Pensieri sparsi: Se l’amore non esiste, l’amicizia sincera si…

In questi giorni ho avuto modo di apprezzare quanto i legami di amicizia possano rendere il cuore gonfio di affetto e l’animo leggero.
A volte si tratta di nuove amicizie, persone appena conosciute che scavano pian piano un solco nella tua anima e ti fanno sentire allo stesso tempo apprezzata. Altre di vecchi amici, che credevi perduti e che invece ritrovi come una piacevole sorpresa. Basta solo un po’ di coraggio.
M-Kun l’ho conosciuto tre mesi fa, per lavoro. Un bel ragazzo dalla faccia pulita, intelligente, curioso, dall’animo gentile. Lentamente si è creato un feeling tra noi, un bel rapporto che, non nego, avrei voluto sfociasse in qualcosa di più. Ma lo sappiamo, l’amore non esiste. M-Kun è molto dolce, mi dice che tiene molto a me, che non vuole rinunciare al rapporto di amicizia che si è creato, perché sente che io sono una persona che può arricchirlo. E vuole coltivare questa ricchezza. Come dire di no a chi mi fa sentire apprezzata per quella che sono? E l’aver tenuto aperta questa porta mi ha donato una piccola gioia.
Con Ryu, invece, le cose sono un po’ diverse: eravamo molto amici, cinque anni fa. Poi le nostre strade si son divise bruscamente a causa di qualcuno che non voleva fossimo amici. L’ho lasciato andare perché sapevo che era giusto così, che solo vivendo quell’esperienza fino in fondo avrebbe capito che era stato un errore perdersi. E sino a ieri le nostre strade sono rimaste divise.
Ma poi, proprio le parole di M-Kun mi hanno spinto a prendere il coraggio a due mani e schiacciare quel bottone per chiedere un’amicizia su fb. L’ho fatto dopo tanto pensare, dicendomi che se non avesse risposto almeno avrei saputo che tutto era perduto e pazienza, la vita sarebbe andata avanti comunque.
E poi la richiesta è stata accettata… allora perché non fare il passo successivo è mandargli un messaggio?
È stato come se questi 5 anni non fossero mai passati. Una gioia e una leggerezza che non provavo da tempo. Ma soprattutto sentire che aveva avuto bisogno di certo esperienze per maturare e capire, beh, questo non ha prezzo. L’attesa ha pagato.
E se l’amore non esiste, l’amicizia sincera sì.

Amore lontano.

Cammino lentamente,
mentre il sole scalda questo corpo stanco.
Il profumo della terra bagnata
e dell’erba, rivestita di lucide perle di acqua,
si spande attorno a me,
rinnovando il ricordo delle piovose giornate d’autunno.
Il canto delle cicale tradisce il momento presente,
frutto dell’afosa estate,
colonna sonora del mio percorso distratto,
come la mia mente,
che a stento vede ciò che vive attorno a me.
Altri pensieri la stravolgono nel profondo,
tutti parte dello stesso vortice,
che ruota attorno a te, incognita portante
del mare delle mie incertezze,
chiodo fisso penetrato nelle profondità
del mio cuore,
ferita insanabile, che sanguina copiosamente
e fiacca le mie energie.
Non mi è dato sapere cosa ora occupi il tuo tempo,
se insulse vicende quotidiane,
o il tuo pensiero di me…
Questo è il prezzo da pagare
per un amore lontano,
ma resisto e persevero
per te, premio finale della mia esistenza.

Quando…

Quando tutto sembra quieto,
Sotto questo cielo terso,
Quando il cuore tace,
Sopito per la stanchezza,
Quando la mente riposa,
Distratta dalla vita che scorre,
Quando i pensieri scorrono via,
Rapiti dal vortice del delirio.
Ecco, proprio allora…
Ti penso.
E quel poco di gioia che sentivo
Svanisce, perduta.

Maschere, ultima parte.

