Pensieri sparsi: fidarsi sempre del cervello.

Alla fine è successo.
Ciò che il mio encefalo gridava ai quattro venti da tre mesi, nonostante le speranze (come sempre deluse) della mia anima fossero lì, vive, in attesa di un responso positivo, si è avverato.
Ma stavolta il mio cuore non si è fatto fregare, o per lo meno, non del tutto.
L’ho blindato, avvolto con un triplo giro di cellophane uomo-resistente, affinché quella piacevole sensazione di benessere, quella lieve gioia che trasudava dai miei pori, quel sorriso ebete che mi si stampava in faccia ad ogni incontro, non penetrassero nei suoi recessi e lo contaminassero di puro amore.
Sono stata brava, devo ammetterlo. Non mi son lasciata abbindolare dai film mentali, dai sogni mendaci, dai segnali ambigui lasciati nell’aria dall’altro.
E quindi, quando la rivelazione tanto temuta è arrivata, ho retto bene il colpo. O almeno credo.
Le parole sono più o meno sempre le stesse. Ormai le conosco, ci ho fatto il callo. Quelle poco fantasiose introduzioni che cominciano con tu sei buona, gentile, una persona splendida, non se ne trovano tante come te… e che finiscono con solo amici.
Perché io, lo so molto bene, sono sempre quella del solo amici.
Ma, mi chiedo, se sono così buona, gentile, splendida, rara, cosa devo avere ancora, per meritare quel salto di qualità? Perché evidentemente non sono abbastanza qualcosa, che ancora non ho definito, per suscitare sentimenti in qualcuno.
E così alla fine ho fatto bene a blindare il mio cuore. E a dar retta al cervello. Per una volta la ragione ha battuto il sentimento.
E io sono ancora sola.
Amen.

Maschere, quinta parte.

“Melissa… c’è qualcuno che ti cerca”.
La voce di Matteo distolse la ragazza dai calcoli in cui era immersa. Far quadrare i conti era già difficile di per sé, se poi ci si mettevano anche i pensieri che ormai erano il suo chiodo fisso allora diventava alquanto improbabile.
Chi sarà?, si chiese lei, uscendo dall’ufficio.
Un ragazzo magro, dai corti capelli neri, incrociò il suo sguardo, sorridendole.
Khan?… Khan! Stava per pronunciare quel nome, ma si accorse appena in tempo che quello era il suo nickname e non era il caso chiamarlo così davanti a suo fratello; meglio evitare le sue domande in proposito.
“Roberto, ciao!”, si limitò a dire con entusiasmo. I due si salutarono con due baci sulle guance, sotto lo sguardo incuriosito di Matteo.
“Qual buon vento ti porta qui… il vento della lettura?”, disse sorridendo lei.
“Più o meno… a parte quello, non ti sarai dimenticata dell’incontro?”.
Incontro… quale incontro? Melissa era più che certa di non aver dimenticato nessun incontro. Stava per chiedergli spiegazioni, quando qualcosa nei suoi occhi la fece desistere.
“Ah, si! L’incontro… che stupida! Hai ragione!”. Cosa c’era di tanto importante da condurre Khan lì da lei con una scusa del genere?
“Lo sapevo! Sei proprio sbadata! Allora, dove possiamo parlarne?”.
“Che ne diresti di un caffè? C’è un bar proprio qui davanti”.
“Va benissimo”, rispose lui.
“Io mi assento per un po’. Se hai bisogno di me sono al bar”, disse lei al fratello.
“Sì, ho sentito. A dopo”.

