Pensieri, sparsi tra i cocci di una vita.

Sono trasparente come lucido cristallo di Boemia e come lo stesso fragile, pronta ad infrangermi per un tocco troppo deciso, o maldestro.

Se provassi a cercare il mio sguardo, vedresti soltanto te riflesso, capiresti che il mio agire non è gentilezza, ma forse qualcosa di più. Solo per te, cantava qualcuno…

Tante volte ho sentito il fragore della mia anima infrangersi, schiantata dalla caduta nelle tenebre, ma sempre l’ho ricomposta, frammento dopo frammento. Ora è un puzzle incerottato, in equilibrio precario sull’orlo dell’ennesimo precipizio, dal quale vorrei essere salvata, non inghiottita.

E vorrei ancora una volta sentire amore che riscalda il mio cuore, passione che cinge il mio ventre, ardore bruciare la mente, invece di questo vuoto, monotono, lungo e contorto percorso sulla via della solitudine. Ma penso di far parte di quella cerchia di persone per cui non è possibile un lieto fine. Fossi almeno fortunata al gioco…

 

 

Eternità.

Vagavo per un prato infinito,

screziato da petali primaverili.

D’un tratto la foresta m’avvolse,

con i suoi tristi rami d’autunno.

Il freddo dominava il mio cuore,

che piangeva l’assenza del calore estivo.

Un battito d’ali, o forse di ciglia,

e tutto è svanito.

Ora solo il mio sole riscalda il mio corpo,

tanto luminoso da adombrare la ciclica natura.

Eccola qui la mia eterna stagione; il resto è un

effimero scorcio di vita vissuta.

Malinconia.

La malinconia vive del tuo sentire,

si nutre della tua tristezza

e del senso di vuoto

che attanaglia il tuo cuore.

Giunge su grigie ali,

si posa sulla tua spalla

e si insinua in te,

contagiandoti con i suoi tetri pensieri.

Vorresti scacciarla,

ma è troppo forte.

Quando senti che è lì

ormai ha preso il controllo,

ti ha sopraffatto.

E tu, che vorresti solo sorridere,

abbozzi una mezza smorfia,

sintomo del male che ormai ti affligge.

Così è la malinconia,

si prende il bello e ti dona il brutto,

rapisce la gioia e ti lascia il dolore.

Non ti è concesso protestare,

né ribellarti al sopruso.

Ormai è avvenuto,

niente più conta.

C’è solo tristezza,

silenzio,

vuoto.

E gocce d’anima, che piange

il suo destino

Soltanto sabbia.

Lenta scivola la sabbia nella clessidra,

un sottile filo bianco mutevole come il tempo

si adagia sul fondo cumulo su cumulo.

Ogni granello lotta con il compagno

per restare in superficie,

cadere per ultimo e scandire l’estremo secondo.

Lottano tra loro, per non dare soddisfazione

alla mia attesa.

Piccoli insulsi granelli di sabbia,

prigionieri della clessidra,

come io lo sono del vostro scorrere.

Ma mentre gli attimi passati

non possono tornare

e ogni attimo trascorso mi avvicina

al mio amore,

dando un senso alla mia attesa,

voi, piccoli dispettosi,

subirete la vostra condanna:

l’eterna caduta, il continuo vortice,

che vi trascina giù verso il fondo.

E quando tutto sembra finito,

ecco, volto il mio strumento di tortura

e riprendo il conto dei secondi,

dei minuti, delle ore.

Mi chiedete chi soffre di più tra noi.

Rispondo voi, perché la mia attesa avrà fine,

ma non la vostra caduta.

 

La tortura.

 

Le palpebre si aprono verso un nuovo giorno,

Ma le iridi restano infisse nel buio profondo dell’anima,

Alla ricerca della luce che più non c’è.

Ed evito il tuo sguardo,

Tentando impotente di impedire al riflesso del mio cuore di emergere

E manifestarsi al tuo occhio che mai dovrebbe sapere…

Il tuo solo pensiero la mia mente invano rifugge,

Ma tosto si presenta al sorgere del sole, così come al suo tramonto,

Rendendomi di fatto sua prigioniera.

Respiro.

Quel soffio di vento che sfiora il tuo viso

E accarezza il tuo orecchio,

Non senti il suo calore, la dolcezza della sua voce?

Ti parla in silenzio, dicendo di voltarti laggiù,

dove io nell’ombra ti miro.

E attendo la tua luce.