Quando riaprì gli occhi, il letto era vuoto. Dall’ampia finestra, schermata dalle persiane, filtravano i raggi del sole. Un vago ricordo della notte appena trascorsa la rese improvvisamente vigile. Il gioco si era ripetuto altre volte, dopo la prima, ed era stato sempre più intrigante e caliente. Nelle pause, tra un round e l’altro, entrambi si erano abbandonati ad un sonno leggero, sino all’ultima volta, quando infine erano definitivamente crollati.
Si guardò intorno ancora una volta, sentendosi abbandonata per l’assenza di Sasuke, ma cambiò opinione, quando sentì lo scroscio dell’acqua corrente nel bagno, di cui la camera era dotata. Lui stava facendo la doccia; non se n’era andato, come lei aveva in un primo momento erroneamente immaginato. Che fosse un segnale positivo?
Era così felice, per aver dato retta al suo istinto, che sentiva il bisogno di parlarne con qualcuno. Dopotutto era già domenica mattina e Davide probabilmente stava aspettando la sua chiamata. Certo, non sarebbe scesa nei particolari, ma avrebbe sentito finalmente una voce che reputava ormai amica. Voleva gridargli che tutto si poteva superare, che la sofferenza alla fine sarebbe cessata e la vita sarebbe potuta ricominciare.
Si alzò titubante, il lenzuolo suo unico vestito, e cercò il kimono. Lo trovò vicino al letto. Il telefono era in una piccola tasca interna, studiata appositamente. Lo accese, cercò il numero e fece partire la chiamata. Lo squillo dall’altra parte la fece ben sperare. Davide aveva il telefono acceso.
Contemporaneamente, però, sentì un suono, venire dagli indumenti di Sasuke, ai piedi del letto. Incuriosita si avvicinò, mentre aspettava la risposta dell’amico. Rovistò tra gli abiti e alla fine trovò quello che cercava: anche il telefono di Sasuke stava squillando. Accadde tutto nello stesso istante: lui che usciva dal bagno, avvolto solo in un corto asciugamano bianco; lei che leggeva sul display del telefono il nome Mel, mentre con l’altra mano continuava a tenere il suo cellulare, nella vana attesa di una risposta.
I loro sguardi si incrociarono e mentre si vedevano chiaramente per la prima volta, nella luce del mattino, lei realizzò… Sasuke e Davide erano la stessa persona!
Incredula, continuava a guardare ora il telefono del ragazzo, ora il suo bel viso; solo adesso, che la luce era sufficiente e che il trucco era stato lavato dalla doccia, poteva distinguerne perfettamente i tratti, allo stesso tempo belli e decisi; e gli occhi, quegli occhi, che l’avevano sondata nel profondo, verdi come la giada.
Ma questo non aveva più importanza… Ciò che invece contava era che due persone, fino a quel momento ritenute l’una l’opposto dell’altra e capaci di suscitare in lei emozioni tanto distanti tra loro, si erano rivelate un unico uomo. Improvvisamente un dubbio attraversò la mente della ragazza: possibile che entrambi fossero all’oscuro della singolare situazione venuta a crearsi, o invece, cosa più probabile, faceva tutto parte sin dall’inizio di un subdolo piano, da lui ordito, per ottenere come unico scopo di sedurla?
A pensarci bene la spiegazione non poteva essere che quella. Ora che ci faceva caso, li aveva sentiti sempre in momenti differenti ed alla fine era stato Davide ad indurla ad accettare l’invito alla festa. Che stupida era stata! Si era fatta turlupinare come una principiante. E in che modo Davide aveva ottenuto il suo numero di telefono? Possibile che Roberto, l’unica conoscenza che avevano in comune, fosse stato suo complice? No, questo non riusciva a crederlo.
Chiuse la chiamata, ormai inutile. Abbassò lo sguardo, non perché non avesse il coraggio di sostenere quello di lui, ma perché non voleva che lui vi leggesse lo sgomento e la rabbia per ciò che aveva capito di avere subito. Colta da un moto d’orgoglio riprese la veste e l’indossò, con finta calma.
“Aspetta… lasciami spiegare… non è come credi!”.
Ma lei non rispose. Quelle parole non avevano fatto altro che confermare il suo sospetto: lui sapeva! Finì di vestirsi e fece per raggiungere la porta. Voleva solo andare via di lì al più presto, prendere la macchina e tornare a casa, a lavare di dosso l’umiliazione che la soffocava e leccarsi le ferite, che ancora una volta la laceravano nel profondo. Davide, però, non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare. Si frappose tra lei e la porta, nel tentativo di bloccarla, ma lei era decisa quanto lui nei propositi.
“Non andare… ti prego”, le disse, trattenendola per un braccio.
Ancora lei tacque. Lo guardò soltanto, per un breve istante, e allora lui desistette: lo convinsero le lacrime, che lei aveva invano trattenuto, e che ora sgorgavano copiose. Lacrime amare. Cosa aveva fatto? Lasciò la presa, conscio per la prima volta di quanto quello che aveva voluto essere solo un gioco fosse diventato pura crudeltà.
Melissa abbandonò la camera in silenzio e raggiunse l’auto senza mai voltarsi.
Mai più rimpianti… Meglio un rimorso. A volte, tuttavia, un rimorso può fare male più di mille rimpianti.

