Anime: Jujutsu Kaisen

jujutsu kaisen

Itadori Yuji è uno studente del liceo, iscritto al club dell’occulto per fare un piacere agli altri due membri (il numero minimo di membri deve essere tre e poi Yuji non ha paura dei fantasmi, mentre gli altri due membri sono un tantino facilmente suggestionabili). Orfano di entrambi i genitori, ha un nonno, ricoverato in ospedale.

Un giorno, durante una delle uscite del club in cerca di fantasmi, il trio trova una strana scatolina, all’interno della quale c’è un dito, avvolto in più strisce di tessuto su cui sono distanti dei fitti simboli. I senpai del club prendono il dito e lasciano la scatolina a Yuji. La loro intenzione è di rimuovere il tessuto durante una specie di seduta spiritica nella sedie del club. Non sanno che questo causerà loro dei seri problemi.

Yuji non partecipa alla seduta, perché si trova all’ospedale dal nonno, che muore subito dopo avergli detto di darsi da fare per aiutare gli altri, perché è in grado di farlo. Poco dopo la morte del suo unico parente in vita, Yuji incontra Fushiguro Megumi, un ragazzo più o meno della sua età, che gli chiede di rendere conto del “feticcio”. Yuji non capisce di che stia parlando, ma poi realizza che il ragazzo vuole la scatolina. Viena così a conoscenza del fatto che il dito contenutevi è un feticcio, ovvero una porzione del corpo di un demone molto potente, Sukuna, che ha una forte aura malefica e che attira le maledizioni. Chiunque sciolga il tessuto che lo lega, che altro non è che un sigillo, rischia la vita.

Yuji si precipita alla scuola, ma è troppo tardi. Il sigillo è stato tolto e le maledizioni sono arrivate, attratte dal feticcio. I suoi senpai sono in pericolo di vita. Senza pensarci due volte, memore delle ultime parole del nonno, Yuji si getta in aiuto dei compagni e affronta le maledizioni, con il supporto di Megumi, riuscendo a sconfiggerle, ma solo dopo aver ingerito il dito di Sukuna. Questo atto provoca il risveglio di Sukuna, che prende possesso del corpo di Yuji, ma solo per poco. Il ragazzo riesce infatti a controllarlo, cosa alquanto difficile da fare per chiunque. Yuji viene così portato da Megumi alla scuola di stregoneria, dove Megumi studia. Fà la conoscenza di Saturo Gojo, professore di Megumi, che si definisce il migliore stregone sulla faccia della Terra.

Gojo si espone affinché Yuji non venga ucciso immediatamente, proponendogli di assorbire tutte le venti dita di Sukuna (tanti sono i feticci di tale demone) per impedirgli di gettare il mondo nel caos. Solo dopo potrà morire. Yuji decide di accettare il patto, memore delle parole del nonno, anche perché vuole scegliere come andare incontro alla propria morte.

Diventa così uno studente della scuola di stregoneria di Tokyo e da ora inizia davvero la sua avventura.

Al momento è uscita la prima serie, composta di 24 episodi; la seconda serie è in lavorazione e dovrebbe esserne prevista l’uscita per il 2023. Per chi fosse interessato, l’anime è disponibile su Crunchyroll. Ho trovato queste serie carina; sono presenti molti colpi di scena ed i personaggi sono ben caratterizzati. Sono presenti citazioni che omaggiano altri anime famosi, come Naruto e Bleach; inoltre, il personaggio di Gojo per certi versi mi ricorda Urahara Kisuke di Bleach, per chi conoscesse l’anime o il manga.

Pensieri sparsi: bilancio di mezza estate.

Non scrivo da un po’, perciò ho deciso di fare il punto della situazione di questo periodo. Cominciamo col fatto che a inizio luglio ho avuto il covid. Sono state due settimane di merda e ancora ho dei postumi. per questo motivo e per il caldo soffocante ho rimandato di andare al mare sino alle mie ferie. Ora son passata dal bianco di titanio ad un colorito normale, non so se riuscirò ad arrivare ad un abbronzato dorato tipico della mia carnagione, ma meglio di niente…

In questo periodo ho avuto dei problemi con la casa. Una spesa imprevista che mi ha lasciato a terra, proprio quando ero riuscita a mettere da parte qualche soldo. Ma si sa, la vita è così: quando riesci a fare un passo avanti arriva l’imprevisto che ti fa frenare. Ho affrontato la situazione con filosofia, perché tanto non sarebbe valsa la pena di arrabbiarsi, non avrei risolto niente. In compenso ho fatto qualcosa per me, dato che da un bel po’ non mi regalavo nulla. Ho deciso di andare al Lucca comics con un’amica. Ci sono stata già nel 2016 proprio con lei ed è stata una bella esperienza. Lei ha continuato ad andare ogni anno, sino alla pandemia, e quest’anno ci andremo insieme. Abbiamo già acquistato gli abbonamenti per tre giorni a prezzo scontato, prenotato i voli, i treni, l’hotel a Pisa (perché prenotare a Lucca e dintorni in questo periodo richiederebbe di donare un rene) e poi ho deciso di gettarmi nella mischia del cosplay, perché era una cosa che desideravo fare da tanto e perché per una volta vorrei sentirmi libera di fare ciò che mi piace fregandomene di chi storce il naso se parlo delle mie passioni.

