Pensieri sparsi: Stronza, ma professionale. 

Forse sarà la stanchezza accumulata in questa settimana di lavoro intenso, o forse semplicemente sono stanca di certi comportamenti messi in atto da alcuni esponenti del sesso maschile, o forse ho soltanto voglia di sfogarmi lanciando strali invisibili ma taglienti per sentirmi meglio, sta di fatto che le persone che scambiano la mia professionalità come un invito per provarci mi hanno rotto davvero la palle, per usare un francesismo.
Faccio un lavoro in cui sto a contatto col pubblico, non entro nei dettagli perché non interessa ai più, e la mia professionalità mi impone di sorridere e rispondere gentilmente al cliente.
Questo fa sì che qualcuno si senta in diritto di fare affermazioni ambigue, diciamo pure viscide, nel tentativo di mettersi in mostra quali perfetto esemplare di animale da rimorchio.
E nonostante io cerchi sempre di smorzare i toni o facendo la finta tonta o rispondendo a battuta con battuta che porta il discorso su un altro piano, la gente non capisce, o forse fa finta di non capire.
Purtroppo la mia pazienza ha un limite e sento che questo sta per essere raggiunto.
Trovo una mancanza di rispetto nei miei confronti in quanto donna e in quanto seria professionista il farmi avances di dubbio gusto mentre sto facendo il mio lavoro.
Ciccio, prendi appunti che non lo ripeterò oltre:

  • Se ti sorrido è perché la direzione aziendale vuole così. Fosse per me di sputerei in un occhio.
    Se non colgo le tue battute sulla tua ex più carina mia corregionale, sul fatto che vuoi farmi parlare perché ti piace il suono della mia voce, sulla delicatezza delle mie mani, un motivo ci sarà.
  • Se faccio finta di niente quando mi dici ammiccando quando ci rivediamo e ti rimando alla reception… beh ponitela una domanda e magari datti pure la risposta.

Certa gente si sente autorizzata a provarci solo perché sei una donna che fa un determinato lavoro.
Trovo questa cosa veramente di cattivo gusto e degradante. E ho già comunicato alla direzione che se la cosa va avanti non voglio più seguire tale cliente. Perché va bene che il cliente ha sempre ragione,  ma quando diventa molesto io divento stronza. Stronza, ma sempre professionale. 

Epistulae: Caro Surfer…

Guardo il telefono, l’icona rotonda di messenger con la tua foto, e mi chiedo come andrà a finire.
Conto i giorni, ti conosco, virtualmente parlando, da un mese e mezzo quasi, però ti sento più vicino di tante persone conosciute realmente.
Quella sensazione percepita al nostro primo dialogo la ricordo bene, perché la sento ogni volta che ci scriviamo. Mi è dispiaciuto interrompere i contatti, quella sera che ho ti ho percepito sempre più distante, quasi volessi allontanarmi definitivamente.
Mi son detta pazienza, probabilmente non vuole andare oltre per conoscermi meglio. Non puoi donare un sorriso, una nuova scelta, a chi non vuole recepirli.
Così ho mollato e nel frattempo qualcun altro si è fatto avanti. Eppure ti pensavo ogni giorno, guardavo questa icona, il tuo bel sorriso in un momento di recente serenità, di cui mi avevi parlato, e mi imponevo di non scriverti. Non ti sta pensando… Poi, dopo una settimana di silenzio sei riapparso. Poche frasi, ma sei tornato. Qualcosa significheranno, mi son detta.
Poche frasi da te, poche frasi da me, che intanto provavo e cominciare qualcosa finito ancor prima di diventare serio. E quando è successo, dopo aver ricomposto il mio orgoglio ferito, sai che ho pensato? Che forse era destino, perché tu eri tornato a farti vivo ed io sentivo che non dovevo sprecare l’occasione. Non posso. Così eccomi qui, paziente, giorno dopo giorno, a cercare di scalfire il tuo muro, armata di queste mani nude. E ogni volta che rispondi ad un messaggio gioisco in silenzio, perché è un nuovo passo per me. Per conoscerti, per apprezzarti, e magari, chi lo sa, anche per far sì che tu un pochino apprezzi me.
A volte riesco a scriverti quel che sento, usando esempi mentre si parla del niente, ma non so se capisci che quel niente sono io, col capo chino per l’imbarazzo di confidarmi con te.
Anche ora, vedi, ti scrivo, ma lo faccio perché so che non mi leggerai, a cuor leggero.
Vorrei poterti incontrare anche solo una volta, anche solo per sorridere insieme.
Un giorno, forse.

In punta di piedi.

In punta di piedi,
Io busso al tuo uscio.
Sai, è stato difficile,
Uscir dal mio guscio.
Trattengo il respiro,
non vorrei disturbare.
Chissà se aprirai,
E sto per scappare.
La sento la chiave,
Girar nella toppa.
Si ferma il mio cuore,
La paura è ormai troppa.
Non oso voltarmi,
Perché temo il tuo viso.
Potrebbe oscurarsi,
Non aprirsi in sorriso.
Perciò faccio un passo,
Mi vorrei allontanare.
Ma in silenzio, ti prego,
Non farmi scappare.