“Ero sicuro di trovarti qui… Roberto dice che è il tuo posto preferito”.
Melissa sobbalzò, all’udire quelle parole; ma non si voltò. Continuò invece a guardare il mare, solcato in lontananza da alcune imbarcazioni, tutte illuminate a festa.
“Perché sei qui? Cosa vuoi ancora? Eppure credevo di essere stata chiara, non rispondendo alle tue telefonate e ai tuoi messaggi. Ti ho persino cancellato dai contatti sul web…”.
“È dunque questo che desideri? Cancellarmi dalla tua vita?”. Il tono di Davide lasciava trasparire quanto in realtà fosse teso.
“Dimmelo tu… come ti comporteresti se fossi nella mia situazione? Se una persona di cui ti fidavi ti avesse umiliato e fatto sentire uno stupido? Hai ottenuto quello che volevi e lo hai fatto usando l’inganno”.
Davide abbassò lo sguardo; come poteva darle torto? Come poteva anche solo sperare che lei lo perdonasse? Perché mai avrebbe dovuto ascoltare le sue giustificazioni? Era andato tutto nel modo sbagliato e soltanto perché lui aveva voluto a tutti i costi approfondire la sua conoscenza; lei lo aveva stregato molto più di quanto potesse immaginare e non aveva saputo resisterle. Era riuscito a procurarsi il suo numero di telefono con uno stratagemma e l’aveva contattata, facendo leva sulla storia del cuore infranto, che poi una storia non era.
Tutte le azioni che aveva compiuto erano state realmente dettate dal bisogno di superare quella vicenda che lo aveva distrutto. Il limbo in cui era finito e in cui si era crogiolato ora non gli andava più, perché quella ragazza, che ora gli dava le spalle, era riuscita a fargli tornare la voglia di ricominciare a provare dei sentimenti.
Ma aveva rovinato tutto, con il tentativo di scoprire in quel modo subdolo cosa ci fosse oltre le apparenze della chat. Forse avrebbe fatto meglio a soddisfare la curiosità di entrambi, rispondendo alle domande che lei gli aveva posto, ma non ci era riuscito, perché aveva avuto una dannata paura di fidarsi di lei. Era tutta colpa della sua diffidenza.
Quel maledetto giorno aveva deciso di rivelarle tutto, ma l’aver dimenticato il telefono acceso aveva sconvolto i suoi piani. E ora era troppo tardi.
L’aveva perduta, ancor prima di averla conquistata. O forse l’aveva posseduta, ma solo per il fugace attimo rappresentato dalla notte trascorsa insieme.
No, non doveva desistere, doveva lottare. Sentiva che ne valeva la pena, doveva lottare.
“Non mi muoverò di qui, sinché non avrò finito di dirti quello che devo”, disse risoluto.
“Bene”, rispose lei.
“Allora parla e poi sparisci”. Il suo tono era freddo e tagliente.
“Guardami per favore”, replicò lui, afferrandole le braccia a girandola con decisione.
Ora erano di nuovo faccia a faccia, dopo più di un mese. Sebbene Melissa cercasse di mostrare indifferenza, il suo viso parlava per lei, mostrando il suo dolore.
Davide respirò profondamente, prima di parlare ancora.
“Lo so che tutto è contro di me, ma devi credermi. Non era mia attenzione prendermi gioco di te. Sì, lo ammetto, mi sono procurato il tuo numero con l’inganno. Un giorno Roberto si è lasciato sfuggire il tuo vero nome, senza accorgersene, e alla prima occasione ne ho approfittato per prendere il tuo numero dal suo cellulare. Lo so che ho sbagliato e che se avessi voluto sapere di più di te avrei dovuto semplicemente chiedertelo in chat, ma questo mi avrebbe costretto a scoprirmi con te e ancora non volevo; non ero pronto. Le cose che ti ho detto per sms erano tutte vere e il mio modo di agire in chat era una maschera, come ben avevi intuito, per evitare di lasciare che gli altri scoprissero come ero realmente. Prima di conoscerti non avrei mai pensato che una donna avrebbe potuto attirare la mia attenzione di nuovo; non ne volevo sapere. Volevo soltanto andare avanti per la mia strada e divertirmi, lasciare i rapporti sul superficiale e finirli dopo aver preso ciò che mi interessava.
Ma tu… tu hai avuto la capacità di risvegliare il mio interesse sopito. All’inizio ero solo curioso di vedere di cosa saresti stata capace, ma poi sei diventata come una dolce ossessione e non sai quanto mi è costato trattenermi dal contattarti ogni giorno. Non volevo che pensassi fossi troppo assillante. Alla fine non ho resistito; dovevo sapere a tutti i costi se eri realmente così come ti dipingevi o se sotto c’era dell’altro. Per questo ti ho mandato il primo sms. Non avrei mai pensato che parlare con te in questo modo, anche se per poco tempo, mi spingesse a desiderare così tanto di fare la tua conoscenza. Dovevo vederti, per capire se anche tu sentivi le stesse cose che io provavo per te e quando ti ho vista, alla festa, ne sono stato certo. Non puoi mentirmi, lo leggo anche adesso nei tuoi occhi, che nonostante tutto desideri riprendere da dove abbiamo lasciato. Ti prego, permettimi di far parte della tua vita, non lasciare che un equivoco rovini tutto ciò che potrebbe essere tra noi”.
Tacque, in attesa di una sua replica. Melissa, però, non parlava. Non sapeva che dire; era combattuta tra il credergli e il voltargli definitivamente le spalle.
“Mi dispiace”, disse infine. Solo questo riuscì a pronunciare, perché Davide non la lasciò proseguire.
“Ti lascerò andare solo se il tuo corpo confermerà le tue parole”, le sussurrò, prima di stringerla a sé e baciarla.
Lei era rigida; lottava per non soccombere, ma alla fine desistette. Abbandonò ogni velleità di resistenza e rispose al bacio con eguale passione.
“Non… non posso”, disse alla fine, dopo essersi staccata da lui.
“Perché non puoi? Di cosa hai paura?”.
“Di te… Chi mi dice che alla prima occasione non ti defilerai?”.
“Guardami negli occhi e dimmi se vi leggi qualche incertezza. Non sono mai stato così sicuro di ciò che voglio, come lo sono ora. Tu mi appartieni da quella notte, se non da prima… dal nostro primo incontro virtuale. E mi apparterrai ancora per un tempo infinito… devi solo dire di sì”.
Melissa percepì la risolutezza che lo permeava. Forse aveva finalmente trovato la roccia che aveva cercato per tutto quel tempo, quell’appiglio che l’avrebbe sostenuta quando si sarebbe trovata in difficoltà e che l’avrebbe protetta.
“Sì…”, mormorò, con gli occhi lucidi.