A proposito di gente che storce il naso. Ho ospitato per qualche giorno una persona che ritenevo amica (chissà perché quando io ritengo le persone amiche poi finisco per prenderla sempre in quel posto). Ho parlato di tale persona in qualche mio post; la conosco da diversi anni, anche se non in maniera approfondita. Per dirla tutta credo che quello che pensavo fosse un rapporto di amicizia lo era in maniera unidirezionale, ovvero se non cercavo io non venivo cercata. Una volta ho atteso più di un anno per vedere se questa persona si degnasse di scrivermi (non lo ha fatto). Mi è capitato di sentirlo (è un lui) qualche mese fa non ricordo per che cosa, e in quell’occasione gli ho detto che avevo comprato casa e che se capitava dalle mie parti mi avrebbe fatto piacere se fosse venuto a farmi visita. Una cosa che ho detto a varie persone. Silenzio per alcuni mesi. Poi improvvisamente mi scrive qualche mese fa chiedendomi se l’invito era sempre valido; ho detto di sì, pensando mi dicesse che passava per un weekend in quel periodo. Invece mi ha detto che voleva venire a trovarmi ad agosto (leggi: voglio farmi una bella vacanza a basso costo dove in genere in quel periodo si paga un bel po’). Ho detto che non c’erano problemi, cercavo di organizzarmi con le ferie perché mi sembrava brutto ospitare una persona e lasciarla da sola dovendo lavorare. A posteriori avrei fatto bene a dirgli che non potevo…

E’ stato il peggior ospite con cui abbia mai avuto a che fare. Ha storto il naso per varie cose (il fatto che non avessi lenzuola stirate: considerato che ho altre priorità, vedi i lavori urgenti di cui sopra, comprare un ferro da stiro l’ho relegato tra le cose da fare non urgenti); il fatto che gli ho riproposto degli avanzi due giorni dopo (sinceramente, visto che lo stavo scarrozzando a destra e a manca per tutto il giorno, non avevo nessuna voglia di cucinare, anche perché avevo preparato delle cose il giorno prima che arrivasse, proprio per portarmi avanti e fargli trovare del cibo, che non sono abituata a sprecare, cisto che non navigo neanche nell’oro), peraltro ancora buoni, o che mangiasse qualcosa non proprio di suo gradimento (mi hanno insegnato che se vai a casa di qualcuno non è educato schifare quello che ti si dà da mangiare; tra l’altro il piatto proposto non era cattivo); il fatto che la mia macchina non fosse lucida (sinceramente, se so che devo passare per strade sterrate tutti i giorni me ne frego di lavare la macchina il giorno prima che arrivi, perché ritornerebbe tale e quale il giorno dopo); il fatto che una sera, usciti a cena con dei miei amici, si andasse a vedere dei fuochi d’artificio, per tutta la durata dei quali ha passato il tempo attaccato il suo cellulare in disparte)). Poi non so, devo avergli fatto qualcosa di terribile, perché ha passato tutti i santi giorni in mia compagnia in silenzio, tranne quando doveva parlare di se stesso. Non mi ha chiesto come stai, come va la vita, ha passato il tempo di viaggio in macchina attaccato al cellulare, persino con gli auricolari, ascoltando le dirette Instagram, che erano più interessanti del conversare con me evidentemente, o scrivendo messaggi ad altre persone (quando in passato gli scrivevo io a volte neanche rispondeva o rispondeva dopo ore), ha passato il tempo in spiaggia attaccato ad un libro o al telefono, ignorandomi come se non ci fossi. Io ci sono rimasta malissimo, non pensavo avesse un simile comportamento.

Quando invece era in compagnia di altre persone si mostrava completamente diverso: affabile, di compagnia, parlava con tutti. Tranne che con me. Sono stati dei giorni bruttissimi. Tralascio dei comportamenti che mi hanno ulteriormente urtato e ferito. Nonostante questo ho sempre cercato di essere gentile con lui, a cui avevo aperto le porta di casa mia. L’ho anche riaccompagnato in aeroporto per partire, alzandomi alle sei e mezza del mattino.

