Recensione: L’assassinio del Commendatore, Murakami Haruki

Murakami è il mio autore preferito e ogni volta che pubblica un nuovo libro faccio di tutto per leggerlo non appena arriva sul mercato italiano. Stavolta, però, ho preferito aspettare, perché la sua ultima fatica letteraria si divideva in due libri e volevo leggerli insieme, memore dell’attesa che avevo dovuto sopportare a suo tempo per 1Q84.

Fatta questa premessa, concentriamoci sul contenuto. Quando ho letto il titolo la prima volta mi sono chiesta se Murakami si fosse dato al giallo. Invece no. Il titolo può essere alquanto fuorviante, in effetti. Il protagonista del romanzo è un pittore in crisi esistenziale, lasciato dalla moglie e deciso a non dedicarsi più alla realizzazione di ritratti. Per questo motivo, dopo un certo peregrinare, si ritira in una casa sulle montagne, di proprietà di un suo caro amico, per cercare di mettere ordine alla propria vita. Il padre del suo amico è un pittore molto conosciuto, esponente della corrente ninonga, ormai in età avanzata, affetto da demenza e ricoverato in una clinica. Nella casa c’è anche un atelier, dove il protagonista, che è anche l’io narrante della storia (cosa questa abbastanza comune nei romanzi di Murakami) cerca di ritrovare se stesso.

Una notte, attirato da strani rumori nella soffitta, il pittore sale nel sottotetto e dopo essersi sincerato con solluevo che l’autore dei rumori sia un gufo, scopre in un angolo un dipinto, accuratamente incartato e lasciato lì ormai da anni. Dopo aver portato il quadro nell’atelier e aver letto la targhetta con il titolo, “L’assassinio del Commendatore “, decide di scartarlo e da questo momento nella sua vita cominciano ad accadere dei fatti strani: una campanella risuona nella notte svegliandolo sempre verso l’una, ed il cui suono scopre provenire da una struttura interrata nel bosco; uno sconosciuto di nome Menshiki bussa alla sua porta e gli chiede di realizzare un suo ritratto; dopo aver recuperato la famosa campanella, una notte compare in casa il protagonista in miniatura del quadro recuperato, il Commendatore; da un evento ne scaturiscono degli altri che portano il pittore a restare invischiato non solo nella vita di Menshiki, ma anche in quella di una ragazzina di nome Marie, sua allieva in un corso d’arte che tiene nel paese vicino. Sino a che…

Non rivelo altro della trama, perché come sempre Murakami infittisce l’intreccio con personaggi, episodi, ricordi, eventi surreali che contribuiscono a rendere l’intreccio intricato e mantengono il lettore inchiodato al racconto, pagina dopo pagina, chiedendosi cosa accadrà. Il primo volume prepara ahli eventi più importanti che si verificano solo nella seconda parte della storia (menomale ho aspettato per leggerlo!). C’è tutta una parte del libro dedicata alla storia di Amada Tomohiko, l’autore del dipinto che dà il nome al romanzo, abilmente inserita nel filo conduttore generale. E poi c’è la ricerca della propria vera vena artistica da parte del protagonista, che si intreccia all’analisi del dipinto.

Quando arrivi alla fine del libro tutto si compone e ti appare nel suon insieme, anche se resta come sempre la sensazione che qualcosa debba ancora compiersi e che ciò accadrà soltanto dopo che l’ultima pagina sarà letta e che il libro avrà trovato il suo posto nello scaffale.

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Pensieri sparsi: di meduse, canzoni e canidi.

Non scrivo qui da un po’ di tempo, in parte perché ho avuto parecchio da fare, in parte perché non sapevo da dove cominciare: tra il nuovo lavoro che ha assorbito la maggior parte della mia attenzione, il saggio di musica che si avvicinava e Penny, che ha dovuto subire un intervento chirurgico urgente, le ore si sono riempite di eventi e di impegni, non lasciando spazio a nient’altro.

Ma ora il saggio è andato, anche se non come avrei voluto (purtroppo non ho potuto suonare il mio pezzo perché la band non aveva il cantante, ne ho suonato un altro che non era di un genere a me congeniale, ma l’ho fatto per aiutare altri allievi e sempre per lo stesso motivimo mi sono ritrovata sul palco anche a cantare, cosa mai fatta prima), Penny si è ripresa e il lavoro sta procedendo, per cui posso tirare un sospiro di sollievo, rilassarmi e dedicarmi finalmente all’estate.

Sempre che non mi ustioni un’altra medusa.

Pensieri sparsi: petali di anima.

Stasera, mentre annaffiavo i fiori nel giardino dei miei, mi sono soffermata ad osservare delle piccole rose bianche, che ho comprato quando sono tornata a casa due anni fa. Sono in un vaso e ora che il caldo sta iniziando a farsi sentire (e finalmente direi!) stanno sbocciando. Ho catturato così questa immagine.