“Allora… che succede?”.
Melissa non poteva aspettare oltre. Aveva pazientato sino a quando la cameriera non aveva portato le loro ordinazioni, per evitare di essere sentiti da orecchie indiscrete.
Khan, o meglio, Roberto, sorseggiò lentamente il succo che aveva ordinato, prima di rispondere.
“Niente di che… sto organizzando una festa in maschera per il mio compleanno e sono venuto a portarti l’invito di persona”.
“E io che mi era fatta chissà quale strano film mentale! Ma scusa, perché allora tirare fuori la scusa dell’incontro? Che male c’è ad invitarmi alla tua festa davanti a mio fratello?”.
“In realtà ti dovevo dire anche un’altra cosa, che non volevo lui sentisse”.
“Cioè?”.
“Alla festa ci sarà anche lui”. Sorrise maliziosamente mentre lo diceva; che Sasuke gli avesse rivelato il contenuto delle loro chiacchierate? No, non era possibile.
“Perché me lo stai dicendo?”.
“Perché non mi andava di sentire te che ti lamentavi perché non te l’avevo detto e poi volevo vedere la tua reazione alla notizia”.
“E sei soddisfatto della mia reazione?”, disse lei, fingendo indifferenza.
“Si, a giudicare da come sei arrossita quando te l’ho detto!”, rispose lui con un sorriso.
“Il tuo viso parla sempre troppo, ricordatelo”. Bevve un altro sorso, mentre guardava compiaciuto Melissa che cercava di riacquistare la calma.
“Allora… verrai?”.
“Ci devo pensare… quando sarà?”.
“Il prossimo sabato. Tieni, qui ci sono l’invito e le indicazioni per raggiungere il luogo della festa. È una casa in campagna”.
Prese i foglietti che lui le porgeva e li guardò con apparente attenzione: in realtà però non li vedeva affatto.
“Ti ringrazio…”, mormorò.
“Bene, io devo andare; ho altri inviti da consegnare. A sabato… sempre che tu decida di venire”.
Si salutarono appena usciti dal bar. Melissa guardò Roberto svanire dietro l’angolo, poi fissò nuovamente l’invito e la piccola mappa con le indicazioni stradali. Ciò che aveva sino ad allora immaginato, poteva divenire realtà. Ma era davvero quello che voleva? E chi le garantiva che una volta incontrato Sasuke non ne sarebbe rimasta delusa, o peggio, che non sarebbe accaduto il contrario? Era combattuta tra la paura e la curiosità dell’ignoto.
Ci pensò per tutto quel giorno e anche per quello seguente, ma senza riuscire a prendere una decisione definitiva. La forza per spezzare l’indugio le venne inaspettatamente da Davide.
Stava rimuginando ancora sulla faccenda, tenendo tra le mani un libro aperto, ma che non aveva alcuna voglia di leggere, quando arrivò un suo messaggio.
– Ho sentito gli ingranaggi del tuo cervello muoversi all’unisono… qualcosa che non va?
Come poteva sapere che era divisa da un piccolo dilemma? Quel ragazzo continuava a stupirla e lei non riusciva a capacitarsi di come ci riuscisse.
– Un giorno mi spiegherai come ci riesci.
– A fare che?
– A sapere sempre cosa sto provando esattamente nel momento in cui mi contatti.
– Ho dei poteri paranormali… scherzo… in realtà tiro molto ad indovinare, ma siccome per quello che ho capito di te sei una persona alquanto riflessiva, ti immagino spesso immersa in chissà quali elucubrazioni. Quindi avevo ragione? C’è qualcosa che ti preoccupa?
– Sì e no… più sì che no. C’è la forte probabilità che presto incontri una persona e la cosa mi spaventa un po’.
– Qualcuno che ti ha fatto soffrire, o per cui provi soggezione?
– In realtà qualcuno che ha la capacità di tirare fuori la parte più nascosta di me. Il problema è che proprio per questo motivo non ho idea di come potrei comportarmi in sua presenza. Non ti nascondo che mi faccio paura da sola.
– Addirittura? Deve trattarsi di un essere dai poteri più grandi dei miei, allora, per causarti tutto questo turbamento. Lo conosci da molto?
– Da un po’… in realtà non ci siamo mai incontrati prima ed è questa la cosa che mi crea più disagio. Sto pensando seriamente di evitare l’incontro.
– Invece secondo me dovresti andarci. Credo che questo tuo stato d’animo sia dettato più dall’effettiva non conoscenza di questa persona. Sbaglio o non sei stata tu a dirmi che per una volta al rimpianto preferivi il rimorso? Non vorrai cedere proprio ora?
– Hai ragione sai? Credo che alla fine tutte le mie fisime si risolveranno in una bolla di sapone… sì, devo vederlo. Ti ringrazio, non sai quanto questa decisione mi ha fatto penare…
– Dovresti saperlo che ho la capacità di risolvere i problemi degli altri, ma non i miei. Quando dovrebbe avvenire l’incontro?
– Sabato sera.
– Beh, allora ti faccio un grosso in bocca al lupo e naturalmente ti prego di tenermi aggiornato sulla faccenda. Son proprio curioso.
– Sarai la prima persona che chiamerò… ti posso chiamare?
– Perché no? Così finalmente sentirò il suono della tua voce…
– Non è niente di speciale, te lo assicuro.
– Questo lascialo giudicare a me… ora devo andare. Nei prossimi giorni sarò molto impegnato, per cui aspetto direttamente la tua telefonata domenica mattina. A presto.