Due ombre, allungate dai raggi radenti del tramonto, si fusero nell’abbraccio da tempo agognato, uniche presenze sulla sabbia dorata, lambita dai flutti della sera. E lì rimasero, sinché il grande disco dorato non raggiunse le profondità del mare, lasciando spazio alla candida luna, etereo sfondo per tutti gli amanti.
Nessun rimpianto stavolta, nessun rimorso…

Pensieri sparsi: L’amore non esiste.

All’inizio ci credevo, nell’amore. Pensavo esistesse il principe azzurro, quello che su uno splendido destriero appare dal nulla e ti salva dalle insidie, per farti vivere la gioia infinita del vero, puro amore.
Tutte balle.
L’amore non esiste.
Esistono solo esseri meschini, che si approfittano del tuo buon cuore, che incuranti del tuo sentire ti calpestano e ti bistrattano, a volte per convenienza personale, altre per vigliaccheria, altre ancora per una scopata.
E tu lì, ogni volta sempre più prostrata, china a raccattare i pezzi del tuo cuore infranto, mentre ti riprometti che la prossima volta starai più attenta, che valuterai bene la situazione, che non donerai il tuo affetto e chi non ti merita.
Ma poi ne arriva un altro, di debosciato senza cuore… Però pian piano impari, ti costruisci una corazza, rivesti con essa la tua anima e il tuo petto.
E con essa addosso ti senti più forte, e vai avanti per la tua strada.
Ti rifai una vita, cambi città, cambi addirittura regione. Ricominci a vivere, a sentire la serenità scorrere nelle tue vene, a mostrare un nuovo, timido ottimismo nei confronti del tuo valore e della vita.
Ti senti apprezzata, circondata di affetto, e pensi che forse stavolta potresti ricominciare anche dalle cicatrici che hai dentro, provare a cancellarle, provare a fidarti di quella persona che ti sembra tanto carina, tanto gentile, tanto interessata a tutto quello che fai, che dici…
E nonostante il tuo io più profondo ti dica di lasciar perdere, ti senti di darla una nuova possibilità, ma senza lasciarti andare troppo, che se cadi poi ti fai male sul serio.
Quindi ti apri un po’, ti confidi, doni il tuo affetto, seppur l’incertezza sia sempre presente in te.
Fino a che non capisci che quella persona davvero ti piace, che potresti innamorarti ancora una volta, cosa questa per te ormai difficilissima. Ci speri, che la magia accada davvero.
Salvo poi, sospinta oltre un limite che non volevi superare, ritrovarti di nuovo con i pezzi del tuo cuore in mano.
Perché anche stavolta non era quella giusta, anche stavolta i tuoi sentimenti sono stati calpestati, anche stavolta non eri abbastanza per qualcuno.
Anche per questa ennesima volta. E ultima.
L’amore non esiste.

