Maschere, ultima parte.

Quando riaprì gli occhi, il letto era vuoto. Dall’ampia finestra, schermata dalle persiane, filtravano i raggi del sole. Un vago ricordo della notte appena trascorsa la rese improvvisamente vigile. Il gioco si era ripetuto altre volte, dopo la prima, ed era stato sempre più intrigante e caliente. Nelle pause, tra un round e l’altro, entrambi si erano abbandonati ad un sonno leggero, sino all’ultima volta, quando infine erano definitivamente crollati.
Si guardò intorno ancora una volta, sentendosi abbandonata per l’assenza di Sasuke, ma cambiò opinione, quando sentì lo scroscio dell’acqua corrente nel bagno, di cui la camera era dotata. Lui stava facendo la doccia; non se n’era andato, come lei aveva in un primo momento erroneamente immaginato. Che fosse un segnale positivo?
Era così felice, per aver dato retta al suo istinto, che sentiva il bisogno di parlarne con qualcuno. Dopotutto era già domenica mattina e Davide probabilmente stava aspettando la sua chiamata. Certo, non sarebbe scesa nei particolari, ma avrebbe sentito finalmente una voce che reputava ormai amica. Voleva gridargli che tutto si poteva superare, che la sofferenza alla fine sarebbe cessata e la vita sarebbe potuta ricominciare.
Si alzò titubante, il lenzuolo suo unico vestito, e cercò il kimono. Lo trovò vicino al letto. Il telefono era in una piccola tasca interna, studiata appositamente. Lo accese, cercò il numero e fece partire la chiamata. Lo squillo dall’altra parte la fece ben sperare. Davide aveva il telefono acceso.
Contemporaneamente, però, sentì un suono, venire dagli indumenti di Sasuke, ai piedi del letto. Incuriosita si avvicinò, mentre aspettava la risposta dell’amico. Rovistò tra gli abiti e alla fine trovò quello che cercava: anche il telefono di Sasuke stava squillando. Accadde tutto nello stesso istante: lui che usciva dal bagno, avvolto solo in un corto asciugamano bianco; lei che leggeva sul display del telefono il nome Mel, mentre con l’altra mano continuava a tenere il suo cellulare, nella vana attesa di una risposta.
I loro sguardi si incrociarono e mentre si vedevano chiaramente per la prima volta, nella luce del mattino, lei realizzò… Sasuke e Davide erano la stessa persona!
Incredula, continuava a guardare ora il telefono del ragazzo, ora il suo bel viso; solo adesso, che la luce era sufficiente e che il trucco era stato lavato dalla doccia, poteva distinguerne perfettamente i tratti, allo stesso tempo belli e decisi; e gli occhi, quegli occhi, che l’avevano sondata nel profondo, verdi come la giada.
Ma questo non aveva più importanza… Ciò che invece contava era che due persone, fino a quel momento ritenute l’una l’opposto dell’altra e capaci di suscitare in lei emozioni tanto distanti tra loro, si erano rivelate un unico uomo. Improvvisamente un dubbio attraversò la mente della ragazza: possibile che entrambi fossero all’oscuro della singolare situazione venuta a crearsi, o invece, cosa più probabile, faceva tutto parte sin dall’inizio di un subdolo piano, da lui ordito, per ottenere come unico scopo di sedurla?
A pensarci bene la spiegazione non poteva essere che quella. Ora che ci faceva caso, li aveva sentiti sempre in momenti differenti ed alla fine era stato Davide ad indurla ad accettare l’invito alla festa. Che stupida era stata! Si era fatta turlupinare come una principiante. E in che modo Davide aveva ottenuto il suo numero di telefono? Possibile che Roberto, l’unica conoscenza che avevano in comune, fosse stato suo complice? No, questo non riusciva a crederlo.
Chiuse la chiamata, ormai inutile. Abbassò lo sguardo, non perché non avesse il coraggio di sostenere quello di lui, ma perché non voleva che lui vi leggesse lo sgomento e la rabbia per ciò che aveva capito di avere subito. Colta da un moto d’orgoglio riprese la veste e l’indossò, con finta calma.
“Aspetta… lasciami spiegare… non è come credi!”.