Le parole di Davide avevano infuso un po’ di coraggio in Melissa, tanto che nei giorni seguenti si era convinta che avrebbe potuto affrontare la situazione e che forse alla fine avrebbe anche riso delle sue inutili preoccupazioni. Inoltre, sebbene sapesse per certo che Sasuke vi avrebbe partecipato, non era certa di incontrarlo, anche perché nessuno dei due sapeva che faccia avesse l’altro. La festa poi era in maschera, per cui bastava indossarne una e il rischio sarebbe diminuito ulteriormente. Rimaneva però l’incognita Roberto: si sarebbe limitato ad osservare in disparte o ci avrebbe messo del suo?
Continuava a pensarci, mentre cliccava nervosamente col mouse sull’icona che non voleva aprirsi. Ogni tanto succedeva che il laptop facesse le bizze. Stava cercando dei nuovi libri da proporre nel negozio, magari qualche autore emergente da ospitare per una presentazione; le capitava di organizzarne, periodicamente: era un modo per creare un evento e promuovere al tempo stesso la sua attività.
Era solita fare queste ricerche dal pc del negozio, ma quella sera non riusciva proprio a chiudere occhio. Era venerdì e ancora non aveva scelto un abito per la sera seguente; fatto che si sommava a tutti gli altri pensieri.
Stava maledicendo ancora una volta il dannato mouse, quando una finestra si aprì improvvisamente sullo schermo.
– Buonasera, mia adorata Kayura.
Era Sasuke. Dopo quasi una settimana di assenza si era materializzato dal nulla, come suo solito.
– Buona sera, principe delle tenebre. Qual buon vento ti riporta da me?
– Il vento dell’attesa… non ce l’ho fatta ad aspettare domani sera… perché tu ci sarai domani sera, vero?
Melissa attese qualche attimo prima di rispondere. Non voleva che lui pensasse che lei fosse a disagio per la situazione, anche perché per quello che ne poteva sapere lei si trattava solo del suo solito film mentale.
– Se parli della festa di Khan, sì, ci sarò. Ciò che non mi aspettavo era che ci fossi anche tu… quindi per tutto questo tempo abbiamo parlato senza neanche sapere di essere così vicini… pensa che potremmo esserci incontrati senza neanche saperlo.
– Già… Potresti essere la barista del mio locale preferito, o la commessa del negozio dove abitualmente compro i vestiti… oppure quella bella biondina che mi passa davanti tutti i giorni, mentre corre nel parco…
– Sì… e tu potresti essere il mio fornaio, o il postino, o il ragazzo del corriere che mi consegna sempre tanti pacchetti…
– E chi lo sa… domani sarà la resa dei conti… lo sai vero?
Cosa intendeva per “resa dei conti”?
– Dipende… se prima riuscirai a riconoscermi.
– A tal proposito… saresti così gentile da dirmi che costume indosserai… così la mia ricerca sarà più semplice.
– Veramente ancora non ho deciso e comunque ti informo che ho intenzione di celare il mio bel viso con una maschera per tutta la serata, per mantenere ancor più a lungo il mistero.
– E come potrò trovarti allora… neanche un segnale mi darai della tua presenza? Che ne so… un particolare a noi due soli noto… un fiore tra i capelli, per esempio…
Ecco, lo sapeva, stava succedendo di nuovo. Non riusciva a dirgli di no.
– E sia… porterò una margherita tra i capelli, così mi riconoscerai. Comunque, anche una volta che leverò la maschera, chi ti assicura che non continui ad impersonare un personaggio che in realtà non sono?
– Credo di conoscerti abbastanza per capire quando fingi e quando sei seria, per cui non dovrei avere problemi…
– Hai detto bene, credi… In realtà non sai praticamente nulla di me, come io del resto non ti conosco affatto. Indosso ogni giorno invisibili maschere che celano il mio io più profondo al mondo. Ne ho una per ogni occasione e per ogni persona. So essere esattamente come gli altri vogliono che sia. Perciò, mio caro, non puoi escludere che io non faccia lo stesso anche con te.
– Beh… questo fa parte del gioco, non trovi? Come te, io stesso tendo a nascondere la mia vera essenza. E poi ti toglierei il gusto della scoperta…
– Quale scoperta? Se da quando ci conosciamo non fai altro che glissare ogni volta che ti pongo una domanda personale? Dici sempre che parlare è noioso e poi cambi subito argomento, passando a quello che più ti è congeniale…
– Però non dirmi che ciò non ti intriga. Sono più che certo che la tua curiosità aumenta di giorno in giorno e ti assicuro che presto sarà premiata.
– Sì, dici così ma in realtà chi mi garantisce che domani sera non mi troverò davanti ad una perfetta fregatura?
– Senti… questa volta voglio essere serio. Ti assicuro che se ti ho portata a questo punto è perché io stesso, lo ammetto, sono rimasto seriamente coinvolto da te. Domani sarà decisiva non solo per te, ma anche per me. Come te brancolo nel buio e ho i tuoi stessi dubbi, solo riesco a viverli meglio, a quanto pare.
– Dici davvero?
– Te lo assicuro… e ricorda queste mie parole. Quando saremo l’uno di fronte all’altra tutto sarà improvvisamente più chiaro e sarà allora che…
– …Che?
– Che sarai completamente mia e ti condurrò nel luogo dove metterò in pratica tutte le cose che ti ho scritto in questi mesi…
– Lo sapevo che avresti detto qualcosa del genere, prima o poi…
– Che ci vuoi fare? Sono fatto così, forse… o forse no… Domani lo saprai… Ora devo andare, buonanotte.
– Buonanotte e a domani…

Maschere, quarta parte.