Maschere, sesta parte.

La strada in cemento, larga a sufficienza per consentire il passaggio di un mezzo agricolo, terminava proprio davanti ad un imponente cancello in ferro battuto, ora spalancato. Un ragazzo, vestito completamente di nero e con una lista in mano, accoglieva i convenuti, chiedendo ad ognuno di mostrare l’invito.
Melissa teneva il suo a portata di mano, sul sedile del passeggero. Lo porse con apparente noncuranza al giovane, ignorando l’occhiata analizzatrice di costui, più attenta alla sua scollatura che al cartoncino ricevuto.
Ottenuto il via libera, la ragazza parcheggiò l’auto nell’ampio spiazzo, colmo per metà. Chissà se erano attese altre persone, ma probabilmente lei era l’ultima arrivata; questo almeno le suggerì la chiusura del cancello dopo il suo passaggio.
Aveva perso parecchio tempo nel decidere cosa avrebbe indossato e alla fine, dopo lunghe esitazioni, aveva optato per un costume orientaleggiante: una specie di kimono nero, che le lasciava le spalle scoperte, mettendo in evidenza il decolté, e le fasciava delicatamente le forme. Aveva acconciato i capelli in uno chignon, impreziosito soltanto da una piccola margherita sul lato destro, e lasciato liberi due ciuffi riccioluti che le ricadevano ai lati del viso.
La casa che ospitava la festa era grande abbastanza per accogliere un centinaio di persone. La maggior parte era riunita nell’ampio salone, dove le danze erano già iniziate. Le altre, invece, sostavano nella terrazza principale, dove era stato allestito un generoso buffet.
Prima di entrare in casa, Melissa indossò la maschera corvina, decorata da piccole piume argentate, che celava i tratti del viso a sufficienza per renderla irriconoscibile. O almeno così sperava. Decise di mettere subito alla prova le sue convinzioni, perché all’ingresso c’era Roberto, vestito da gladiatore, che accoglieva gli ultimi ospiti. Notò subito il suo sguardo incuriosito, quasi stesse cercando di mettere a fuoco chi mai potesse essere quella leggiadra figura che saliva con eleganza i pochi gradini d’accesso. Aveva ancora quell’espressione incerta e sognante, quasi stesse immaginando chissà quale felice epilogo tra sé e la graziosa apparizione, quando Melissa si avvicinò al suo orecchio e gli sussurrò:
“Metti a tacere i bollenti spiriti… sono solo io”.
Roberto la fissò ancora per un attimo, giusto il tempo di ricollegare la voce ad un viso a lui noto; infine capì chi fosse l’affascinante maschera che gli sorrideva compiaciuta e sorrise a sua volta.
“Hai deciso di far perdere la testa a qualcuno stasera… o sbaglio?”.
“Vedremo… per ora mi limiterò a guardarmi intorno, senza dare troppo nell’occhio”.
“Sarà difficile che qualcuno ti noti, vestita come sei”, rispose lui ammiccando.
“Ci vediamo dentro?”.
“Sì, tra poco arrivo anch’io. Giusto il tempo di controllare gli ultimi dettagli e poi mi dedicherò al puro divertimento”.
La sala adibita a discoteca era illuminata da luci soffuse, di vario colore, che contribuivano a rendere l’ambiente surreale. Era strano vedere danzare insieme Zorro e Wonder Woman, Tarzan e Cleopatra, la Banda Bassotti e alcune sexy poliziotte.
Melissa cominciava a sentirsi fuori posto; il solo fatto di non conoscere nessuno degli invitati la metteva a disagio e poi c’era il motivo principale della sua presenza in quel luogo, che le tendeva come una corda di violino, pronta a spezzarsi alla minima sollecitazione errata.
Camminò lentamente lungo la parete, da cui penzolavano festoni variopinti, per non essere risucchiata dall’euforia del ballo. Intanto guardava qua e là con circospezione, in cerca di un movimento rivelatore da parte di uno dei tanti sconosciuti che affollavano il luogo. Ma non vide nulla che potesse attirare la sua attenzione, o che potesse insospettirla; solo, continuava a sentirsi osservata, ma da chi?
Si fermò davanti ad un lungo tendone, che celava una porta chiusa. La musica era troppo alta perché potesse sentire il lieve fruscio della cortina che si spostava, mentre alle sue spalle appariva una figura, vestita di nero come lei. Sussultò soltanto quando percepì un leggero respiro sfiorarle il collo, mentre qualcuno le sussurrava qualcosa all’orecchio.
