Maschere, quarta parte.

La luna era appena sorta dalle profondità marine e il suo cerchio perfetto si rifletteva sulla liscia superficie acquatica, dando l’impressione che un nuovo satellite gemello fosse stato creato da mani divine, per rendere il suo viaggio celeste meno solitario.
I grilli, nascosti qua e là, accompagnavano con il loro tenue frinire il canto roco delle rane, serenata del mondo animale allo spettacolo astrale.
Melissa, coricata nel letto ma vigile ormai da un paio d’ore, si godeva lo spettacolo, guardando fuori dalla porta finestra aperta. Non riusciva a dormire; il bruciore allo stomaco, che le rendeva il sonno inconcepibile, continuava ad aumentare. Neanche la camomilla, bevuta tutta d’un fiato prima di andare a dormire, l’aveva confortata.
Accanto a lei, sulla piazza vuota, il laptop da un lato ed il telefonino dall’altro, sembravano fissarla con insistenza, chiedendosi quando avrebbe fatto la sua mossa, che continuava a rimandare da quando era tornata a casa.
Ad un tratto fece per accendere il computer, ma poi parve ripensarci. Prese invece il telefono e iniziò a comporre convulsamente alcune parole. Cancellò e riscrisse più volte il suo pensiero, finché non fu distolta da quell’occupazione da un nuovo messaggio, appena giuntole.
– Correggimi se sbaglio, ma ho avuto come la sensazione che mi stessi chiamando… con la voce della mente, s’intende! O forse, data l’ora tarda, sei già tra le braccia di Morfeo? In questo caso, perdonerai la mia intrusione, almeno spero…
Melissa sorrise. Quando si dice telepatia… Davide l’aveva tolta dall’impaccio di come iniziare la conversazione e dal timore di svegliarlo, senza neanche saperlo.
– Non sbagli… un giorno poi mi spiegherai come hai fatto!
– Non so… certe facoltà sono innate ma se anche ci fosse il trucco, non te lo direi mai!
– Che fai… mi spii?
-Naaa, sto scherzando. Ho solo improvvisato e sperato, tutto qui. E mi è andata bene, aggiungerei. Allora… come mai ancora sveglia nonostante l’ora tarda?
A proposito… che ora era? Melissa guardò l’orologio: le due.
– Pensieri che continuano a tormentarmi e di cui non riesco a liberarmi… tu?
– Lo stesso… la notte è tremenda, perché ciò che ho cercato di ricacciare e tenere a distanza durante il giorno torna adesso presente più che mai e non mi da tregua. Sai di che parlo, no?
– Sì, lo so bene. Ogni tanto mi succede ancora, ma non è oggi il caso.
– Qualche nuovo amore all’orizzonte? O forse sono la famiglia o il lavoro a tenerti sveglia?
– Niente amore per me, non più, fino a che vivrò. Fa troppo male. Quanto alla famiglia e al lavoro, chi non ne è preoccupato? In realtà non so bene neanche io che ho, mentì. Invece lo sapeva bene, perché quel nome, Sasuke, lo aveva stampato davanti agli occhi anche ora.
– Capisco… uno di quei tanti momenti in cui ci si sente strani, come se ci mancasse qualcosa o se avessimo fatto qualche errore senza saperlo. La risposta è davanti a noi, ma non riusciamo ad afferrarla, perché non la vediamo o, semplicemente, non ne abbiamo il coraggio.
– Quanto è vero ciò che dici. Sembra che tu mi conosca da sempre.
– Ti dico solo quello che ultimamente mi capita spesso. Non so se sia dettato da questo momento particolare della mia vita, o se questa vena malinconica sia una nota del mio carattere che salta fuori solo ora; non ho neanche trent’anni, eppure in certi momenti mi sembra di averne cinquanta. Che tristezza!