La luna era appena sorta dalle profondità marine e il suo cerchio perfetto si rifletteva sulla liscia superficie acquatica, dando l’impressione che un nuovo satellite gemello fosse stato creato da mani divine, per rendere il suo viaggio celeste meno solitario.
I grilli, nascosti qua e là, accompagnavano con il loro tenue frinire il canto roco delle rane, serenata del mondo animale allo spettacolo astrale.
Melissa, coricata nel letto ma vigile ormai da un paio d’ore, si godeva lo spettacolo, guardando fuori dalla porta finestra aperta. Non riusciva a dormire; il bruciore allo stomaco, che le rendeva il sonno inconcepibile, continuava ad aumentare. Neanche la camomilla, bevuta tutta d’un fiato prima di andare a dormire, l’aveva confortata.
Accanto a lei, sulla piazza vuota, il laptop da un lato ed il telefonino dall’altro, sembravano fissarla con insistenza, chiedendosi quando avrebbe fatto la sua mossa, che continuava a rimandare da quando era tornata a casa.
Ad un tratto fece per accendere il computer, ma poi parve ripensarci. Prese invece il telefono e iniziò a comporre convulsamente alcune parole. Cancellò e riscrisse più volte il suo pensiero, finché non fu distolta da quell’occupazione da un nuovo messaggio, appena giuntole.
– Correggimi se sbaglio, ma ho avuto come la sensazione che mi stessi chiamando… con la voce della mente, s’intende! O forse, data l’ora tarda, sei già tra le braccia di Morfeo? In questo caso, perdonerai la mia intrusione, almeno spero…
Melissa sorrise. Quando si dice telepatia… Davide l’aveva tolta dall’impaccio di come iniziare la conversazione e dal timore di svegliarlo, senza neanche saperlo.
– Non sbagli… un giorno poi mi spiegherai come hai fatto!
– Non so… certe facoltà sono innate ma se anche ci fosse il trucco, non te lo direi mai!
– Che fai… mi spii?
-Naaa, sto scherzando. Ho solo improvvisato e sperato, tutto qui. E mi è andata bene, aggiungerei. Allora… come mai ancora sveglia nonostante l’ora tarda?
A proposito… che ora era? Melissa guardò l’orologio: le due.
– Pensieri che continuano a tormentarmi e di cui non riesco a liberarmi… tu?
– Lo stesso… la notte è tremenda, perché ciò che ho cercato di ricacciare e tenere a distanza durante il giorno torna adesso presente più che mai e non mi da tregua. Sai di che parlo, no?
– Sì, lo so bene. Ogni tanto mi succede ancora, ma non è oggi il caso.
– Qualche nuovo amore all’orizzonte? O forse sono la famiglia o il lavoro a tenerti sveglia?
– Niente amore per me, non più, fino a che vivrò. Fa troppo male. Quanto alla famiglia e al lavoro, chi non ne è preoccupato? In realtà non so bene neanche io che ho, mentì. Invece lo sapeva bene, perché quel nome, Sasuke, lo aveva stampato davanti agli occhi anche ora.
– Capisco… uno di quei tanti momenti in cui ci si sente strani, come se ci mancasse qualcosa o se avessimo fatto qualche errore senza saperlo. La risposta è davanti a noi, ma non riusciamo ad afferrarla, perché non la vediamo o, semplicemente, non ne abbiamo il coraggio.
– Quanto è vero ciò che dici. Sembra che tu mi conosca da sempre.
– Ti dico solo quello che ultimamente mi capita spesso. Non so se sia dettato da questo momento particolare della mia vita, o se questa vena malinconica sia una nota del mio carattere che salta fuori solo ora; non ho neanche trent’anni, eppure in certi momenti mi sembra di averne cinquanta. Che tristezza!
Come lo capiva! Parlare con lui era come ritrovarsi davanti ad uno specchio. Si chiese se mai quell’immagine sarebbe cambiata o se sarebbe stata costretta a fissare una persona in cui non si riconosceva più, o forse non si era mia riconosciuta realmente, per tutta la vita.
-Ho preso una decisione, sai? Non scenderò nei particolari, ma sappi che credo che d’ora in avanti non mi preoccuperò di ciò che gli altri si aspettano da me o di ciò che potrebbe fare loro piacere. Da oggi farò solo ciò che mi rende felice e soddisfatta. Sono sicura che potrei commettere delle azioni di cui potrei pentirmi, ma sono stanca di vivere di rimpianti; per una volta ad essi preferisco il rimorso.
– Sembri alquanto risoluta. Mi chiedo quale percorso possa averti portato a compiere questa scelta importante, ma so già che non me lo dirai; non per ora, almeno.
– Infatti. Perdona la mia franchezza, ma non ti conosco abbastanza per metterti a parte di certi dettagli della mia vita.
Lo diceva perché lo pensava veramente o in realtà aveva paura che raccontandogli ciò che aveva in mente, lui si facesse un’opinione sbagliata su di lei? Eccola lì, la deformazione caratteriale che si riproponeva.
– Figurati, non mi fai alcun torto, tranquilla. Ora devo andare. Ci sentiamo quando ti va, ok? Buonanotte.
– A presto… Buonanotte.
Parte del peso che sino ad allora l’aveva oppressa si era dissolto come per magia. Sentì le palpebre farsi sempre più pesanti per la stanchezza, ma prima di abbandonarsi al tanto sospirato riposo chiuse le persiane, per ridurre la luce notturna che entrava nella stanza. Quindi si lasciò finalmente andare tra le lenzuola.