“Ti avevo detto che ci saremmo incontrati in una stanza buia… Ho capito che eri tu, non appena hai messo piede qui dentro. Non poteva essere altrimenti e quando ho visto la margherita tra i tuoi capelli, ne ho avuto la conferma”.
Sasuke era dietro di lei! Ma come aveva fatto?
Fece per girarsi, per sostenere il suo sguardo, ma non ne ebbe il tempo. Sentì la mano di lui prenderle delicatamente il braccio e trascinarla dietro la tenda, oltre la porta sino a pochi istanti prima chiusa.
Si ritrovò in un’altra sala, più piccola della precedente, illuminata solo dai raggi di luna che attraversavano le ampie vetrate. Percepiva chiaramente il suono della musica dall’altra parte della porta, ma allo stesso tempo non lo sentiva, perché ora tutti i suoi sensi erano rivolti al ragazzo che le stava di fronte. Sebbene lei indossasse dei tacchi alquanto alti, lui riusciva comunque a superarla, anche se di poco. Non indossava alcuna maschera, ma il suo viso, abilmente truccato di bianco e nero celava comunque i suoi veri lineamenti. Anche i suoi occhi erano indecifrabili: Melissa non avrebbe potuto dire se fossero grigi, verdi o azzurri; l’unica cosa certa era lo scintillio che producevano mentre la fissavano.
Continuava a chiedersi il perché di quello strano trucco, e lo capì solo soffermandosi sui vestiti che lui indossava: pantaloni e maglietta neri, quasi del tutto celati da un lungo giaccone di pelle, aperto sul davanti. Se non fosse stato per i capelli, chiaramente sul biondo e un po’ corti per il personaggio che impersonava, sarebbe potuto essere l’esatta copia di Brandon Lee, il Corvo.
Nessuno dei due sembrava intenzionato a parlare; entrambi, infatti, stavano ancora studiandosi a vicenda. Mesi di lunghe conversazioni riaffioravano ad ogni respiro, ad ogni particolare del corpo su cui i loro occhi si soffermavano.
Melissa sentiva il cuore scoppiarle nel petto. Batteva così forte e così veloce, che ogni angolo del suo corpo lo percepiva e ne veniva squassato. Non aveva mai provato una simile sensazione, né sapeva dire se ciò fosse per lei un bene o un male.
Tutto intorno si era fatto indistinto e lontano, solo una cosa occupava la sua visuale: quel viso enigmatico, che sembrava averla stregata e da cui non riusciva a distogliere lo sguardo. Non si accorse neanche del movimento della mano di lui, sino a che non le sfiorò il viso. Era calda e la sua carezza dolce e sicura allo stesso tempo. Percorse la guancia con lentezza esasperante, sino a raggiungere le labbra socchiuse, che accarezzò più volte con le dita.
Quel contatto produsse in lei una forte scarica elettrica. Ora che era al dunque, non aveva la più pallida idea di come comportarsi: tante volte aveva vissuto quel momento nelle sue fantasie, cedendo sempre alla corte immaginaria ma ora che la realtà era lì e superava la sua fervida fantasia, si sentiva combattuta tra il forte desiderio fisico, che la stava consumando anche in quell’istante, e la razionalità, che sino a quel momento aveva volutamente tenuto da parte.
Sperò con tutta se stessa che fosse lui a toglierla da quell’impaccio e mostrarle la strada da percorrere e così fu. Sasuke avvicinò il suo viso a quello di lei, mentre la sua mano le correva lungo il collo. Si fermò solo quando fu a pochi centimetri dalla sua bocca, per guardarla negli occhi ancora una volta, prima di unire le labbra alle sue. Quel bacio, apparentemente casto, eppure così carico di significati nascosti, sciolse in lei ogni remora e per la prima volta seppe chiaramente come sarebbe andata a finire.
Mai più rimpianti… ripeté tra sé, mentre si abbandonava alla pura passione fisica. Ma fu allora che lui si staccò da lei, sorridendo maliziosamente.
“No, mia cara… non qui. Ho preparato per te qualcosa di speciale”, le disse, mentre la prendeva per mano, ancora stordita e si muoveva con passo sicuro nella stanza. Sembrava che fosse un frequentatore abituale di quel luogo, ma lei non se ne meravigliò. Se lui e Roberto erano amici, era probabile che già altre volte avesse visitato quella casa. Ma ora che ci pensava, era di Roberto quella casa?
