Maschere, prima parte.

La spiaggia era ormai quasi deserta. Solo qualche sparuto turista si tratteneva ancora per ammirare il sole, che lentamente scompariva oltre l’orizzonte, con le vivide sfumature arancio, rosso e violaceo tipiche del tramonto.

Gli ultimi raggi erano catturati dalla superficie lievemente increspata del mare, su cui si spandevano, attraverso mille scintillii, diversi per forma, dimensione ed intensità. Le piccole onde planavano con leggerezza sul bagnasciuga, emettendo come loro ultimo sospiro un leggero gorgoglio, misto ad una lieve schiuma, che subito si dissolveva, incorporata nel flutto successivo.

Lo sciabordio prodotto dalle ultime propaggini del mare era rilassante. Seduta su uno scoglio, una ragazza assisteva in religioso silenzio allo spettacolo della natura. Non indossava il costume, ma dei pantaloncini e una canotta, entrambi bianchi. I lunghi capelli biondi erano raccolti in una coda e ai piedi portava scarpe da ginnastica. Alcune gocce di sudore imperlavano ancora la sua fronte e il suo respiro, inizialmente affannato per la lunga corsa, era ora ritornato normale.

Aveva nelle orecchie degli auricolari, collegati direttamente al lettore mp3 che teneva legato attorno al braccio sinistro. Una perfetta colonna sonora accompagnava quella visione, da cui era rapita. Ogni giorno percorreva quel tratto di costa e ogni giorno, al termine della corsa, sostava lì, su quello scoglio, per riordinare non solo le energie residue, ma anche i pensieri, che la solitudine dell’allenamento faceva emergere di continuo.

La vita di Melissa stava conoscendo un momento di apparente serenità. Finalmente, dopo tanta pena, aveva trovato la sua strada e ne era felice. Lavorare in quella libreria, aperta dopo tanti sacrifici, era per lei fonte di soddisfazione ogni giorno. Pensava che non avrebbe potuto chiedere di meglio per sé e poco le importava di non avere accanto qualcuno con cui condividere quella gioia: non la famiglia, o gli amici, che l’avevano sempre supportata e la cui presenza si faceva sempre sentire, ma qualcuno di diverso, qualcuno di più importante.

Andava bene così… se lo ripeteva spesso, probabilmente per convincersi attraverso il suono della propria voce. In realtà non andava bene affatto. Da quando la sua ultima storia si era conclusa, circa due anni prima, aveva giurato a se stessa che mai più avrebbe ricercato l’amore anzi: l’avrebbe fuggito, come si fa con la malattia più contagiosa. Possibile che l’aver scoperto quel tradimento, con la sua migliore amica per giunta, l’avesse segnata a tal punto?

Aveva pensato che chiudersi in un guscio protettivo l’avrebbe tenuta lontana da nuove sofferenze e per un po’ aveva funzionato, almeno fino a quando qualcuno di nuovo non si era insinuato a poco a poco nella sua vita, sconvolgendola come mai era successo e causandole nuovo dolore.

Spense il lettore, sperando di spezzare la serie tortuosa di collegamenti concettuali che il cervello si ostinava a concepire.

“Ne ho abbastanza di tutto questo”, mormorò, rivolta non si sa bene se al mare, oppure al sole ormai quasi completamente scomparso, o semplicemente a se stessa.

Meccanicamente prese il telefonino dalla tasca posteriore dei pantaloncini e lo accese. L’aveva tenuto volutamente spento perché non voleva che l’unico momento di pace della giornata venisse interrotto da messaggi o chiamate che le avrebbero reso tutto ancora più difficile. E pensare che solo qualche mese prima le cose erano completamente diverse. Lo ricordava ancora l’attimo in cui le loro vite si erano incrociate, in cui la fine aveva avuto inizio. Una sera come quella, presso lo stesso scoglio, presa dai tanti pensieri che sempre le affollavano la mente e distratta da quel trillo. Inevitabilmente iniziò a ricordare: fu come se avesse scoperchiato un calderone pronto a riversarle addosso mesi di emozioni represse. In un attimo si trovò a rivivere l’assurda situazione che l’aveva condotta sino a quel punto…

Quella volta, durante l’allenamento, il telefono era acceso; una semplice dimenticanza, o un segno del destino? La vibrazione ed il suono insistenti l’avevano spinta a prenderlo in mano, infastidita.

Sul display illuminato campeggiava una scritta: 1 nuovo messaggio.

“Chi rompe ora?”, si era chiesta, dubbiosa se leggerlo o meno. Non aveva voglia di uscire quella sera.