Ma lei non rispose. Quelle parole non avevano fatto altro che confermare il suo sospetto: lui sapeva! Finì di vestirsi e fece per raggiungere la porta. Voleva solo andare via di lì al più presto, prendere la macchina e tornare a casa, a lavare di dosso l’umiliazione che la soffocava e leccarsi le ferite, che ancora una volta la laceravano nel profondo. Davide, però, non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare. Si frappose tra lei e la porta, nel tentativo di bloccarla, ma lei era decisa quanto lui nei propositi.
“Non andare… ti prego”, le disse, trattenendola per un braccio.
Ancora lei tacque. Lo guardò soltanto, per un breve istante, e allora lui desistette: lo convinsero le lacrime, che lei aveva invano trattenuto, e che ora sgorgavano copiose. Lacrime amare. Cosa aveva fatto? Lasciò la presa, conscio per la prima volta di quanto quello che aveva voluto essere solo un gioco fosse diventato pura crudeltà.
Melissa abbandonò la camera in silenzio e raggiunse l’auto senza mai voltarsi.
Mai più rimpianti… Meglio un rimorso. A volte, tuttavia, un rimorso può fare male più di mille rimpianti.

“Ero sicuro di trovarti qui… Roberto dice che è il tuo posto preferito”.
Melissa sobbalzò, all’udire quelle parole; ma non si voltò. Continuò invece a guardare il mare, solcato in lontananza da alcune imbarcazioni, tutte illuminate a festa.
“Perché sei qui? Cosa vuoi ancora? Eppure credevo di essere stata chiara, non rispondendo alle tue telefonate e ai tuoi messaggi. Ti ho persino cancellato dai contatti sul web…”.
“È dunque questo che desideri? Cancellarmi dalla tua vita?”. Il tono di Davide lasciava trasparire quanto in realtà fosse teso.
“Dimmelo tu… come ti comporteresti se fossi nella mia situazione? Se una persona di cui ti fidavi ti avesse umiliato e fatto sentire uno stupido? Hai ottenuto quello che volevi e lo hai fatto usando l’inganno”.
Davide abbassò lo sguardo; come poteva darle torto? Come poteva anche solo sperare che lei lo perdonasse? Perché mai avrebbe dovuto ascoltare le sue giustificazioni? Era andato tutto nel modo sbagliato e soltanto perché lui aveva voluto a tutti i costi approfondire la sua conoscenza; lei lo aveva stregato molto più di quanto potesse immaginare e non aveva saputo resisterle. Era riuscito a procurarsi il suo numero di telefono con uno stratagemma e l’aveva contattata, facendo leva sulla storia del cuore infranto, che poi una storia non era.
Tutte le azioni che aveva compiuto erano state realmente dettate dal bisogno di superare quella vicenda che lo aveva distrutto. Il limbo in cui era finito e in cui si era crogiolato ora non gli andava più, perché quella ragazza, che ora gli dava le spalle, era riuscita a fargli tornare la voglia di ricominciare a provare dei sentimenti.
Ma aveva rovinato tutto, con il tentativo di scoprire in quel modo subdolo cosa ci fosse oltre le apparenze della chat. Forse avrebbe fatto meglio a soddisfare la curiosità di entrambi, rispondendo alle domande che lei gli aveva posto, ma non ci era riuscito, perché aveva avuto una dannata paura di fidarsi di lei. Era tutta colpa della sua diffidenza.
Quel maledetto giorno aveva deciso di rivelarle tutto, ma l’aver dimenticato il telefono acceso aveva sconvolto i suoi piani. E ora era troppo tardi.
L’aveva perduta, ancor prima di averla conquistata. O forse l’aveva posseduta, ma solo per il fugace attimo rappresentato dalla notte trascorsa insieme.
No, non doveva desistere, doveva lottare. Sentiva che ne valeva la pena, doveva lottare.
“Non mi muoverò di qui, sinché non avrò finito di dirti quello che devo”, disse risoluto.
“Bene”, rispose lei.
“Allora parla e poi sparisci”. Il suo tono era freddo e tagliente.
“Guardami per favore”, replicò lui, afferrandole le braccia a girandola con decisione.