Lasciò cadere la domanda nel vuoto, concentrata com’era sulle azioni del suo cavaliere. La musica, che per quegli attimi interminabili aveva smesso di sentire, era ora di nuovo presente alle sue orecchie e rimbombava tra le mura della casa.
Non rientrarono nella sala della festa, ma proseguirono per un ampio corridoio avvolto nella penombra su cui la saletta si apriva e quindi salirono l’ampia scalinata che conduceva al piano superiore. Solo allora Melissa realizzò quanto la struttura fosse grande. Su entrambi i lati del corridoio si aprivano diverse porte, tutte chiuse. Si fermarono solo quando raggiunsero l’ultima porta sulla destra. Sasuke trasse dalla tasca una chiave e fece scattare la serratura, quindi aprì l’uscio ed entrò nella camera, tenendo sempre lei per mano.
“Ecco… qui nessuno potrà disturbarci e finalmente terrò fede a tutto ciò che ti ho scritto”.
Melissa sentì il viso avvampare, ricordando ciò che si erano detti.
“Avevi ragione…”, mormorò, “l’oscurità che ci avvolge non permette di vedere quanto io sia arrossita, ma ti assicuro che è così”.
Non le rispose. Invece concentrò la sua attenzione sulla maschera che lei ancora indossava.
“Non ti dispiace se te la levo, vero? Ormai non ha senso che tu la tenga”.
Lei annuì, restando immobile, mentre lui la liberava dall’unico ostacolo che ancora si interponeva tra loro.
Si sentiva come se la stesse spogliando dell’indumento più intimo che possedesse, anche se in realtà si trattava soltanto di un ornamento posticcio di poco conto. Per la prima volta Sasuke poteva vedere quali in realtà fossero le sue fattezze; ciò le causò un certo imbarazzo.
Lui si accorse del suo disagio e prendendo il mento tra le dita, la invitò a guardarlo negli occhi.
“Sei più bella di quanto immaginassi… e questo mi rende ancor più felice di aver compiuto questo passo”.
Un leggero rossore apparve sulle guance della ragazza. Perché riusciva sempre a farla sentire come se fosse una ragazzina alle prese con la sua prima cotta? Perché quando le diceva qualsiasi cosa, anche la più insignificante, sentiva il sangue ribollirle dentro e finiva irrimediabilmente per perdere il controllo? Ecco, le succedeva anche ora. Avrebbe voluto fuggire, ma le gambe non rispondevano ai comandi del cervello e continuava a stare lì, ferma davanti a lui, che di nuovo le si faceva più vicino.
Istintivamente chiuse gli occhi, aspettando che ancora una volta la bocca di Sasuke si fondesse con la sua. Ma attese invano. Quando li riaprì il ragazzo le sorrideva. Aveva in mente qualcosa, ne era sicura e non sapeva se essere per questo spaventata o eccitata.
Lentamente riprese ad avanzare, ma cambiò all’ultimo momento l’obiettivo delle sue azioni.
Posò le labbra sul collo e le fece scorrere, mentre scandiva distintamente dei baci delicati sulla pelle profumata. Quando un brivido di piacere scosse il corpo della ragazza, allora schiuse le labbra e le solleticò la pelle con la punta della lingua.
“Vedi, tutto sta nell’inizio…”, le sussurrò all’orecchio. Quindi, con un movimento deciso l’attirò a sé e solo quando fu prigioniera del suo abbraccio rivolse nuovamente le sue attenzione alla sua bocca, baciandola stavolta con ardore crescente, sino a mozzarle il fiato.
Melissa si sentiva come se quel bacio avesse estirpato le sue ultime resistenze. Ormai era in balìa di Sasuke ed il suo unico desiderio era che lui non si fermasse… non ora.
Quasi intuisse i suoi pensieri, Sasuke la sollevò con facilità, come se tenesse tra le mani una piuma, e lo posò sul letto. Non le staccava gli occhi di dosso, occhi che dicevano chiaramente quanto bramasse portare a compimento ciò che sino ad allora aveva solo immaginato.
Le sfiorò la vellutata pelle delle gambe, lasciata scoperta dallo spacco che si apriva lateralmente sul vestito. Raggiunse quindi il nastro, che teneva chiuso il kimono, e lo sciolse, liberandola così della serica veste e mettendo a nudo le suo giovani e sinuose forme.