Come lo capiva! Parlare con lui era come ritrovarsi davanti ad uno specchio. Si chiese se mai quell’immagine sarebbe cambiata o se sarebbe stata costretta a fissare una persona in cui non si riconosceva più, o forse non si era mia riconosciuta realmente, per tutta la vita.
-Ho preso una decisione, sai? Non scenderò nei particolari, ma sappi che credo che d’ora in avanti non mi preoccuperò di ciò che gli altri si aspettano da me o di ciò che potrebbe fare loro piacere. Da oggi farò solo ciò che mi rende felice e soddisfatta. Sono sicura che potrei commettere delle azioni di cui potrei pentirmi, ma sono stanca di vivere di rimpianti; per una volta ad essi preferisco il rimorso.
– Sembri alquanto risoluta. Mi chiedo quale percorso possa averti portato a compiere questa scelta importante, ma so già che non me lo dirai; non per ora, almeno.
– Infatti. Perdona la mia franchezza, ma non ti conosco abbastanza per metterti a parte di certi dettagli della mia vita.
Lo diceva perché lo pensava veramente o in realtà aveva paura che raccontandogli ciò che aveva in mente, lui si facesse un’opinione sbagliata su di lei? Eccola lì, la deformazione caratteriale che si riproponeva.
– Figurati, non mi fai alcun torto, tranquilla. Ora devo andare. Ci sentiamo quando ti va, ok? Buonanotte.
– A presto… Buonanotte.
Parte del peso che sino ad allora l’aveva oppressa si era dissolto come per magia. Sentì le palpebre farsi sempre più pesanti per la stanchezza, ma prima di abbandonarsi al tanto sospirato riposo chiuse le persiane, per ridurre la luce notturna che entrava nella stanza. Quindi si lasciò finalmente andare tra le lenzuola.

L’attesa era snervante. Per quanto cercasse di concentrarsi sulle fatture disposte alla rinfusa sulla scrivania, Melissa continuava, più spesso di quanto volesse, a buttare l’occhio verso il display del pc. Sperava in quell’incontro, aveva bisogno di dare voce a quei pensieri che continuavano a tormentarla. Lasciò andare svogliatamente la matita sulle scartoffie, mentre stiracchiava le membra intorpidite.
– Guarda un po’ chi c’è…
La scritta era apparsa come per magia davanti ai suoi occhi. Era lui. E ora, che fare? Tutto il programma che aveva studiato punto per punto era svanito magicamente, solo a sentire la sua presenza dall’altra parte della rete.
– Ciao… è un po’ che non ci si sente. Che fine avevi fatto?, si limitò a scrivere.
– Impegni vari mi hanno tenuto lontano per qualche giorno.
– Capisco… Ti devo chiedere scusa, per come sono andata via l’ultima volta. Ho avuto un imprevisto e ho dovuto staccare…
– E io che pensavo ti fossi scandalizzata per i nostri discorsi…
Melissa decise per il momento di lasciare perdere l’allusione. Voleva prima vedere se stavolta lui si sarebbe aperto, lasciandole capire le sue vere intenzioni.
– Sai… ti stavo pensando proprio ora. A dire il vero in questi ultimi giorni ti ho pensato molto.
– Davvero?
– Sì. Devo ammettere che sono alquanto confusa dal tuo comportamento. Non riesco a capire se ti comporti così con me per scherzo, oppure seriamente.
– Entrambe le cose.
Più sibillino di così non sarebbe potuto essere.
– Ecco, appunto. Con questa risposta mi rendi le cose ancora più difficili. Non so proprio come prenderti. C’è un’altra cosa che mi tormenta e la colpa è di Khan.
– Perché, che ha detto Khan?
– Mi ha detto una cosa su di te di cui non ero a conoscenza, che per me cambia molte cose.
– Cioè?
– Ho scoperto che non siamo lontani come avevo creduto sinora e il pensiero che un incontro con te sia molto probabile mi fa sentire un po’ a disagio. Direi che mi imbarazza alquanto, perché non so come reagirei nel vederti, dopo le cose che ci siamo detti sinora.