L’attesa era snervante. Per quanto cercasse di concentrarsi sulle fatture disposte alla rinfusa sulla scrivania, Melissa continuava, più spesso di quanto volesse, a buttare l’occhio verso il display del pc. Sperava in quell’incontro, aveva bisogno di dare voce a quei pensieri che continuavano a tormentarla. Lasciò andare svogliatamente la matita sulle scartoffie, mentre stiracchiava le membra intorpidite.
– Guarda un po’ chi c’è…
La scritta era apparsa come per magia davanti ai suoi occhi. Era lui. E ora, che fare? Tutto il programma che aveva studiato punto per punto era svanito magicamente, solo a sentire la sua presenza dall’altra parte della rete.
– Ciao… è un po’ che non ci si sente. Che fine avevi fatto?, si limitò a scrivere.
– Impegni vari mi hanno tenuto lontano per qualche giorno.
– Capisco… Ti devo chiedere scusa, per come sono andata via l’ultima volta. Ho avuto un imprevisto e ho dovuto staccare…
– E io che pensavo ti fossi scandalizzata per i nostri discorsi…
Melissa decise per il momento di lasciare perdere l’allusione. Voleva prima vedere se stavolta lui si sarebbe aperto, lasciandole capire le sue vere intenzioni.
– Sai… ti stavo pensando proprio ora. A dire il vero in questi ultimi giorni ti ho pensato molto.
– Davvero?
– Sì. Devo ammettere che sono alquanto confusa dal tuo comportamento. Non riesco a capire se ti comporti così con me per scherzo, oppure seriamente.
– Entrambe le cose.
Più sibillino di così non sarebbe potuto essere.
– Ecco, appunto. Con questa risposta mi rendi le cose ancora più difficili. Non so proprio come prenderti. C’è un’altra cosa che mi tormenta e la colpa è di Khan.
– Perché, che ha detto Khan?
– Mi ha detto una cosa su di te di cui non ero a conoscenza, che per me cambia molte cose.
– Cioè?
– Ho scoperto che non siamo lontani come avevo creduto sinora e il pensiero che un incontro con te sia molto probabile mi fa sentire un po’ a disagio. Direi che mi imbarazza alquanto, perché non so come reagirei nel vederti, dopo le cose che ci siamo detti sinora.
– Cara, non devi preoccuparti, io sono un tipo tranquillo. Non ti farei mai del male.
– Sì, mi ha detto anche questo. Tuttavia, so già che se dovessi incontrarti arrossirei come un peperone e non riuscirei neanche sostenere il tuo sguardo, perché nella vita reale non mi comporto così.
– Di questo non devi preoccuparti… quando ci vedremo sarà in una stanza buia e non potrò vedere il rossore sul tuo viso… e poi sarò concentrato a fare dell’altro, tipo osservare mentre ti spogli nella penombra…
Eccolo che ricominciava. Che fare? Riportare la conversazione a toni più mansueti o continuare su quel binario? La decisione fu sin troppo semplice.
– Ecco… e poi non dovrei arrossire! Comunque non trovo giusto che tu sia sempre così brutale con me; per una volta potresti anche essere più romantico… potresti togliermi tu i vestiti, non trovi?
Lui naturalmente colse la palla al balzo, descrivendo nei minimi dettagli cosa le avrebbe volentieri sfilato e come. Melissa iniziò a vivere la scena come se stesse accadendo realmente: si vedeva, immersa nella penombra di una camera a lei sconosciuta, cinta dal suo forte abbraccio, spogliata delicatamente della camicia e del reggiseno, mentre le dita di lui percorrevano lentamente ogni centimetro della sua schiena, provocandole brividi di piacere. Riusciva quasi a sentire il suo respiro, vicino al suo collo, mentre con le labbra ne percorreva lentamente il profilo.
Accidenti, se sapeva essere dannatamente realista nelle descrizioni! Si scoprì a sudare freddo e a desiderare che non fossero solo parole eteree, ma fatti.
– Così va bene?, chiese lui ad un tratto.
– Non potevi essere più chiaro, rispose lei a fatica, per le mani che ancora le tremavano.
– Beh, direi allora che è il tuo turno…
Mi sta sfidando?, si chiese lei, mentre con un profondo respiro riacquistava il controllo e si predisponeva ad un’adeguata replica, chiedendosi cosa avrebbe fatto in un simile frangente. Oh, lo sapeva molto bene! E di getto lo scrisse. Non sarebbe stata lì con le mani in mano, gli avrebbe fatto provare gli stessi fremiti che ora la scuotevano e l’avrebbe spinto oltre il punto che non avevano mai oltrepassato; ormai aveva deciso.
Descrisse minuziosamente ogni gesto, appositamente studiato, con cui lo liberava dei vestiti e con cui poi indugiava sul suo corpo, fermandosi quando quasi aveva raggiunto il limite.
“Vediamo ora che fai, se ti spingi dove finora hai indugiato”, mormorò.
Ciò che apparve pochi istanti dopo sullo schermo le procurò una forte vampata al viso, che lei non seppe spiegarsi se di imbarazzo, di piacere, o un misto di entrambe le cose.
Aveva letto bene? Ripercorse le poche righe più volte; no, non c’era alcuna possibilità di fraintendimento stavolta. Sasuke aveva iniziato l’affondo finale, scrivendo senza alcun fronzolo la nuda realtà: cosa le avrebbe fatto se fosse stata in sua balìa.
Era questo che volevi?, le scrisse subito dopo, quasi le stesse dando la colpa della sua sfacciataggine.
Aspetta un attimo…, rispose lei, guardando l’orologio e cercando di ricomporsi per riuscire a sostenere la conversazione.
Era tardi; tra pochi minuti Matteo avrebbe varcato la soglia del negozio e lei avrebbe dovuto interrompere la discussione, di nuovo.
Mi dispiace, ma ora evo andare… si è fatto tardi.
– Sicura sia questo… o non dipende da ciò che ti ho detto?
– No, figurati… Il lavoro mi chiama. Alla prossima.
– Alla prossima allora.