Non mi ha neanche mandato un messaggio una volta arrivato a destinazione, manco un grazie. Una persona pessima. Non penso di essere la perfezione, ma se sono ospite di qualcuno innanzitutto dico che mi adeguo, non pretendo colazioni pacchiane, non pretendo si facciano i miei piatti preferiti o che la gente si sbatta per prepararmi pranzi luculliani, specie se si va in giro tutto il giorno. Non faccio facce schifate, non faccio girare a vuoto chi mi ospita facendo fare brutte figure nei negozi locali. Forse ho ricevuto una educazione diversa, non lo so. O forse, se sentite lui, magari vi dice che sono stata una pessima padrona di casa. Chi lo sa.

Quello che ho imparato è che questa persona non sarà più degna della mia amicizia; e le porte di casa mia saranno aperte solo per persone di comprovata amicizia ed educazione.

Pensieri sparsi: staccare il cervello.

Come ho scritto in uno dei miei ultimi post, in questo periodo mi sto dedicando molto a delle attività casalinghe. Ho sempre avuto un lato artistico e ho deciso di sfruttarlo per fare delle cose in casa, per sentirla più mia. Ho fatto così dei murales, che ho completato ieri sera. Perciò ora pubblico le foto dei lavori nelle varie fasi e finiti.

Lavori per la creazione del murales basato sul dipinto di Hokusai raffigurante le cascate di Ono.
Lavori per la creazione del murales basato su esempi di pittura sumi-e.
Angolo del sumi-e con scritta giapponese: “Sen ri no michi mo ippo kara” (Anche la strada di mille ri inizia con un passo).

Oltre a fare questi murales mi sono dedicata al mio orticello. Quest’anno sono riuscita a farne uno come minimo decente, dato che finalmente ho un pezzetto di terra da poter utilizzare. Non ho tante piante, ma vanno bene per le mie esigenze. Pian piano stanno maturando e sto già assaporando i primi frutti.

Durante il tempo libero mi sto dedicando anche al ricamo di una tovaglia di lino, senza fretta. La mia migliore amica dice che ho un sacco di hobbies e che mi invidia. Io in realtà mi dedico a tutte queste cose per riempirmi le serate e perché ho bisogno di distrarmi, così non penso a certe cose. Comunque fare tutte queste cose mi è utile perché mi sta aiutando a staccare il cervello e rilassarmi.

Recensione: “La chioma di Berenice”, Denis Guedj 2/22

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Prima di scrivere di questo libro vorrei fare una premessa. Normalmente scelgo io quali libri leggere, primo perché ho determinati gusti e preferisco scegliere io cosa leggere, secondo perché se il libro me lo consiglia qualcuno che non conosce i miei gusti in fatto di lettura il rischio è che mi ritrovi costretta a leggere qualcosa non di mio gradimento; in questo caso arrivare a fine libro diventa una vera tortura. Nel caso sbagliassi io a scegliere potrei quanto meno dire chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Perché ho scritto queste cose? Perché leggere questo libro non è stata una mia libera scelta. Con alcune persone che conosco mi vedo ogni tanto per fare una sorta di Cenacolo letterario; l’organizzatore di questa cosa, che di per sé trovo molto di mio gradimento, un paio di mesi fa ci ha parlato di questo libro entusiasta e o ha proposto come lettura. Quindi io e le altre due persone che ancora non avevamo letto questo libro ci siamo apprestate nell’impresa.

Sono una grande lettrice, lo avete visto. Normalmente i libri li leggo in tempi abbastanza brevi, a meno che non siano dei mattoni di migliaia di pagine o non siano di tematiche un po’ ostiche che vanno digerite lentamente. Questo è un semplice romanzo, eppure mi ha dato del filo da torcere. L’ho finito per presa di posizione, ma ragazzi…

La trama non è nulla di trascendentale: racconta di come Eratostene, direttore della biblioteca di Alessandria, fu incaricato da Tolomeo Evergete di misurare la circonferenza della terra (spoiler: ci è riuscito e ha sbagliato di soli 400 km, questo è risaputo). I problemi di questo libro sono diversi: a parte le inesattezze (una su tutte, l’autore parla delle sette muse, ma le muse sono nove!), che mi hanno urtato parecchio (un conto è scrivere di verosimile, in un romanzo storico è normale farlo, intrecciando cose vere con la finzione, ma in questo caso c’erano strafalcioni belli e buoni che chiunque studia lettere classiche troverebbe subito tali errori), ho trovato la narrazione zoppicante. Personaggi per niente delineati (e parlo di personaggi principali; a tale proposito non puoi chiamare un arteniese Teofrasto Excelsior, non tanto per il Teofrasto, quanto per l’excelsior, che è latino, non greco), situazioni che vengono descritte senza un capo né una coda (tipo la scena iniziale che tu pensi porterà a qualcosa nelle pagine successive e invece niente, resta appesa lì), pagine e pagine di prolissità matematiche e poco o niente sulla struttura di base della vicenda.

