Maschere, terza parte.

Il telefono squillò mentre finiva di asciugare i capelli.

“Ma dove sei finita? Non avrai dimenticato che giorno è oggi…”, disse concitata Paola, la sua migliore amica. Si conoscevano dai tempi del liceo ed erano ancora molto unite.

“Perché? Che giorno è?”.

“Sveglia bambina… Oggi è sabato, sai che significa, no?”.

“Già sabato? Oh cavolo; giusto il tempo di cambiarmi e sono da te!”.

Il sabato era il giorno dedicato all’uscita con le amiche. Melissa non aveva molta voglia di incontrarle, a dire il vero; tuttavia sapeva che, se non fosse uscita, le ragazze sarebbero state capaci di piombarle in casa. Perciò, volente o nolente, doveva raggiungerle.

Si preparò a sorbirsi una nuova serata all’insegna del pettegolezzo e delle lamentele, che puntualmente erano riproposti, come il principale argomento di conversazione: gli uomini. Melissa ne era stanca.

Si fece coraggio e affrontò per l’ennesima volta l’orda di pazze, che naturalmente non delusero le sue aspettative. Solo che, stavolta, la serata fu molto più leggera di quanto avesse pensato; eppure il tono delle loro chiacchiere era sempre il medesimo. In realtà Melissa si limitò ad annuire e sorridere a tutto ciò che dicevano, mentre la sua mente era impegnata su altri due fronti, più importanti. Alla fine si risolse a scacciare qualsiasi pensiero e a liberare lo spirito, forse anche per i due o tre cocktail che aveva bevuto. Non era abituata a bere ed i postumi, che si ripercossero per tutto il giorno seguente, lo confermarono ancora una volta.

Si riprese quasi completamente solo il lunedì mattina, quando fu di nuovo operativa, anche se un leggero cerchio continuava ad incomberle sulla testa.

“Ti sei data ai bagordi!”, esclamò Matteo nel vederla.

“Mi si legge tanto chiaramente in viso?”.

“Beh… le tue occhiaie parlano per te”.

Strano, non pensava di essere così mal ridotta.

“Dai, ti sto prendendo in giro!”.

“Spiritoso… tu che hai fatto sabato?”.

“Il solito”.

Con il solito Matteo intendeva un vero e proprio tour de force per i locali della città, discoteca sino all’alba e poi direttamente in spiaggia, dove era rimasto sino a sera. A vederlo, sembrava che invece avesse trascorso il weekend nel luogo più rilassante del pianeta.

“Mi fai schifo”, disse Melissa con un mezzo sorriso.

Matteo rise compiaciuto. La loro conversazione fu interrotta dall’arrivo di alcuni clienti. Il via vai continuò per tutta la mattina, sino alla chiusura.

“Bene, io vado a mangiare”; disse ad un certo punto Matteo, guardando l’orologio.

“È già ora?”. Melissa era immersa nella compilazione di un ordine già da un pezzo.

“Sì. A più tardi. Ti trovo qui?”.

“Come sempre”, disse lei.

Attese che la serratura scattasse, poi controllò il telefono. Nessun messaggio, nonostante Davide le avesse promesso che si sarebbero sentiti presto. Non voleva dargli l’impressione di pendere dalle sue labbra, perciò non lo aveva contattato. Anche la chat non dava segno della presenza di Sasuke.

Incontrò invece un altro amico, Khan, che lei e Sasuke avevano in comune. Con apparente noncuranza chiese a costui sue notizie.

– Sasuke? No, non lo sento da tre giorni. Sarà impegnato come sempre a fare nuove conquiste.

– Tu che lo conosci da più tempo di me… ma è proprio così?

– Così come? Un dongiovanni? No, non proprio. In genere non cerca di proposito le donne; sono loro che semplicemente sono attirate da lui come le mosche dallo zucchero. Lui si limita a far credere loro di averlo in pugno e poi le scarica. In realtà credo lo faccia per noia. Non l’ho mai visto veramente interessato ad una donna, a parte una volta, se non per brevi storie di effimera importanza.