Melodien.

Il lieve tocco della tua mano,
simile ad un alito di vento caldo,
sfiora la mia pelle, che vibra
tesa come una sottile corda,
pronta ad emettere la nota per cui
mani sapienti l’hanno accordata.
Mentre il mio corpo, cassa di risonanza
delle emozioni del mio cuore,
attende di amplificare il dolce accordo
che produci attraverso me,
mi chiedo come tu solo possa
suonare una simile melodia,
produrre questi effetti
armonici eppure devastanti,
che mi portano al limite estremo della felicità
ed allo stesso tempo mi prostrano
totalmente.
Giaccio tra le tue braccia,
il mio cuore impazzito,
e cerco con le labbra il tuo respiro,
affinché tu possa donarmelo e rianimare il mio spirito,
ancora perso tra i languidi veli di Eros.
Sfiora ancora le mie mani,
riportami alla realtà,
perché essa è più bella
del più bel sogno che la mia mente
abbia mai osato creare.
…Et amo…

Maschere, terza parte.

Il telefono squillò mentre finiva di asciugare i capelli.

“Ma dove sei finita? Non avrai dimenticato che giorno è oggi…”, disse concitata Paola, la sua migliore amica. Si conoscevano dai tempi del liceo ed erano ancora molto unite.

“Perché? Che giorno è?”.

“Sveglia bambina… Oggi è sabato, sai che significa, no?”.

“Già sabato? Oh cavolo; giusto il tempo di cambiarmi e sono da te!”.

Il sabato era il giorno dedicato all’uscita con le amiche. Melissa non aveva molta voglia di incontrarle, a dire il vero; tuttavia sapeva che, se non fosse uscita, le ragazze sarebbero state capaci di piombarle in casa. Perciò, volente o nolente, doveva raggiungerle.

Si preparò a sorbirsi una nuova serata all’insegna del pettegolezzo e delle lamentele, che puntualmente erano riproposti, come il principale argomento di conversazione: gli uomini. Melissa ne era stanca.

Si fece coraggio e affrontò per l’ennesima volta l’orda di pazze, che naturalmente non delusero le sue aspettative. Solo che, stavolta, la serata fu molto più leggera di quanto avesse pensato; eppure il tono delle loro chiacchiere era sempre il medesimo. In realtà Melissa si limitò ad annuire e sorridere a tutto ciò che dicevano, mentre la sua mente era impegnata su altri due fronti, più importanti. Alla fine si risolse a scacciare qualsiasi pensiero e a liberare lo spirito, forse anche per i due o tre cocktail che aveva bevuto. Non era abituata a bere ed i postumi, che si ripercossero per tutto il giorno seguente, lo confermarono ancora una volta.

Si riprese quasi completamente solo il lunedì mattina, quando fu di nuovo operativa, anche se un leggero cerchio continuava ad incomberle sulla testa.

“Ti sei data ai bagordi!”, esclamò Matteo nel vederla.

“Mi si legge tanto chiaramente in viso?”.

“Beh… le tue occhiaie parlano per te”.

Strano, non pensava di essere così mal ridotta.

“Dai, ti sto prendendo in giro!”.

“Spiritoso… tu che hai fatto sabato?”.

“Il solito”.