– Cara, non devi preoccuparti, io sono un tipo tranquillo. Non ti farei mai del male.
– Sì, mi ha detto anche questo. Tuttavia, so già che se dovessi incontrarti arrossirei come un peperone e non riuscirei neanche sostenere il tuo sguardo, perché nella vita reale non mi comporto così.
– Di questo non devi preoccuparti… quando ci vedremo sarà in una stanza buia e non potrò vedere il rossore sul tuo viso… e poi sarò concentrato a fare dell’altro, tipo osservare mentre ti spogli nella penombra…
Eccolo che ricominciava. Che fare? Riportare la conversazione a toni più mansueti o continuare su quel binario? La decisione fu sin troppo semplice.
– Ecco… e poi non dovrei arrossire! Comunque non trovo giusto che tu sia sempre così brutale con me; per una volta potresti anche essere più romantico… potresti togliermi tu i vestiti, non trovi?
Lui naturalmente colse la palla al balzo, descrivendo nei minimi dettagli cosa le avrebbe volentieri sfilato e come. Melissa iniziò a vivere la scena come se stesse accadendo realmente: si vedeva, immersa nella penombra di una camera a lei sconosciuta, cinta dal suo forte abbraccio, spogliata delicatamente della camicia e del reggiseno, mentre le dita di lui percorrevano lentamente ogni centimetro della sua schiena, provocandole brividi di piacere. Riusciva quasi a sentire il suo respiro, vicino al suo collo, mentre con le labbra ne percorreva lentamente il profilo.
Accidenti, se sapeva essere dannatamente realista nelle descrizioni! Si scoprì a sudare freddo e a desiderare che non fossero solo parole eteree, ma fatti.
– Così va bene?, chiese lui ad un tratto.
– Non potevi essere più chiaro, rispose lei a fatica, per le mani che ancora le tremavano.
– Beh, direi allora che è il tuo turno…
Mi sta sfidando?, si chiese lei, mentre con un profondo respiro riacquistava il controllo e si predisponeva ad un’adeguata replica, chiedendosi cosa avrebbe fatto in un simile frangente. Oh, lo sapeva molto bene! E di getto lo scrisse. Non sarebbe stata lì con le mani in mano, gli avrebbe fatto provare gli stessi fremiti che ora la scuotevano e l’avrebbe spinto oltre il punto che non avevano mai oltrepassato; ormai aveva deciso.
Descrisse minuziosamente ogni gesto, appositamente studiato, con cui lo liberava dei vestiti e con cui poi indugiava sul suo corpo, fermandosi quando quasi aveva raggiunto il limite.
“Vediamo ora che fai, se ti spingi dove finora hai indugiato”, mormorò.
Ciò che apparve pochi istanti dopo sullo schermo le procurò una forte vampata al viso, che lei non seppe spiegarsi se di imbarazzo, di piacere, o un misto di entrambe le cose.
Aveva letto bene? Ripercorse le poche righe più volte; no, non c’era alcuna possibilità di fraintendimento stavolta. Sasuke aveva iniziato l’affondo finale, scrivendo senza alcun fronzolo la nuda realtà: cosa le avrebbe fatto se fosse stata in sua balìa.
Era questo che volevi?, le scrisse subito dopo, quasi le stesse dando la colpa della sua sfacciataggine.
Aspetta un attimo…, rispose lei, guardando l’orologio e cercando di ricomporsi per riuscire a sostenere la conversazione.
Era tardi; tra pochi minuti Matteo avrebbe varcato la soglia del negozio e lei avrebbe dovuto interrompere la discussione, di nuovo.
Mi dispiace, ma ora evo andare… si è fatto tardi.
– Sicura sia questo… o non dipende da ciò che ti ho detto?
– No, figurati… Il lavoro mi chiama. Alla prossima.
– Alla prossima allora.

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