– Mmm… non mi stai descrivendo un quadro molto gratificante. Ripensò a come si era comportato con lei: chi aveva fatto il primo passo in realtà tra loro due? Era stato lui o invece si era comportato in modo tale che fosse lei a spingerlo ad agire?

– Va beh… credo che tanto non avrò mai l’occasione di incontralo, per cui non subirò il suo fascino. Lo diceva sul serio, o forse sperava il contrario e magari di uscirne vincitrice? Ma cosa andava a pensare?

– Tu credi?, disse Khan.

Quelle parole insinuarono il dubbio nella mente della ragazza.

– Cioè?, si limitò a chiedere.

– Ma come… parli con lui da mesi e non sai neanche che sta a pochi chilometri da te!

Il sangue le si gelò nelle vene.

– Veramente no… non ci siamo mai detti dove abitiamo, come invece ho fatto con te.

Con Khan il rapporto era del tutto diverso. Melissa sapeva molte cose di lui e viceversa. I due abitavano nella stessa città e si erano anche incontrati più volte, trasformando la conoscenza virtuale in un’amicizia reale. Durante tutte le loro conversazioni, però, stranamente non avevano mai affrontato questo argomento e ora lei se ne pentiva. Se solo avesse saputo prima questa cosa, probabilmente non avrebbe mai detto ciò di cui ora si pentiva amaramente. Le complicazioni che non aveva mai voluto si stavano verificando proprio in quel momento.

– Allora sappi che abita poco lontano da casa mia. Per questo lo conosco abbastanza bene. Non l’avevi mai capito?

– No, veramente pensavo vi foste visti qualche volta per qualche rimpatriata tra amici di chat, ma non pensavo davvero che lui potesse essere così vicino.

– Spiegami una cosa: come mai tutta preoccupazione nei suoi confronti? Non dirmi che l’ha fatto anche con te!

– Fatto cosa?

– Ti ha circuito con il suo fascino e ti ha intrappolato nelle sue trame…

– No, mentì lei. Il ricordo delle frasi infuocate che si erano scambiati fu di nuovo presente, come se fosse appena successo. E ora che faccio? Se dovessi incontrarlo sono certa di non riuscire neanche a sostenere il suo sguardo, pensò.

– Cioè sì… Nel senso che ha tentato, ma gli ho tenuto testa. Come no?

– La cosa si prospetta divertente… chissà che uno di questi giorni non mi venga in mente di farti una piccola sorpresa!”.

– Quando parli in questo modo sei più inquietante di lui. Spiegati meglio.

– Mah… pensavo che sarebbe stato carino combinarvi un incontro. Se ciò che dici è vero sarebbe interessante vedere per una volta le aspirazioni del nostro giovanotto disattese.

– Per il momento io passo, grazie. Non ho alcun interesse ad incontrare nessun esponente del genere maschile, specialmente uno come lui.

Rilesse ciò che aveva appena scritto: quanto le suonava falso! Meno male che Khan non poteva vedere l’espressione del suo viso, perché sarebbe stata immediatamente smentita.

– Va bene, come preferisci. Ma ricorda che il destino può fare la sua parte quando meno te lo aspetti…

– Lo terrò a mente.

Ognuno ha un lato oscuro, che cerca di tenere celato nel profondo e di dominare quando questo scalpita per emergere. La maggior parte delle volte si riesce a soffocarlo e si continua la vita di ogni giorno con la vana convinzione che sia stato definitivamente piegato. Purtroppo non è così: il lato oscuro è paziente, aspetta il momento opportuno, quando le difese si abbassano, anche per un solo istante; solo allora torna alla carica, sferrando il suo poderoso attacco e talvolta riesce a prevalere. Allora si agisce come se si fosse vittima di chissà quale maleficio, si compiono azioni altrimenti impensabili e le si vivono come se si fosse degli spettatori esterni, come se qualcun altro avesse preso il controllo del corpo che sino a pochi minuti prima si padroneggiava perfettamente. La voce della coscienza tace, o è talmente flebile che non può essere sentita; solo quando tutto si conclude riacquista forza e allora è troppo tardi per tornare indietro; restano solo i rimorsi per ciò che si è compiuto e si piange sul latte che non si è riusciti a non versare.