Se poi uno non ha una certa cultura di base la cosa diventa ancora più difficile: le altre due persone non sono riuscite a finire il libro, perché lo hanno trovato tremendamente noioso. Ho pensato esattamente la stessa cosa. Nessuno ti vieta di scrivere in un romanzo di teorie scientifiche del 200 a.C., ma se vuoi farlo cerca quanto meno di rendere l’argomento accattivante. Anche perché in tutto questo la vicenda vera e propria viene raccontata in un modo mediocre, perché si dà più importanza alla matematica che alla storia. Allora non scrivere un romanzo, scrivi un saggio.

Non sono a digiuno di saggi scientifici (se guardate gli archivi del 2018 troverete tra le mie letture alcuni libri di Stephen Hawking) e anzi, li apprezzo molto. Non sopporto il voler unire a tutti i costi, peraltro in maniera poco felice, l’aspetto matematico e storico con l’aspetto letterario. Perciò devo bocciare questo libro.

Come sempre: “De gustibus non disputandum est”.

Pensieri sparsi: mille ri e oltre.

In quest’ultimo periodo mi sto dedicando ad alcuni hobbies, connessi alla casa. Mi aiutano a trascorrere piacevolmente il mio tempo libero e mi rilassano. Anche quest’anno, come da due ormai, ho deciso di fare l’orto. Ma stavolta non in vaso: avendo finalmente un pezzetto di terra mio (non è grande chissà quanto, saranno circa 8 m²) ho fatto il mio primo orto su terra. Ho seminato zucchine, cetrioli, pomodori ciliegini, melanzane e peperoni. Non sarà una grande produzione, ma per me basta e avanza. Risparmierò un po’ sulla spesa e avrò la soddisfazione di mangiare qualcosa di prodotto da me e che sa di verdura 😁😁

 

La prima zucchina dell’anno!

Le zucchine, come al solito, sono state le prime a crescere, due giorni fa ho raccolto la prima zucchina dell’anno e stasera ne raccoglierò altre due belle grandi ☺️☺️

Le altre piantine stanno crescendo, chi più chi meno. Solo i peperoni si stanno facendo desiderare, ancora non è spuntato nulla🤔 Invece una sorpresa è stata quella che potete vedere nella prima foto, in basso a sinistra: delimitata da quattro spiedini di legno c’è una piantina di fragole, che sta crescendo zitta zitta 🤣

Direi che con l’orto sono a buon punto!

Il secondo hobby a cui mi sto dedicando è la pittura. Volendo fare delle decorazioni originali in casa ho deciso di creare un murales su una parete che non posso utilizzare, in quanto si trova nel disimpegno e al suo interno è nascosto lo scrigno della porta che separa la zona giorno dalla zona notte. Perciò ho scelto un capolavoro di Katsushika Hokusai, la Cascata di Ono. L’originale è il seguente.

 

Lo sto realizzando con qualche piccola modifica (ho deciso di non mettere le figure umane). Il disegno preparatorio, che ho fatto con la tecnica della griglia, occupa la parete intera e devo dire che si sta dimostrando un lavoro interessante. Oggi ho iniziato a dare il colore, lo farò con calma e in diverse volte, perché l’ultima volta che ho fatto una grande decorazione dedicandomici troppo mi è venuta una bella tendinite al polso 😅

 

Chiedo scusa per la qualità delle immagini, ma non so perché la qualità è inferiore rispetto a quella dell’immagine originale. Quando avrò finito il lavoro farò un post con l’immagine dell’opera conclusa.

Ho deciso infine di dipingere una scritta nella parete dell’angolo salotto. Mi piaceva l’idea di mettere una frase che per me avesse un significato particolare e alla fine ho optato per un detto giapponese.

 

“Sen ri no michi mo ippo kara”, ovvero “Anche la strada di mille ri comincia con un passo”.

Credo che il detto si spieghi da sé. Continuerò a percorre la mia strada da mille ri, passo dopo passo, sino a giungere a destinazione. E poi camminerò ancora, per altri mille ri e oltre.