La piccola rosa bianca, imperlata dall’acqua fresca, mi ha fatto pensare nella sua delicatezza e purezza ad un’anima. Basta un po’ di freddo o di vento perché essa deperisca sino ad avvizzire; allo stesso modo se un dolore, una sofferenza, un evento traumatico colpiscono l’anima, essa può risentirne al punto da sfiorire inesorabilmente.

Di conseguenza ho pensato alla mia anima, alle tempeste che ha attraversato. Molti petali sono caduti, ma qualcosa ancora resiste: il nucelo del bocciolo. Prendermi cura di quel nucleo è la cosa più importante.

Pensieri sparsi: la calma della semplicità.

Stamattina mi sono dovuta alzare molto presto per questioni di lavoro. Alle sei e mezza, in giardino ho visto una lumaca che lentamente attraversava una porzione di terra. Mi sono fermata ad osservarla: avanzava con calma, le che la fretta non sa cosa sia, le antenne tese mentre scivolava col suo corpo allungato sulla terra.Devo dire che l’ho invidiata, lei che non aveva alcuna preoccupazione, alcuna impellenza, semplice nel suo vagare mattutino. Così l’ho fotografata, per ricordarmi di questo piccolo evento.

Ecco, a volte vorrei essere una lumaca, così calma nella sua semplicità.

Musicheggiando di qua e di là: esibizione in vista.

Oggi a lezione di batteria il mio insegnante mi ha chiesto se partecipavo al saggio di fine anno. Ho risposto che lo avrei fatto, a meno di fare figuracce! La fase successiva è stata scegliere che canzone suonare. Avevo due scelte: Shadow of the day dei Linkin Park e Highway to Hell degli AC/DC. Dopo averle sentire e provate entrambe abbiamo convenuto che la fortunata sarà la seconda. Il mio insegnante dice che la vede più adatta a me e penso abbia ragione: mi dà una grande energia e quando ho iniziato questa avventura ho sempre avuto come pallino di imparare a suonarla. E così fra poco più di un mese salirò sul palco per la prima volta e suonerò davanti ad un pubblico: sono terrorizzata ed eccitata allo stesso tempo al pensiero!

Per il momento c’è da capire se qualche altro allievo della scuola che suona il basso e la chitarra si vuole unire all’esecuzione, sarebbe fighissimo suonare con altre persone. Il massimo sarebbe se qualcuno cantasse, certo trovare una voce come quella originale è impossibile, ma avere un cantato sulla melodia sarebbe comunque favoloso.

Non vedo l’ora di provare!

Pensieri sparsi: gocce di pioggia.

Piove da ieri sera qui. Gocce leggere, serene, continue, che impregnano tutto e appesantiscono la terra. L’umidità ti entra dentro sino alle ossa e l’unica cosa che puoi fare è stringerti nella felpa. Sento le gocce colpire le tegole con un dolce ritmo, mentre sono qui nel letto in attesa di dormire. Domani inizia una nuova settimana, il nuovo lavoro con le sue aspettative mi terranno impegnata e questo silenzio, questo vuoto attorno a me, dentro di me, sarà messo in un angolo dove non mi possa disturbare, almeno sino a venerdì sera. E questo tempo grigio non aiuta il mio umore.

Pensieri sparsi: frequentazioni.

Mi sono resa conto che in questi ultimi due mesi mi sono isolata dalle consuete amicizie. Non cerco nessuno e se mi si cerca mi limito a qualche risposta di circostanza. È che mi sono stancata di essere quella senpre disponibile, quella che si preoccupa per gli altri, che c’è sempre e sempre risponde. Gli altri con me non si comportano allo stesso modo. Persone che guardano le mancanze altrui e le trovano offensive poi attuano le stesse mancanze con me e neanche ci badano, salvo poi cadere dalle nuvole quando dico di essere arrabbiata e delusa dal loro comportamento, perché manco sanno che hanno fatto, troppo presi dalle proprie vite per rendersi conto.

Ieri sera sono uscita dopo mesi che non mettevo il muso fuori casa; mio cugino ha fatto una cena a casa sua e mi ha invitato. Conoscevo solo lui e la sua ragazza, ma mi sono trovata benissimo. Era da non so quanto che non mi rilassavo così, mi sono sentita viva. E qualcuno, un suo amico, ha fatto anche apprezzamenti su di me, da quello che mi ha detto oggi.

Fare colpo su qualcuno è una cosa che non mi capita spesso e un po’ mi mette a disagio. Ieri mi sono accorta che questa persona era particolarmente premurosa con me, per essere la prima volta che mi vedeva. Mi ha fatto piacere che qualcuno mi abbia dedicato un po’ di attenzione.

Oggi sono tornata al mio solito weekend, non so quando uscirò di nuovo, ma per ora va bene così.