Melissa non capiva se aveva già oltrepassato il punto di non ritorno, oppure se era ancora in tempo per fermarsi. Cosa la spaventava maggiormente? L’aver dato sfogo a degli istinti repressi, o l’impressione che aveva potuto dare al suo interlocutore? Sapeva che nella vita reale non era così, come si era mostrata a Sasuke. Tuttavia non poteva fare a meno di rivivere quelle frasi nella sua mente; era come ossessionata.

Forse Khan aveva ragione… forse l’unico modo per tagliare la testa al toro era incontrare davvero quella persona.

“No!”, disse categoricamente, mentre ansimava per lo sforzo cui si stava sottoponendo. Continuava a correre come una forsennata, incurante del ritmo sostenuto e del fiato, che si stava facendo ad ogni falcata più corto. Alla fine dovette desistere. I polmoni reclamavano ossigeno e lo stesso valeva per i muscoli delle gambe, ormai allo stremo e sull’orlo del crampo.

Cosa avrebbe potuto ridarle la serenità mentale che tanto ora agognava? Doveva parlarne con qualcuno, ma nessuno poteva capire cosa stesse affrontando. Certo non poteva dirlo alle amiche; il loro poco obiettivo parere sarebbe stato di lasciarsi andare, almeno per una volta nella vita; ma Melissa non era fatta così: non riusciva a intrattenere relazioni effimere.

Meno che mai poteva parlarne con Matteo: l’argomento tra i due era tabù.

Restava una sola persona e il fatto che questa fosse per lei praticamente un’estranea stavolta poteva in parte giocare a suo favore.

Si sedette sullo scoglio prediletto, mentre la leggera brezza serale le accarezzava il viso, dandole un leggero sollievo. Era sul punto di mettere in pratica la risoluzione appena decisa, ma qualcosa la fece desistere. Cosa avrebbe potuto pensare Davide di lei, se lo avesse messo al corrente di questa sua devianza, se così si poteva definire? No, meglio lasciare stare.

Avrebbe continuato ad agire come aveva sempre fatto, indossando una maschera apposita per la situazione. Già, una maschera era proprio ciò che faceva al caso suo, solo che un quesito si faceva sempre più pressante: era sicura di indossarla quando parlava con Sasuke? O forse era quello il suo vero io, mentre con tutti gli altri aveva sempre finto di essere qualcuno che non era, solo per dare una parvenza di serietà e moderazione? E perché sino ad ora non si era mai posta il problema? Perché solo ora, che lui la stava trascinando in quel torbido baratro di passione, seppur virtuale, i nodi stavano venendo al pettine? Era solo un modo per dare sfogo alla propria vena autolesionista, o invece stava realmente assaporando quelle nuove sensazioni che il gioco con lui le procuravano? E se era davvero così, perché allora percepiva come un blocco, che le impediva di andare oltre? Chi aveva paura di deludere: forse la sua famiglia, che l’aveva sempre vista come la classica persona con i piedi ben piantati per terra, o forse gli amici, per cui era sempre stata un punto di riferimento, una roccia cui appigliarsi nei momenti di debolezza?

Sorrise amaramente; sapeva nel profondo di averli illusi, solo per il timore di scontentarli, tutti quanti. Aveva sempre soffocato i suoi desideri, il suo vero modo d’essere, per timore di non essere accettata per quello che era in realtà, troppo preoccupata ad essere la figlia, la sorella, l’amica, la fidanzata perfetta, piuttosto che essere semplicemente se stessa.

Probabilmente, se non avesse trovato questa valvola di sfogo, avrebbe continuato a recitare la sua parte stancamente, sino all’inevitabile punto di rottura. Ecco, alla fine era giunta a darsi quella risposta che aveva tanto temuto: ora sapeva cosa fare e lo avrebbe fatto sino in fondo.

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