Ora erano di nuovo faccia a faccia, dopo più di un mese. Sebbene Melissa cercasse di mostrare indifferenza, il suo viso parlava per lei, mostrando il suo dolore.
Davide respirò profondamente, prima di parlare ancora.
“Lo so che tutto è contro di me, ma devi credermi. Non era mia attenzione prendermi gioco di te. Sì, lo ammetto, mi sono procurato il tuo numero con l’inganno. Un giorno Roberto si è lasciato sfuggire il tuo vero nome, senza accorgersene, e alla prima occasione ne ho approfittato per prendere il tuo numero dal suo cellulare. Lo so che ho sbagliato e che se avessi voluto sapere di più di te avrei dovuto semplicemente chiedertelo in chat, ma questo mi avrebbe costretto a scoprirmi con te e ancora non volevo; non ero pronto. Le cose che ti ho detto per sms erano tutte vere e il mio modo di agire in chat era una maschera, come ben avevi intuito, per evitare di lasciare che gli altri scoprissero come ero realmente. Prima di conoscerti non avrei mai pensato che una donna avrebbe potuto attirare la mia attenzione di nuovo; non ne volevo sapere. Volevo soltanto andare avanti per la mia strada e divertirmi, lasciare i rapporti sul superficiale e finirli dopo aver preso ciò che mi interessava.
Ma tu… tu hai avuto la capacità di risvegliare il mio interesse sopito. All’inizio ero solo curioso di vedere di cosa saresti stata capace, ma poi sei diventata come una dolce ossessione e non sai quanto mi è costato trattenermi dal contattarti ogni giorno. Non volevo che pensassi fossi troppo assillante. Alla fine non ho resistito; dovevo sapere a tutti i costi se eri realmente così come ti dipingevi o se sotto c’era dell’altro. Per questo ti ho mandato il primo sms. Non avrei mai pensato che parlare con te in questo modo, anche se per poco tempo, mi spingesse a desiderare così tanto di fare la tua conoscenza. Dovevo vederti, per capire se anche tu sentivi le stesse cose che io provavo per te e quando ti ho vista, alla festa, ne sono stato certo. Non puoi mentirmi, lo leggo anche adesso nei tuoi occhi, che nonostante tutto desideri riprendere da dove abbiamo lasciato. Ti prego, permettimi di far parte della tua vita, non lasciare che un equivoco rovini tutto ciò che potrebbe essere tra noi”.
Tacque, in attesa di una sua replica. Melissa, però, non parlava. Non sapeva che dire; era combattuta tra il credergli e il voltargli definitivamente le spalle.
“Mi dispiace”, disse infine. Solo questo riuscì a pronunciare, perché Davide non la lasciò proseguire.
“Ti lascerò andare solo se il tuo corpo confermerà le tue parole”, le sussurrò, prima di stringerla a sé e baciarla.
Lei era rigida; lottava per non soccombere, ma alla fine desistette. Abbandonò ogni velleità di resistenza e rispose al bacio con eguale passione.
“Non… non posso”, disse alla fine, dopo essersi staccata da lui.
“Perché non puoi? Di cosa hai paura?”.
“Di te… Chi mi dice che alla prima occasione non ti defilerai?”.
“Guardami negli occhi e dimmi se vi leggi qualche incertezza. Non sono mai stato così sicuro di ciò che voglio, come lo sono ora. Tu mi appartieni da quella notte, se non da prima… dal nostro primo incontro virtuale. E mi apparterrai ancora per un tempo infinito… devi solo dire di sì”.
Melissa percepì la risolutezza che lo permeava. Forse aveva finalmente trovato la roccia che aveva cercato per tutto quel tempo, quell’appiglio che l’avrebbe sostenuta quando si sarebbe trovata in difficoltà e che l’avrebbe protetta.
“Sì…”, mormorò, con gli occhi lucidi.

Due ombre, allungate dai raggi radenti del tramonto, si fusero nell’abbraccio da tempo agognato, uniche presenze sulla sabbia dorata, lambita dai flutti della sera. E lì rimasero, sinché il grande disco dorato non raggiunse le profondità del mare, lasciando spazio alla candida luna, etereo sfondo per tutti gli amanti.
Nessun rimpianto stavolta, nessun rimorso…

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