Melissa sussultava ogni qual volta il suo corpo subiva il contatto delle sue mani. Era come se sapesse già dove posare le dita, per procurarle maggior piacere. Ma lei non voleva essere da meno: aveva sognato così tanto che quel momento fatidico arrivasse e fremeva per essere all’altezza del suo amante. Gli fermò la mano, che, scivolandole per la vita, aveva raggiunto le mutandine di pizzo nero. Lui la guardò sorpreso, pensando forse che volesse fermarlo, ma lei gli sorrise maliziosamente, per rassicurarlo; poi si sedette e con un movimento deciso ribaltò le posizioni prima consolidate, ritrovandosi così sopra di lui.
Lo liberò della lunga giacca di pelle e della maglietta, rivelando il torso ben delineato e le braccia toniche. Si creò uno strano contrasto, tra il corpo roseo ed il viso, pallido per il trucco; Ciò conferiva al ragazzo un ulteriore alone di irrealtà e mistero. Melissa studiò i particolari del petto, scorrendoli con i polpastrelli e sottolineandoli con le labbra. Giunta all’addome concentrò le attenzioni sui pantaloni, che slacciò con apparente noncuranza, rimuovendoli subito dopo.
“Vedo che ti piace avere il controllo…”, disse lui ad un tratto con voce roca, “ma a me piace di più”.
L’afferrò per la vita a la fece rotolare sul giaciglio, ritornando sopra di lei. Riprese il discorso esattamente dal punto in cui l’aveva interrotto, infilando la mano oltre il pizzo e accarezzandole le calde labbra inferiori, prima di esplorare a fondo la cavità che celavano.
Melissa inarcò la schiena e si lasciò sfuggire un gemito di piacere; ormai la sua mente era annebbiata dalla passione e il corpo fremeva ad ogni sapiente movimento di lui. Un’ondata di calore la pervase, mentre i due corpi si muovevano all’unisono. Solo allora Sasuke la liberò dell’intimo e, scostatele leggermente le gambe, si insinuò dentro di lei, continuando nel contempo a stuzzicarle il seno ed il collo con ardenti baci e carezze. Melissa perse completamente il contatto con la realtà, a causa del vortice in cui era stata risucchiata. Ciò che più aveva voluto e mai conquistato, l’estasi dei sensi, si compiva proprio ora, per mano di un uomo di cui in realtà nulla sapeva; ma questo, in fin dei conti, non le importava; anzi, forse non le era mai importato.
Alla fine raggiunse il culmine: una nuova ondata di calore, più forte della precedente e molto più intensa, esplose nel luogo più remoto e segreto della sua nudità, spandendosi per l’addome e raggiungendo ogni angolo del fisico, squassandola ed insieme fiaccandola. Più di un gemito sfuggì dalle sue labbra, mentre lui, cacciatore compiaciuto dell’esito della lotta, fissava la sua preda, persa tra le sue braccia.
Entrambi i cuori martellavano nel rispettivo petto, quasi volessero uscirne per fondersi a metà strada. Giacquero così, avvinghiati l’uno all’altra, per lunghi istanti, in silenzio, mentre la musica, che per tutto quel tempo non avevano sentito, raggiungeva ora di nuovo le loro orecchie, seppur ovattata.
Era successo… alla fine era successo per davvero!
Solo ora, mentre lentamente riacquistava il controllo, Melissa realizzava pienamente la pazzia che aveva commesso. Tuttavia non ne era affatto pentita, né provava il rimorso che in realtà si sarebbe aspettata, una volta finito tutto. Non voleva neanche affrontare le domande che avevano iniziato a ronzarle in testa, ora che la lucidità aveva ripreso il sopravvento. Che sarebbe successo, ora? Che ne sarebbe stato di lei, o meglio di loro? E ci sarebbe stato poi un loro?
No, non aveva voglia di rispondere; preferì invece lasciarsi andare al torpore che conquistava le sue membra, cullate dal tepore dell’abbraccio del suo amante.

Frammenti.

Frammenti di cielo
diventa il mio cuore,
respinto,
sospinto,
gettato,
straziato.
In frantumi si spande
la mia anima dilaniata,
patisce,
svanisce,
spezzata,
violata.
E niente mi guarisce,
ricompone i miei pezzi,
confusi,
delusi,
calpestati,
sminuzzati.
Da te.
Che non ti curi.
Da te.
Che non mi illudi.
Da te.
Che mi hai stregato.
Da te.
E non mi hai meritato.