Con il solito Matteo intendeva un vero e proprio tour de force per i locali della città, discoteca sino all’alba e poi direttamente in spiaggia, dove era rimasto sino a sera. A vederlo, sembrava che invece avesse trascorso il weekend nel luogo più rilassante del pianeta.

“Mi fai schifo”, disse Melissa con un mezzo sorriso.

Matteo rise compiaciuto. La loro conversazione fu interrotta dall’arrivo di alcuni clienti. Il via vai continuò per tutta la mattina, sino alla chiusura.

“Bene, io vado a mangiare”; disse ad un certo punto Matteo, guardando l’orologio.

“È già ora?”. Melissa era immersa nella compilazione di un ordine già da un pezzo.

“Sì. A più tardi. Ti trovo qui?”.

“Come sempre”, disse lei.

Attese che la serratura scattasse, poi controllò il telefono. Nessun messaggio, nonostante Davide le avesse promesso che si sarebbero sentiti presto. Non voleva dargli l’impressione di pendere dalle sue labbra, perciò non lo aveva contattato. Anche la chat non dava segno della presenza di Sasuke.

Incontrò invece un altro amico, Khan, che lei e Sasuke avevano in comune. Con apparente noncuranza chiese a costui sue notizie.

– Sasuke? No, non lo sento da tre giorni. Sarà impegnato come sempre a fare nuove conquiste.

– Tu che lo conosci da più tempo di me… ma è proprio così?

– Così come? Un dongiovanni? No, non proprio. In genere non cerca di proposito le donne; sono loro che semplicemente sono attirate da lui come le mosche dallo zucchero. Lui si limita a far credere loro di averlo in pugno e poi le scarica. In realtà credo lo faccia per noia. Non l’ho mai visto veramente interessato ad una donna, a parte una volta, se non per brevi storie di effimera importanza.

– Mmm… non mi stai descrivendo un quadro molto gratificante. Ripensò a come si era comportato con lei: chi aveva fatto il primo passo in realtà tra loro due? Era stato lui o invece si era comportato in modo tale che fosse lei a spingerlo ad agire?

– Va beh… credo che tanto non avrò mai l’occasione di incontralo, per cui non subirò il suo fascino. Lo diceva sul serio, o forse sperava il contrario e magari di uscirne vincitrice? Ma cosa andava a pensare?

– Tu credi?, disse Khan.

Quelle parole insinuarono il dubbio nella mente della ragazza.

– Cioè?, si limitò a chiedere.

– Ma come… parli con lui da mesi e non sai neanche che sta a pochi chilometri da te!

Il sangue le si gelò nelle vene.

– Veramente no… non ci siamo mai detti dove abitiamo, come invece ho fatto con te.

Con Khan il rapporto era del tutto diverso. Melissa sapeva molte cose di lui e viceversa. I due abitavano nella stessa città e si erano anche incontrati più volte, trasformando la conoscenza virtuale in un’amicizia reale. Durante tutte le loro conversazioni, però, stranamente non avevano mai affrontato questo argomento e ora lei se ne pentiva. Se solo avesse saputo prima questa cosa, probabilmente non avrebbe mai detto ciò di cui ora si pentiva amaramente. Le complicazioni che non aveva mai voluto si stavano verificando proprio in quel momento.

– Allora sappi che abita poco lontano da casa mia. Per questo lo conosco abbastanza bene. Non l’avevi mai capito?

– No, veramente pensavo vi foste visti qualche volta per qualche rimpatriata tra amici di chat, ma non pensavo davvero che lui potesse essere così vicino.

– Spiegami una cosa: come mai tutta preoccupazione nei suoi confronti? Non dirmi che l’ha fatto anche con te!

– Fatto cosa?

– Ti ha circuito con il suo fascino e ti ha intrappolato nelle sue trame…

– No, mentì lei. Il ricordo delle frasi infuocate che si erano scambiati fu di nuovo presente, come se fosse appena successo. E ora che faccio? Se dovessi incontrarlo sono certa di non riuscire neanche a sostenere il suo sguardo, pensò.

– Cioè sì… Nel senso che ha tentato, ma gli ho tenuto testa. Come no?

– La cosa si prospetta divertente… chissà che uno di questi giorni non mi venga in mente di farti una piccola sorpresa!”.

– Quando parli in questo modo sei più inquietante di lui. Spiegati meglio.

– Mah… pensavo che sarebbe stato carino combinarvi un incontro. Se ciò che dici è vero sarebbe interessante vedere per una volta le aspirazioni del nostro giovanotto disattese.

– Per il momento io passo, grazie. Non ho alcun interesse ad incontrare nessun esponente del genere maschile, specialmente uno come lui.

Rilesse ciò che aveva appena scritto: quanto le suonava falso! Meno male che Khan non poteva vedere l’espressione del suo viso, perché sarebbe stata immediatamente smentita.