Pensieri sparsi: un soffio di vento

Se guardo il cielo vi scorgo riflesso il mio mutevole animo. A tratti il cielo è azzurro, splendente, trasmette una calma che sembro avere anche io; ma poi arriva il vento e le nuvole lo celano, in lontananza si sentono i tuoni e goccioloni iniziano a bagnare il terreno asciutto. Un po’ come il grigiore che mi avvolge e mi rende cupa e le lacrime che ogni tanto scendono lungo il viso quando sono sola e nessuno, a parte Penny, può vedermi vacillare.

Basta un soffio di vento e la giornata può migliorare o peggiorare.

Pensieri sparsi: garbugli mentali.

Nel 2009 ho scritto un libro, pubblicato l’anno successivo con una piccola casa editrice regionale (poi fallita). Allora come oggi attraversavo un periodo di profonda crisi, sfociato poi con il mio divorzio ed in seguito al quale ho ripreso in mano la mia vita e ho intrapreso una nuova strada. Che mi ha portato qui.

In quel periodo sentivo di avere molte cose da dire, da dimostrare. Così scrivere quella storia mi è servito come liberazione, come punto di partenza. Ad essa seguirono dei racconti, due dei quali sono stati editi, uno per una causa di beneficienza e l’altro come finalista ad un concorso letterario (sono finita nei gialli Mondadori). All’epoca mi sarebbe tanto piaciuto intraprendere la carriera di scrittrice, ma quel mondo è di difficile affermazione, per cui ci rinunciai. Decisi di mettere le mie energie in qualcosa di diverso. Volevo sentirmi utile per gli altri, fare un lavoro che potesse piacermi e appagarmi, per cui alla fine decisi di iscrivermi all’Università per prendere una seconda laurea. Ci riuscii, con grandi sacrifici. Ma diedi la prova a me stessa che potevo farcela con le mie sole forze. Tutto ciò che ho ottenuto nella mia vita l’ho avuto non per grazia ricevuta o con i soldi di papà (i miei di soldi non ne hanno mai avuti, quando ero piccola lavorava solo mio padre, ho studiato con grandi sacrifici e così anche mia sorella, non ho mai chiesto nulla perché sapevo che nulla potevo avere), l’ho ottenuto con l’impegno ed il sacrificio.

Ed ora mi ritrovo qui, in un periodo di profonda crisi, in pieno burn-out da un lavoro che sino a tre anni fa per me era la cosa più bella di questo mondo, ma che ora mi sta logorando nel profondo a causa delle pessime condizione cui ci troviamo sottoposti. Non vedo una via di uscita, non posso licenziarmi perché avendo comprato casa una entrata certa mi serve per pagare il mutuo e le alternative qui nel territorio sarebbero tutte nella libera professione, che non mi dava da mangiare neanche prima. Mi sento veramente oppressa.

Qualche settimana fa sono andata a cena con il mio ex direttore di settore, che nel frattempo è diventato direttore generale presso un’azienda pubblica. Con questa persona, che praticamente mi ha assunto dove lavoro ora e che dall’anno scorso è entrata nella cerchia delle mie conoscenze più strette per motivi che non voglio spiegare qui, si è instaurato un bel rapporto di amicizia e di rispetto. Di recente ha pubblicato un libro ed io sono stata la prima a leggere la bozza. Mi ha fatto questo onore. Mi ha chiesto di vedere se qualcosa non andava, di correggere. L’ho fatto con grande piacere. Alla cena in questione mi ha dato una copia del suo libro ed io gli ho dato una copia del mio. Non è una cosa che io pubblicizzo, l’avere scritto delle cose che sono state pubblicate. Fa parte del mio passato e non mi piace vantarmi. Con lui ho fatto uno scambio di copie, come altre volte ho fatto in passato. Confesso che avevo un po’ paura del suo giudizio su quanto da me scritto, non sapevo se potessi essere all’altezza, trattandosi di una persona di profonda cultura su vari fronti.

La settimana scorsa siamo andati di nuovo a cena, insieme anche a due mie attuali colleghe, che nulla sapevano di questa storia del mio libro. Anche loro fanno parte della cerchia che si è creata in quest’ultimo anno attorno a questa formidabile persona. Lui, durante la cena, ha fatto una critica molto precisa e puntuale del mio libro, che è culminata con il compito, per le mie colleghe, di leggerlo, perché sarà oggetto di ulteriore dibattito alla prossima cena. E siccome sa che ho nel cassetto un’altra storia, non ancora finita, che si è interrotta quando ho sentito di essermi prosciugata, alcuni anni fa, vuole che successivamente tutti insieme prendano in visione tale storia per poi aiutarmi a finirla. Lui dice che sono brava, vorrebbe spingermi a continuare.