Pensieri sparsi: Persa tra l’erba d’un prato.

Sto qui, sola soletta, sul mio telo appena poggiato sull’erba. Ascolto il fruscio dei rami mossi dal vento, il canto delle cicale, il cinguettio degli uccelli. Sento la pace intorno a me, eppure… vorrei tanto vedere il blu del mare, ascoltare     l’infrangersi delle onde sulla battigia, sentire il profumo dell’aria salmastra, mettere i piedi nell’acqua e tuffarmi per un ultimo bagno. Qui è bellissimo, ma ho la tristezza nel cuore.
Magari se fossi in compagnia percepirei altre sensazioni, sarei di umore diverso. Forse, non lo so.
Quello che so è che oggi ho fisso un groppo in gola che non vuole andare via, e le lacrime arrivano in punta di piedi e poi spariscono senza scorrere sul viso, quasi avessero timore che sgorgando dai miei occhi il dolore che sento dentro non sarebbe così reale.
Che contrasto… vedi la bellezza del mondo intorno a te, ma non la guardi veramente, offuscata dal velo che ricopre la tua anima.
Passerà, passerà anche questa. Forse.

Pensieri sparsi: solo per un’ora.

Ho la mente oppressa da mille pensieri, mentre sto stesa sul letto a fissare il muro davanti a me. Si affollano gli uni sugli altri, sgomitano per avere la mia attenzione, per passare al vaglio del mio conscio il prima possibile. Ma io non ho voglia di starli a sentire, non mi va stasera. Sono stanca…
Guardo questo letto vuoto per metà e quasi ho il timore di chiedermi se resterà sempre così, perché lo vedo che già si agita tra la folla quel dannato pensiero. Sta giù e non rompere, lasciami in pace almeno stasera.
Oggi sono riuscita a percepire una vaga sensazione di pace mentre, dopo il lavoro, correvo nel parco vicino a casa, quello dove sono stata anche domenica scorsa. Cuffiette nelle orecchie, la corsa ritmata dalla musica, ho attraversato sentieri e prati, per poi fermarmi a fare qualche esercizio.
È stata l’ora più tranquilla da me vissuta da qualche mese a questa parte. Solo io, la natura e la musica.
Ma poi sono tornata a casa, ho aperto il solito uscio oltre il quale mi aspetta il niente. Solita chiamata ai miei, solita cena solitaria… insomma risucchiata di nuovo dalla solita routine.
Speriamo che il tempo regga perché non appena avrò un momento libero voglio tornare al parco, per sentirmi leggera e libera, almeno per un’ora.

Recensione: Ritratto di un assassino, Patricia Cornwell

Patricia Cornwell è una nota giornalista e scrittrice americana. La sua specialità è il thriller, ma in questo libro ritorna alle origini giornalistiche della cronaca nera, per raccontarci le sue indagini volte a trovare una risposta ad una delle domande che dalla fine del XIX secolo l’opinione pubblica continua a porsi: chi è Jack Lo Squartatore?
Patricia dice di avere un’idea ben precisa sulla vera identità di uno dei più famosi serial killer di tutti i tempi: il nome del principale sospettato è Walter Richard Sickert, noto pittore nato in Germania, ma vissuto tra l’Inghilterra e la Francia, fra l’800 e il ‘900. Nel saggio vengono raccontate da un lato la vita di questo pittore, la sua personalità controversa ed oscura, il suo modo di agire con le donne e la sua arte, dall’altro le vicende degli omicidi e delle indagini su Jack lo Squartatore.
Patrica non si limita a fare delle supposizioni, ma sottopone ad analisi forense alcune prove, come le lettere inviate a più riprese da Jack alla polizia ed ai giornali, o quelle scritte da Sickert ad amici e parenti; analizza puntigliosamente tutti gli aspetti della vita del sospetto, cercando dei punti di contatto con le ben note vicende del serial killer londinese, come i luoghi frequentati, o i soggetti rappresentati nei suoi quadri.
Alla fine del saggio il lettore può avere quantomeno qualche dubbio che la giornalista abbia azzeccato l’indagine e può dar credito almeno al fatto che questo pittore possa essere uno dei sospetti più papabili.
La certezza, naturalmente, non l’avremo mai, a meno che qualche colpo di scena sulle fonti ancora oscure o ignote non illumini completamente le ampie zone d’ombra che ancora gravitano su questa scellerata vicenda.
Dal punto di vista narrativo la maestria della Cornwell è palese: tiene il lettore incollato al libro, in attesa della rivelazione che ponga la parola fine a questa storia. Conosco bene questa autrice, perché ho letto molti dei suoi libri e trovo che sia riuscita a trasmettere a questo saggio la sua vis narrativa.
Sicuramente è una lettura che non va trascurata.
Arigatou gozaimasu!