– Va bene, come preferisci. Ma ricorda che il destino può fare la sua parte quando meno te lo aspetti…

– Lo terrò a mente.

Ognuno ha un lato oscuro, che cerca di tenere celato nel profondo e di dominare quando questo scalpita per emergere. La maggior parte delle volte si riesce a soffocarlo e si continua la vita di ogni giorno con la vana convinzione che sia stato definitivamente piegato. Purtroppo non è così: il lato oscuro è paziente, aspetta il momento opportuno, quando le difese si abbassano, anche per un solo istante; solo allora torna alla carica, sferrando il suo poderoso attacco e talvolta riesce a prevalere. Allora si agisce come se si fosse vittima di chissà quale maleficio, si compiono azioni altrimenti impensabili e le si vivono come se si fosse degli spettatori esterni, come se qualcun altro avesse preso il controllo del corpo che sino a pochi minuti prima si padroneggiava perfettamente. La voce della coscienza tace, o è talmente flebile che non può essere sentita; solo quando tutto si conclude riacquista forza e allora è troppo tardi per tornare indietro; restano solo i rimorsi per ciò che si è compiuto e si piange sul latte che non si è riusciti a non versare.

Melissa non capiva se aveva già oltrepassato il punto di non ritorno, oppure se era ancora in tempo per fermarsi. Cosa la spaventava maggiormente? L’aver dato sfogo a degli istinti repressi, o l’impressione che aveva potuto dare al suo interlocutore? Sapeva che nella vita reale non era così, come si era mostrata a Sasuke. Tuttavia non poteva fare a meno di rivivere quelle frasi nella sua mente; era come ossessionata.

Forse Khan aveva ragione… forse l’unico modo per tagliare la testa al toro era incontrare davvero quella persona.

“No!”, disse categoricamente, mentre ansimava per lo sforzo cui si stava sottoponendo. Continuava a correre come una forsennata, incurante del ritmo sostenuto e del fiato, che si stava facendo ad ogni falcata più corto. Alla fine dovette desistere. I polmoni reclamavano ossigeno e lo stesso valeva per i muscoli delle gambe, ormai allo stremo e sull’orlo del crampo.

Cosa avrebbe potuto ridarle la serenità mentale che tanto ora agognava? Doveva parlarne con qualcuno, ma nessuno poteva capire cosa stesse affrontando. Certo non poteva dirlo alle amiche; il loro poco obiettivo parere sarebbe stato di lasciarsi andare, almeno per una volta nella vita; ma Melissa non era fatta così: non riusciva a intrattenere relazioni effimere.

Meno che mai poteva parlarne con Matteo: l’argomento tra i due era tabù.

Restava una sola persona e il fatto che questa fosse per lei praticamente un’estranea stavolta poteva in parte giocare a suo favore.

Si sedette sullo scoglio prediletto, mentre la leggera brezza serale le accarezzava il viso, dandole un leggero sollievo. Era sul punto di mettere in pratica la risoluzione appena decisa, ma qualcosa la fece desistere. Cosa avrebbe potuto pensare Davide di lei, se lo avesse messo al corrente di questa sua devianza, se così si poteva definire? No, meglio lasciare stare.

Avrebbe continuato ad agire come aveva sempre fatto, indossando una maschera apposita per la situazione. Già, una maschera era proprio ciò che faceva al caso suo, solo che un quesito si faceva sempre più pressante: era sicura di indossarla quando parlava con Sasuke? O forse era quello il suo vero io, mentre con tutti gli altri aveva sempre finto di essere qualcuno che non era, solo per dare una parvenza di serietà e moderazione? E perché sino ad ora non si era mai posta il problema? Perché solo ora, che lui la stava trascinando in quel torbido baratro di passione, seppur virtuale, i nodi stavano venendo al pettine? Era solo un modo per dare sfogo alla propria vena autolesionista, o invece stava realmente assaporando quelle nuove sensazioni che il gioco con lui le procuravano? E se era davvero così, perché allora percepiva come un blocco, che le impediva di andare oltre? Chi aveva paura di deludere: forse la sua famiglia, che l’aveva sempre vista come la classica persona con i piedi ben piantati per terra, o forse gli amici, per cui era sempre stata un punto di riferimento, una roccia cui appigliarsi nei momenti di debolezza?

Sorrise amaramente; sapeva nel profondo di averli illusi, solo per il timore di scontentarli, tutti quanti. Aveva sempre soffocato i suoi desideri, il suo vero modo d’essere, per timore di non essere accettata per quello che era in realtà, troppo preoccupata ad essere la figlia, la sorella, l’amica, la fidanzata perfetta, piuttosto che essere semplicemente se stessa.

Probabilmente, se non avesse trovato questa valvola di sfogo, avrebbe continuato a recitare la sua parte stancamente, sino all’inevitabile punto di rottura. Ecco, alla fine era giunta a darsi quella risposta che aveva tanto temuto: ora sapeva cosa fare e lo avrebbe fatto sino in fondo.