Io sono molto indecisa, mi sento vuota dentro, non so cosa potrei tiare fuori di buono da me, ora come ora. Anche se mi piacerebbe molto scrivere ancora e magari poter fare di questa passione un vero lavoro. Magari mi appagherebbe più di quanto possa immaginare. Intanto continuo a fissarmi sul discorso del Giappone. Magari questa cosa potrebbe aiutarmi nel segno di una futura svolta. Forse si stanno creando le condizioni per qualcosa di nuovo. Non lo so… non voglio illudermi.

Confessioni: riflessioni sull’ultimo periodo.

Qualche giorno fa, al lavoro, un collega parlava di una serie tv che sta vedendo su Prime, la cui storia a grandi linee è la seguente: quando uno sta per morire, può scegliere se farlo nel modo tradizionale o se far caricare la propria coscienza/anima in una realtà virtuale. Un modo per evitare la paura dell’ignoto e per essere certi della presenza di qualcosa dopo la morte, insomma.

Partendo da questa cosa, mi è capitato negli ultimi giorni di fare delle riflessioni, complice anche il fatto che mi sento come prigioniera di un posto sbagliato.

Posto che non credo che ci sia un aldilà con Paradiso e Inferno e posto che se anche ci fosse dubito sopravviverebbe alla fine dell’Universo, per cui anch’esso avrebbe una fine un giorno, se fosse possibile scegliere in che aldilà finire, una volta morti, non mi dispiacerebbe finire nell’ambientazione del mio manga/anime preferito: Bleach. Fondamentalmente si tratterebbe di un luogo chiamato Soul Society, suddivisa in una parte dove stanno le anime comuni, il Rukongai, e una dove invece stanno gli shinigami, cioè gli “dei della morte” (anche se non sono delle divinità, ma dei semplici guardiani che purificano e accompagnano le anime nel loro percorso verso l’aldilà), ovvero il Seireitei (“Corte delle anime pure”). In sostanza mi piacerebbe passare l’eternità a purificare le anime con una bella divisa da samurai, una Zanpakutou (“falcia anime”), una katana con abilità specifiche, diverse per ogni shinigami. MI piacerebbe far parte di una delle 13 compagnie di shinigami e “vivere”, se così si può dire, in una simil corte imperiale (con la differenza che non c’è un imperatore divino a reggere il tutto, ma un consiglio di 46 saggi). Naturalmente parlerei un fluentissimo giapponese e sarei circondata da guerrieri formidabili, con un senso dell’onore e del rispetto della giustizia fortemente spiccato. Niente. Mi accontenterei di questo.

Ma queste sono solo fantasie di una persona che ha il terrore della morte e vorrebbe vivere, se non in eterno, almeno tanto a lungo da vedere che succederà nei prossimi secoli. So bene che ciò non potrà mai avvenire, che c’è un tempo per tutto e tutto deve finire, perché l’universo tende all’entropia e la trasformazione di energia è un processo irreversibile, che sfocerà nella morte dell’Universo. Ma comunque ho terrore di quando dovrò andarmene, perché il Nulla, checché ne dica Epicuro (“non bisogna temere la morte, perché quando ci siamo noi non c’è lei e quando c’è lei non ci siamo noi), il non esserci più, il non lasciare dietro di me nessuna traccia, mi fa sentire impotente, oltre che causarmi degli attacchi di panico che non auguro a nessuno.

Dicevo che mi sento nel posto sbagliato. Forse queste riflessioni scaturiscono dal fatto che in questo periodo si è rifatto forte in me il desiderio di andare in Giappone, sebbene al momento realizzare questo mio sogno sia impossibile, per vari motivi. Avevo programmato di andarci nel 2020, ma poi il covid ha bloccato tutto. Tempo fa ho anche mollato lo studio della lingua giapponese, che avevo intrapreso con entusiasmo proprio in vista di questo viaggio. Mi piacerebbe andarci e non solo per un viaggio. Chissà…

La settimana scorsa la mia migliore amica mi ha detto che l’anno prossimo si sposa. Ha fatto lei la proposta al fidanzato (dopo 15 anni che stanno insieme), perché se aspettava che si muovesse lui la cosa non si sarebbe concretizzata in tempi brevi. Sono molto contenta per lei, perché so che ci teneva tanto a mettere su famiglia, visto anche che ormai i quaranta sono già stati superati e il tempo delle storie da ragazzini è finito da un bel po’. Questa notizia, peraltro, mi ha dato una botta che, mi rendo conto solo ora, mi ha destabilizzato, perché mi ha portato a pensare che intanto io ho sempre un lato del letto vuoto. Certo, dormire al centro del lettone è stupendo, ti spandi e rigiri come ti pare senza paura di mollare calci e pugni nel sonno, però…

A proposito di calci e pugni, ultimamente sto facendo dei sogni da paura. Stanotte c’era una tizia che ha cercato di uccidermi per tre volte, altre notti sogno situazioni surreali al lavoro o personali. In pratica mi sveglio di merda. Insomma, devo essere parecchio stressata!

