimenticare… non bastavano gli acciacchi al braccio di quest’ultima settimana, le infiltrazioni di cortisone, i miorilassanti, la spalla impacchettata di kinesiotaping.
Evidentemente no.
Stamattina mi sveglio tutta pimpante perché la sveglia non doveva suonare, con calma perché fretta di fare le cose non ce n’era. Faccio colazione, mi sistemo rapidamente, comincio a pulire, facendo attenzione al braccio decrepito, e mentre riordino la cucina sento un dolore lancinante alla schiena. Niente di muscolare (nella sfortuna almeno la fortuna che la lombosciatalgia non si sia svegliata dal letargo), piuttosto di viscerale. Dolori così forti da costringermi e piegarmi in due.
A fatica mi son seduta, ho ripreso fiato e lentamente ho arrancato per finire quel poco che avevo iniziato.
Dovevo pur nutrirmi, perciò ho anche cercato di cucinare qualcosa.
Morale della favola: ho passato il resto della giornata seduta in bilico sul divano, imbottita di oki, tenendo una bottiglia di acqua calda (non ho una borsa dell’acqua calda, ma la comprerò quanto prima) dove sentivo dolore, sola e abbandonata…
Sigh! Cado a pezzi!

Epistulae: per fortuna il passato è passato.

Questa lettera non ha un destinatario specifico. Forse potrebbe essere indirizzata ad una generica classe di una generica scuola media (così si chiamava quando la frequentavo io) di un generico paesino di una specifica regione d’Italia. In quella classe ci ho passato 3 anni (più i 5 precedenti delle elementari), in tutto i peggiori anni da me vissuti in ambito scolastico. Perché ci penso oggi?
Non lo so, a dire il vero. Forse questo periodo mi riporta alla mente dei ricordi di quel per fortuna lontano passato, ricordi che quasi del tutto sono riuscita ad eliminare dalla mia mente.
Perché quando frequentavo quella scuola, quei compagni, non vedevo l’ora che tutto finisse e che iniziassero le scuole superiori: avrei cambiato paese, avrei cambiato edificio, ma soprattutto non avrei più rivisto quelle facce ogni giorno.
La cattiveria non ha limiti, si sa. E i ragazzini possono essere davvero malvagi. Ho sempre amato studiare, ho avuto sin da piccola una grande curiosità verso tutto ciò che mi circondava. Per me lo studio non è mai stato un peso, ho sempre aperto un libro con piacere, con voglia di apprendere, con la consapevolezza che non lo facevo per dovere ma per piacere.
Ho avuto inoltre la fortuna di avere dei genitori speciali, che mi hanno sempre lasciato seguire le mie inclinazioni, mi hanno premiato per il mio impegno e non mi hanno mai fatto mancare nulla di ciò che potevano farmi avere, insegnandomi al contempo il valore del sacrificio.
Grazie a loro ho fatto il liceo classico, anche se sapevamo tutti che ciò avrebbe comportato l’iscrizione all’università. E una laurea l’ho presa, con grande sacrificio di tutti, economico e personale, ma con grandissima soddisfazione nel vedere i miei genitori in lacrime il giorno della mia laurea, perché leggevo nei loro occhi l’orgoglio per me.
Quel giorno ho coronato davvero un sogno, ho raggiunto il nirvana e mi son sentita realizzata, nonostante tutto il fiele mandato giù negli anni in cui una bambina diventa ragazza. Anni passati a stare in disparte, perché i compagni a scuola mi additavano perché ero più brava di loro e mi cercavano solo quando avevano bisogno di copiare un compito, o di un aiuto durante una lezione. Per il resto venivo derisa, presa in giro pesantemente, esclusa anche. Come quando tutti erano stati invitati ad una festa di compleanno di un nuovo studente, tranne me.
“Ma l’avevo detto a tutti!”.
No, a me non lo avevi detto.
O quella volta, che tu, mia allora migliore amica, solo perché a dodici anni neanche sapevo che volesse dire il sesso, decidesti di togliermi il saluto perché potevo essere fonte di imbarazzo per te, se un ragazzo ti si avvicinava.
O quando andammo in gita di terza media ed io feci amicizia con i ragazzi della sede centrale, perché nessuno di loro mi giudicava come voi, a nessuno fregava se a me piaceva studiare. Tornati dalla gita fu l’inferno. Nessuno che mi rivolgeva più la parola, insulti mormorati nei corridoi o nell’aula, facendo attenzione che i professori non sentissero.
Quanto male mi avete fatto… allora non c’era il cyberbullismo, e meno male… forse ora non sarei qui a scrivere.
Che gioia una volta finiti gli esami di terza media, perché nessuno di voi sarebbe venuto nella mia scuola! Certo, dovevo vedervi tutti i giorni sul bus, per cinque anni. Ma i pochi chilometri tra il nostro paesino e la scuola non erano sufficienti a farvi penetrare di nuovo nella mia anima. E gli anni del liceo li ricordo con tanto piacere, normale studente tra tanti.
E poi, come se nulla fosse successo, avete avuto pure il coraggio di venire a cercare i miei soldi, per organizzare la festa dei diciottenni (si usa dalle mie parti, festeggiare con i coetanei tappe come i 18, i 30, 40 annoi etc.). Però forse, un po’ di coda di paglia l’avevate, perché non siete riusciti a fermarmi per strada a dirmelo di persona, ma avete aspettato che fossi passata, tornata a casa, per poi chiamare il mio ragazzo e dirgli di riferirmi cosa avevate in mente.
Grazie, i miei soldi li ho usati bene per fare ciò che volevo per mio conto.
Non sapete con quale gioia sono andata via da quello schifo di posto, con quale felicità non vedo più le vostre facce e continuo per la mia strada, forte della forza che mi avete dato con il vostro comportamento meschino.
Ora io sono lontana, ho superato difficoltà che neanche pensavo di poter affrontare, ho percorso sentieri insperati, e continuo ad affrontare la vita ogni giorno con grinta, grazie a chi mi vuole bene e non mi ha abbandonato.
E se mai avrò dei figli insegnerò loro le stesse cose insegnate a me, perché certi valori restano nel profondo e ti rendono una persona migliore.