Svogliatamente aveva aperto la lista dei messaggi ricevuti, per vedere di chi si trattasse, ma il numero era per lei sconosciuto. Si risolse quindi a leggere il messaggio e sin dalle prime parole capì che non era indirizzato a lei. Qualcuno aveva clamorosamente sbagliato numero…

– Smettila di tormentarmi,” esordiva, “non ci riesco. Non posso perdonarti e non so se ci riuscirò mai. È finita da mesi ormai, non voglio più né vederti né sentirti. Tradirmi è stata la cosa peggiore che potessi farmi e devi ringraziare solo la mia buona educazione se non ti insulto o non ti prendo a schiaffi… e Dio sa quanto veramente vorrei farlo. Cancella il mio numero”.

Melissa scorse più volte quelle parole, indecisa sul da farsi: lasciare perdere oppure rispondere?

Certo che, se la persona in questione non si fosse accorta dell’errore appena commesso, ciò che considerava come una faccenda archiviata si sarebbe riproposta spiacevolmente.

Fu più forte di lei: il suo animo ancora ferito reclamava che rispondesse e così fece; quasi senza pensarci. Ma che scrivergli?

“Ci sono…”, disse, mentre le dita volavano agili sulla tastiera del telefonino. Prima di rispedire il messaggio al mittente lo lesse.

– Ciao, non mi conosci… volevo solo dirti che hai mandato per sbaglio il tuo messaggio a me… Sì, poteva andare.

Chiaro e conciso. Lo inviò, quindi ripose il telefono nella tasca e si avviò lungo la strada del ritorno.

Dopo pochi minuti, però, il suo cammino fu interrotto da un nuovo trillo: un altro messaggio.

– Ops… ti chiedo scusa… sono un perfetto idiota. Probabilmente la foga del momento mi ha fatto sbagliare le cifre del numero. Ti chiedo scusa, chiunque tu sia…

– Figurati, rispose lei, ti ho avvisato perché ci sono passata anch’io e mi sembrava spiacevole per te, se la persona in questione ti avesse di nuovo importunato...

Solo dopo averlo mandato si pentì di ciò che aveva appena scritto. Perché aveva detto quelle cose su di sé a quello sconosciuto? Per quello che ne sapeva poteva anche essere un maniaco.

Accelerò il passo, mentre raggiungeva la sua casa: una piccola villetta a pochi passi dal mare, ereditata da una vecchia zia, spentasi qualche anno prima alla veneranda età di quasi cento anni.

Mollò il telefono sul comodino, mentre entrava in bagno, pronta per la doccia ristoratrice. Rimase sotto il getto bollente per un po’, ancora presa da cupi pensieri; quando ne uscì, avvolta da un lungo asciugamano blu, controllò per vedere se c’erano nuovi messaggi. Nulla, per fortuna. Aveva temuto che quel tizio continuasse la conversazione, ma niente, almeno per ora. Pensò di essere stata una stupida ad aver pensato che fosse qualche malintenzionato, ma la prudenza non era mai troppa e lei, comunque, aveva imparato a diffidare del genere maschile.

Dopo aver indossato qualcosa di comodo e aver lasciato all’aria i capelli bagnati, si sedette in veranda, con una scodella di verdure e un buon libro da leggere. Le piaceva passare le serate così, con il paesaggio costiero a fare da sfondo alle sue letture. Si rilassò sulla poltrona a dondolo e mordicchiando una carota riprese la lettura da dove l’aveva interrotta la sera prima.

Era giunta al culmine della narrazione, quando il trillo familiare la distolse. Il telefono era rimasto sul comodino. Si alzò un po’ riluttante e raggiunse l’apparecchio maledetto. Era lui…

Respirò profondamente e lesse, non senza una punta di apprensione.

– Ci ho riflettuto un po’ prima di risponderti, perché il mio primo pensiero è stato che avrei potuto passare per qualcosa di poco carino, magari uno squilibrato o uno che si diverte a fare degli stupidi scherzi per telefono. Ma ti assicuro che non sono né l’uno né l’altro… sono solo un uomo ferito nel punto in cui era più vulnerabile e che ora ha solo bisogno di sentirsi capito, magari da qualcuno che ha vissuto la sua stessa esperienza… Non ho cattive intenzioni nei tuoi confronti, te lo assicuro.

Il poveretto doveva proprio essere disperato e Melissa capiva pienamente il suo dolore. Tuttavia, continuava a non fidarsi di lui.

Rilesse il messaggio più volte, incerta se rispondere o meno. Non capiva il perché di tutta quella riluttanza, o forse sì… Rispondere poteva significare offrire un fianco scoperto al suo interlocutore, una parte di lei che non voleva più mostrare a nessuno e che stava faticosamente cercando di sopprimere.

Sospirò e scrisse alcune parole sulla tastiera.

– Non penso tu sia un malintenzionato, ma il fatto che io ti capisca non significa che ti senta autorizzato a parlare con me.

“No”, disse a mezza voce, “meglio non mandarlo. Parole troppo dure e neanche lo conosco… potrebbe risentirsi”.

Cancellò la schermata, quindi spense il telefono. Ci avrebbe pensato il giorno seguente.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...