Beh, almeno mi sono sfogata un po’ scrivendo; dicono sia catartico, chi lo sa.

Pensieri sparsi: sabato pasticciere.

Oggi ero di riposo, per cui ho deciso di dedicare parte della giornata alla cucina. Volevo provare il programma dolci del forno, per cui mi sono dedicata a fare i croissant. Era la prima volta che provavo e devo dire che non è andata male. Alla fine, anche se ci sono volute praticamente 7 ore e mezza per fare il tutto, devo dire che ne è valsa la pena!

Recensione: Il viaggio in Occidente, Wu Cheng’en, 22/21 – 1/22

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Pensavate che avessi smesso di leggere? E invece no! Stavolta è stata una lunga lettura. Questo classico della letteratura cinese, edito in Italia per la prima volta nel 2021 da Luni Editrice in 2 volumi, per un totale di più di 1500 pagine, ha richiesto tre mesi del mio tempo. Ho scelto di leggerlo perché mi incuriosiva, in quanto da questo testo è tratto un personaggio noto ai più perché diventato protagonista di uno degli anime più famosi: Son Goku, Scimmiotto nel testo. Credo che tutti, o quasi, conoscano Dragon Ball. Son Goku, o Goku, ne è il protagonista. Il personaggio è ispirato per certe caratteristiche proprio al Son Goku del Viaggio qui narrato. Per cui volevo capire cosa avesse spinto Akira Toriyama a trasporlo nel suo manga/anime più famoso. Ma l vicenda narrata in questo libro è stata di ispirazione anche per un altro manga/anime, meno conosciuto, ovvero Saiyuki – La leggenda del demone dell’illusione, in cui i protagonisti sono gli stessi del testo originale, ma le cui vicende sono ambientati in un passato/futuro distopico.

I protagonisti della vicenda originale sono 5: il monaco Tripitaka, Scimmiotto, Porcellino e Sabbioso (suoi tre discepoli) ed il cavallo-drago, cavalcatura del monaco durante il viaggio. Il viaggio viene effettuato da Tripitaka per ordine del sovrano della dinastia Tang Taizong. Compito di Tripitaka (Tre Ceste), il cui vero nome è Cheng Xuanzang, è di raggiungere il monastero del Colpo di Tuono, sul Picco degli Avvoltoi, dove il Buddha predica ai suoi discepoli, per chiedere dei sutra da riportare in Cina. Lungo tale viaggio Tripitaka non sarà da solo: durante il cammino infatti si imbatterà in Scimmiotto (detto anche Consapevole del vuoto, o Novizio), Porcellino (detto anche Consapevole delle proprie capacità, o Otto divieti) e in Sabbioso (detto anche Consapevole della purezza, o il Bonzo), che diventeranno i suoi discepoli. La scelta di questi tre personaggi come discepoli è dovuta alla pusa Guanyin (bodhisattva della compassione), la quale, al momento di arruolarli per tale compito, li denomina Consapevole etc. I terzi nomi (Novizio, Otto divieti e Bonzo) vengono invece dati ai tre discepoli da Tripitaka stesso. I tre non sono persone normali: Scimmiotto è una scimmia indistruttibile e immortale, Porcellino un maiale che in precedenza era un ammiraglio del regno celeste, caduto in disgrazia e finito sulla terra con sembianze suine, Sabbioso un mostro lacustre in origine capitano del regno celeste, anch’esso caduto in disgrazia. Questo percorso sarà di redenzione per loro ma anche per Tripitaka, che si scopre essere la reincarnazione di Cicala d’Oro , discepolo del Buddha anch’esso caduto in disgrazia e condannato a dieci reincarnazioni per essersi addormentato durante una predica.

A prima vista, quindi il protagonista sembra Tripitaka. E invece no. Il vero protagonista della storia è Scimmiotto. I primi sette capitoli del libro sono occupati dalla storia di Scimmiotto nei millenni precedenti al suo incontro con Tripitaka. Durante il viaggio i 5 personaggi affrontano pericoli di ogni tipo, che generalizzati si dividono in nemici che vogliono uccidere Tripitaka per mangiarne le carni, in quanto un solo morso darebbe loro la vita eterna, o in personaggi che vogliono accoppiarsi con Tripitaka, perché il suo Yang (il seme) donerebbe loro la vita eterna. Insomma, dovunque i 5 arrivino, finiscono per cacciarsi in qualche guaio, nonostante Scimmiotto lo fiuti lontano un miglio. Infatti non viene mai ascoltato, Tripitaka preferisce dar retta a Porcellino o casca, essendo un gran credulone, nei tranelli preparati dai nemici. Immancabilmente chi tira fuori dai pasticci Maestro e condiscepoli è sempre Scimmiotto, a volte perché sconfigge in prima persona il nemico, altre volte perché trova il modo di farsi aiutare da divinità varie e da Guanyin. Insomma, sto povero Scimmiotto si fa in quattro dal principio alla fine, per colpa di un Maestro tontolone, che deve affrontare 81 prove per poter giungere a destinazione e compiere la missione impostagli dal re e dal Buddha in persona. Gli altri due discepoli sono di relativo aiuto. Porcellino è invidioso e non perde occasione per mettere in difficoltà Scimmiotto; è anche un codardo e combatte volentieri solo se è sicuro della vittoria; come si trova in difficoltà volge le spalle e scappa, lasciando Scimmiotto in difficoltà senza tanti complimenti. Diverse volte poi, quando il Maestro è lì lì per essere divorato dal mostro di turno, Porcellino arriva a proporre di spartirsi la roba di Tripitaka e di separarsi per continuare ciascuno la propria vita. Non c’è che dire: un discepolo proprio devoto! Sabbioso è il discepolo che meno interviene nella storia, per lo più il suo compito è trasportare i bagagli o tenere il cavallo-drago quando gli altri vanno a salvare Tripitaka.

La storia è lunga 100 capitoli, di cui come dicevo prima i primi 7 riguardano la storia di Scimmiotto. negli altri si narra il viaggio, sino al capitolo 99, dove finalmente i protagonisti giungono a destinazione per poi, nel 100 tornare laddove tutto è iniziato.

Da un punto di vista narrativo la storia scorre seguendo degli stereotipi: durante il viaggio i 5 arrivano in un determinato luogo, dove un mostro (uno spirito del cielo caos sulla terra o uno spirito di un qualche animale) semina il panico. Segue l’immancabile rapimento di Tripitaka per gli scopi suddetti ed infine la sua liberazione per opera di Scimmiotto. Cambiano gli antagonisti, ma il succo è sempre questo. Personalmente ho trovato più divertenti i primi 7 capitoli della storia, dove si conosce Scimmiotto in tutta la sua potenza (ha un’arma che è una sbarra allungabile (non vi ricorda niente?) che si chiama A piacer vostro, si muove per il cielo su di una nuvola (tipo “Nuvola Speedyyy!”), il suo corpo è più duro dell’acciaio, i suoi occhi sono rossi come il fuoco; invece la voracità proverbiale nota nel Goku di Dragon Ball nulla hanno a che vedere con il personaggio originale; quella è prerogativa di Porcellino). Il resto l’ho trovato ripetitivo e noiosetto. Se devo fare un paragone con un altro classico della letteratura orientale, ovvero il Genji Monogatari, devo dire che il secondo stravince su tutto il fronte, sia per complessità dell’intreccio che per caratterizzazione dei personaggi.

Il personaggio di Tripitaka è l’unico realmente esistito. Questo monaco visse nel VII secolo d.C. e fu realmente incaricato di raggiungere l’Occidente per riportare dei preziosi sutra. Il suo viaggio durò molti anni, tornò a corte a missione conclusa e si occupò anche di tradurre in cinese i rotoli portati con sé. la storia da me letta fu pubblicata ben 900 anni dopo, nel XVI secolo. Gli intenti di Wu Cheng’en furono senz’altro molteplici e sono ben esplicati nell’introduzione del libro.

Vorrei per ultima cosa fare una critica personale: la traduzione che è stata fatta in italiano non viene direttamente dal cinese, ma da una trasposizione francese. Non ho apprezzato diverse cose: l’occidentalizzazione di certi termini che non rispecchiano affatto la cultura cinese; l’inserimento di modi di dire moderni che non avevano senso di esistere nel 1500; la mancanza di un apparato critico adeguato. Penso che nel momento in cui si decida di affrontare la traduzione di un classico di un’altra cultura si debba fornire a chi legge un’adeguata chiave di lettura e spiegazioni dettagliate, perché molte situazioni, molti personaggi e molti termini, per gli ignoranti della materia risultano oltremodo oscuri. Al termine del libro c’è un glossario, ma lo ritengo inadeguato. Poche le note nel testo, che non illuminano gran che. Anche da questo punto di vista ritengo che il Genji Monogatari stravinca il confronto.